Il vino italiano fra circo mediatico e proibizionismo

Come è cambiata la cultura del vino e del bere a vent’anni dallo scandalo del metanolo. Se lo sono chiesti ieri mattina, nell’ambito di una tavola rotonda nella sala consiliare del municipio di Isera, esperti del settore e giornalisti. Già, come è cambiato, dopo vent’anni da quello scandalo – che non dimentichiamolo costò una ventina di morti e un centinaio di invalidi permanenti le cui famiglie non sono mai state risarcite – come è cambiato il panorama dell’enologia nazionale. Intanto alcuni numeri che ieri si è preoccupato di dare subito il giornalista Rai Nero Pederzolli. Nel giro di due decenni la produzione di vino, in italia, è quasi dimezzata. Ma esportazioni e fatturato del settore sono cresciuti, l’uno e l’altro, del 250 %. Insomma in Italia, dopo i bottiglioni di barolo e tocai venduti porta a porta al prezzo anche allora irrisorio di 100 lire, si può ben dire che è cambiato tutto. Sono cambiate le produzioni, sono cambiati i vignaioli, sono cambiate le abitudini dei consumatori. Si è diffusa una cultura del bere bene – e del business del bere bene – che è diventata perfino moda. Innanzi tutto, però, una notizia tranquillizzante: oggi sul mercato italiano, grazie alle sofisticate tecniche di analisi di cui dispone anche l’istituto di San Michele all’Adige, sul mercato si trova solo vino tecnicamente ineccepibile sotto il profilo del rispetto degli standard sanitari di legge. Insomma si può stare sicuri di un fatto: in giro non c’è più traccia del cosiddetto vino industriale, quello prodotto con acqua, zucchero, polverine, vinacce e – come nel caso di vent’anni fa – anche metanolo; ma quella fu una storia molto ma molto particolare, in cui si combinarono alle tradizionali tecniche di sofisticazione, anche una buona dose di ignoranza e soprattutto i grandi guadagni derivanti dai finanziamenti comunitari per la distillazione delle eccedenze. E quello che accadde nel 1986 fu proprio questo: alcune partite di vino industriale corretto al metanolo e destinato alla distillazione, come esubero per incassare le sovvenzioni comunitarie, fu invece immesso sul mercato per far fronte ad un improvviso balzo della domanda. Il risultato fu quello che sappiamo. Di quel tipo di vino, fatto con acqua e zucchero, in Italia da molto anni non ce ne è più, ha spiegato ieri un esperto del nucleo antifrode di San Michele. Intanto questo. E tuttavia i rischi sul mercato del vino, oggi sono altri. E forse altrettanto pericolosi. Non per la salute dei consumatori. Ma per la tenuta del tessuto produttivo diffuso nel paese. Già, perché, ha spiegato ieri Paolo Massobrio, giornalista con un esperienza più che ventennale nel campo, dopo gli anni novanta che sono stati gli anni dell’eldorado del vino, è arrivato il 2001 e l’inizio di una crisi drammatica anche in questo settore. Che ha colpito prezzi e produttori. E insieme si sono affacciati sul mercato in maniera massiva i grandi produttori internazionali che hanno imposto prezzi stracciati (si parla di poco più di un euro franco cantina) e livelli di qualità più che accettabili. Questo da un lato. Dall’altro si è percepita la tendenza alla valorizzazione solo di alcune importanti, e già forti e ben strutturate, realtà viti-vinicole che si sono specializzate nei grandi vini internazionali a scapito delle produzioni legate al territorio e agli autoctoni. Una miopia che alla fine, soprattutto se non verrà fermata sul nascere – ha denunciato Massobrio – una certa cultura proibizionistica strisciante che si sta facendo strada in Europa e anche in Italia, alla fine potrebbe costare carissima a tutto il comparto. E soprattutto ai vignaioli che sono rimasti fuori dal grande circuito mediatico.

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