Vigneti minacciati dai capannoni industriali

(fonte L’Adige, 08 giugno 2009) – «Più vitigni e meno capannoni, bisognacontatti01 decidersi, il Trentino e la Vallagarina devono decidersi, ad imboccare questa strada altrimenti non ce la faremo», si è concluso con queste parole taglienti del marchese Carlo Guerrieri Gonzaga, che hanno suonato come qualcosa di più di un semplice invito, il convegno di venerdì pomeriggio su «Paesaggio e viticoltura in Vallagarina e in Valpolicella», organizzato nella tenuta di San Leonardo dalle due confraternite della vite e del vino, quella trentina, e quella veneta dello Snodar. L’intervento dell’autore del rosso San Leonardo (da ormai 20 anni uno dei top wine del mondo) che si è rivolto con lo sguardo «all’amico» Tiziano Mellarini, anche lui presente in sala in veste sia di confratello sia di assessore provinciale all’agricoltura e al turismo, è arrivato a conclusione della tavola rotonda moderata dal giornalista Walter Nicoletti e ideata da quello che da cinque anni a questa parte è il regista di questo evento che ormai diventata una consuetudine di inizio estate, l’avvocato roveretano Germano Berteotti. Commento a margine, quello del patron di San Leonardo, che tuttavia ha dato il senso e tirate le conclusioni dell’intero pomeriggio, durante il quale si sono alternati gli interventi del presidente nazionale di FederAgri, Paolo Bruni, di Sonia Salgari, della strada del vino della Valpolicella, e dei Giornalisti Franco De Battaglia, Fabio Piccoli, Enzo Merz,gran maestro della confraternita trentina, e Tiziano Bianchi. Numerosi contributi che hanno messo a fuoco almeno un concetto: il paesaggio rurale, ben conservato e ben valorizzato, è la premessa per qualsiasi ragionamento attorno al vino, al turismo e all’enogastronomia. Senza quel presupposto, tutti questi prodotti fanno, e faranno, sempre più fatica ad imporsi sul mercato nazionale e su quelli internazionali. Lo ha spiegato bene nel corso del suo intervento, Fabio Piccoli: «Possiamo convincere i ristoratori indiani o americani ad acquistare i nostri prodotti solo se attraverso questi riusciamo a veicolare anche l’idea del made in Italy, che all’estero ha ancora un grande valore e l’idea del nostro paesaggio rurale che ha un valore inestimabile. Siamo in ritardo, avremmo potuto e dovuto farlo prima, prima di compiere certi scempi, ma possiamo ancora farcela». Un concetto, questo, rivisitato in chiave culturale anche da Merz e da De Battaglia che, entrambi, hanno lanciato alla sala affollata delle due confraternite, come un monito e allo stesso tempo come un modello cui aderire, la suggestione dell’ultimo lavoro documentaristico di Ermanno Olmi, “Terra Madre”, ispirato all’epica dell’orto e del lavoro in campagna. «Speriamo che questa occasione – ha sintetizzato Nicoletti – sia stata qualcosa in più di un semplice invito. Ma sia soprattutto un impegno per il futuro». Un futuro che oggi vede la Vallagarina impegnata sul fronte della viticoltura più di altre parte del Trentino (4 mila ettari vitati, 60 milioni di euro di reddito prodotto ogni anno, 60 milioni di euro spesi in innovazione della tecnologia dal 2005 ad oggi, e sono solo alcuni dei numeri emersi nel convegno di venerdì), e che tuttavia è ancora prigioniera di un modello di sviluppo che fa fatica ad integrarsi: «È un discorso che vale per la Vallagarina, perché spiegatemi voi chi può venire qui ad acquistare vino, in una terra che più che abbellita dai vigneti è abbruttita dai capannoni industriali e dall’edilizia di bassa qualità, forse solo i saccopelisti e, intendiamoci, io non ce l’ho con i saccopelisti e tuttavia il loro è un turismo e una tipologia di consumatori che non porta reddito – si è sfogato ancora Guerrieri Gonzaga -, ma questo non è accaduto e non accade solo in Vallagarina è accaduto anche in Valpolicella: pensate alla devastazione paesaggistica e al disastro industriale di Domegliara che una volta era un paradiso».

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