I Dolomitici e il vigneto storico di Avio

E’ tutta una questione di carattere. E il carattere, almeno oggi nel mondo del vino, ci vuole. L’Enantio del vigneto storico di Mama d’Avio – ma si chiamerà, come del resto si è sempre chiamato, Lambrusco – sarà la dodicesima bottiglia del cartone virtuale, perchè ancora non c’è ma ci sarà, dei Dolomitici, gli undici vignaioli top del Trentino, che da qualche mese a questa parte, anche, ma non solo, per far fronte alla crisi del settore, hanno deciso di cambiare decisamente rotta. E soprattutto, perchè la rotta, loro, la avevano già cambiata da un pezzo, hanno deciso di farlo sapere. Di far sapere che la strada, quella giusta, per far rivivere, o vivere, la tradizione enologica trentina è quella della caratterizzazione territoriale. Il carattere appunto. E loro, i Dolomitici, di carattere ce ne hanno da vendere. E lo hanno dimostrato. Le operazioni in campagna a Mama, la potatura, è cominciata ieri mattina. La campagna sono sei mila metri coltivati a pergola trentina piantata all’inizio del secolo scorso, pergole di vecchia Lambrusca a foglia frastagliata che per qualche ragione è riuscita a sopravvivere alla tragedia della fillossera. Il nuovo proprietario stava per mandare al macello questo parco archeologico dell’enologia trentina, pensava – pensate un po’ – di piantare Pinot Grigio e di poterci pure guadagnare. Loro, i Dolomitici, hanno pensato di poterne fare una sorta di marchio. Il marchio del loro impegno e del loro progetto: provare, anche “per dare l’esempio anche ai loro colleghi vignaioli”, a valorizzare un vitigno autoctono senza trucchi e senza inganni. Ci hanno creduto e lo hanno fatto. Sono riusciti a stipulare un contratto d’affitto decennale con il proprietario e si sono impegnati a prendersi cura del vigneto: “Intanto cominciamo a lavorare – ha subito annotato ieri mattina Elisabetta Foradori, la regina del Teroldego granato che ieri mattina era in trincea con tanto di forbice e voglia di lavorare -, poi vedremo”. Il progetto è semplice quanto ambizioso. Intanto una certezza: “Il vino che uscirà da questo campo si chiamerà Lambrusco, perchè l’etichetta Enantio non ha mai funzionato. E’ stata un’invenzione di marketing fallimentare, lo dimostra il fatto che qui volevano estirpare il vigneto”. Ma dietro alle questioni del nome e dell’etichetta, un ragionamento che non vale solo per l’Enantio: “Se il vino deve essere rappresentazione di un territorio allora non può e non deve essere un inganno. Deve avere il carattere di quel territorio, deve rappresentarlo fino in fondo. Questo obiettivo lo si raggiunge non solo lavorando bene in campagna ma anche lavorando bene in cantina, senza trucchi e senza cedere alle tentazioni delle lavorazioni industriali che accontentano tutti ma che alla fine non accontentano nessuno”. Non a caso i magnifici undici Dolomitici hanno scelto il vigneto di Avio: “Siamo sicuri – ha spiegato ancora la regina contadina rotaliana – che questa non sia solo un’operazione che guarda indietro, che guarda alla storia e alla memoria, noi guardiamo al futuro, e il futuro, appunto, è il carattere, il carattere del vino. Questo era ed è il nostro progetto e con il vigneto di Avio siamo sicuri di potercela fare”. Una sfida, una velleità? Può darsi. Ma ieri mattina ad Avio insieme ai Dolomitici, e con la forbice in mano accanto ad Elisabetta Foradori c’erano anche Marco Zani, Eugenio Rosi e tanti altri, c’era anche la politica, dal sindaco di Avio Borghetti all’assessore provinciale alla cultura Franco Panizza fino all’onorevole Fugatti: come dire che forse anche la politica sta cominciando ad immaginare che il futuro sia questo. Un modello di agricoltura che torna alle radici e abbandona le facili, ma pericolose, infatuazioni dell’industrialismo agricolo. Vedremo. Intanto un evviva: evviva i Dolomitici. Ed evviva il loro idealismo concreto.

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