La leggenda del Gallo Nero, un’occasione per riflettere sul concetto di Terroir

Mentre sto facendo altre cose, massì i soliti caffè, le sigarette, qualche buona idea per un pezzo che devo scrivere, arriva un’email da Samanta (senz’acca). Non vi sto qui a spiegare chi sia Samanta Senz’Acca. Scrivo solo che è una splendida teatrante mezza livornese e mezza piemontese e, fra l’altro anzi sopratututto, una grande intenditrice di vini. Del resto il sangue vorrà pur dire qualcosa. Mi regala una storia: è la leggenda poetica del marchio del Gallo Nero del Chianti Classico. Per la verità me l’aveva già raccontata qualche mese fa, mentre in una giornata dai cieli di piombo camminavamo insieme per le strade di Milano, dalle parti di piazza San Babila. Se ne deve essere dimenticata di quella chiacchierata. E oggi me la racconta di nuovo. Io ve la giro, perché mi pare ne valga veramente la pena. Almeno per un paio di buoni motivi. Il primo è che questa leggenda, vera o non vera che sia, ci permette comunque di capire qualcosa in più di quella grande terra di grandi vini che si chiama Toscana. Il secondo perché racconta di quanto il vino, quando è vino, non sia solo vino. Ma sia anche, soprattutto, Terroir (so che a questa parola il mio amico Giuseppe farà salti di gioia): ovvero rappresentazione concreta e simbolica della dinamica reale che si instaura fra l’uomo e il contesto ambientale di cui è attore. Insomma Terroir come “Luogo” in contrapposizione a quello che Marc Augé classificherebbe, al contrario, come “Non Luogo”. Concetti solo apparentemente difficili su cui, sempre parlando di vino, avremo modo di tornare. Ma che introducono i preliminari di un ragionamento che varrebbe la pena di cominciare a fare anche in Trentino e nella Valdadige: come riuscire a tradurre un terroir, un luogo, in un marchio riconosciuto e riconoscibile? Bella sfida, eh. Dai cominciamo a parlarne, qui sul blog del Vecchio Carnera.

 

Intanto vi giro l’email che ho appena ricevuta:

 

di Samanta Mela

Ieri ho bevuto un chianti classico, non amo molto i chianti, e una toscana non dovrebbe dirlo, ma ogni volta che bevo un gallo nero mi suona in testa una leggenda bellissima che  mi raccontò un anziano signore molto pittoresco, scenico direi.

Ero  sulle colline fiorentine, una sera d’estate, in una vecchia e poetica osteria, che sapeva di muffa e che mai ritroverò (al tempo non ero ancora vegetariana e mangiai una pasta con le creste di gallo, divina). Durante la serata, mentre il poeticopittorescometto raccontava, continuavo a chiedermi se era una storia vera o se era una storia che usava per attirare l’attenzione, non vedevo l’ora di appurarlo, tornata a casa, cercando su internet, l’ho ritrovata, quella storia, che ha il sapore di milleduecento, già mi immagino le colline sterminate, i guelfi (fiorentini) e i ghibellini (senesi) che seguendo il loro cavaliere inneggiavano sulle colline, la mia immaginazione corre, rivedo tempi antichi e resto affascinata,….. questo per una madonna come me, è musica per l’anima. Ti dono la storia delle origini del simbolo del gallo nero, considerati gli argomenti su cui scrivi, spero tu ne faccia buon uso. Le origini di questo simbolo si possono ritrovare in una leggenda che narra delle rivalità tra i Comuni di Firenze e Siena, dovute alla contesa per il possesso del territorio chiantigiano, nel periodo medievale.Per porre fine a questa guerriglia interminabile e senza risparmi di sangue, i due comuni decisero di affidare la definizione dei propri confini ad una prova tra due cavalieri, uno con i colori di Firenze ed uno con i colori di Siena. Tale confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo all’alba dalle rispettive città, al canto del gallo. I senesi allevarono e rimpinzarono di cibo il loro gallo bianco, convinti che all’alba questo avrebbe cantato più forte, mentre i fiorentini scelsero un gallo nero che lasciarono quasi completamente a digiuno. Il giorno fatidico, il gallo nero fiorentino, morso dalla fame, spalancò l’ugula e cominciò a cantare prima ancora che il sole fosse sorto, mentre quello bianco, senese, era ancora gonfio di cibo.Il cavaliere fiorentino, svegliato di buon ora dal suo gallo, si mise subito al galoppo, percorrendo così più strada del suo rivale: quasi tutto il territorio del Chianti fu quindi annesso alla Repubblica gigliata. Leggenda o meno, la Lega del Chianti, autentica alleanza militare, creata dalla repubblica fiorentina, per unire le popolazioni dei villaggi chiantigiani in difesa delle loro terre, il cui primo statuto risale al 1384, scelse come emblema il Gallo Nero in campo oro.

PS: Posto anche una canzonetta per ringraziare Samanta Senz’Acca che ci ha regalata questa bella storia di cavalieri (e di galli) medievali  e che ci ha suggerito un’intelligente occasione di dibattito; un omaggio a Livorno, la sua città, da parte di un poeta anarchico – ma poteva essere diversamente? –  livornese. Fra l’altro, oggi, Livorno, dicono le agenzie stampa in questo momento, è una città blindata e militarizzata: le piazze libertarie manifestano contro l’arrivo in città del sindaco di Verona Flavio Tosi, invitato nella città labronica a parlare di sicurezza. Mah… Meglio ascoltarci Bobo Rondelli e riflettere sul Gallo Nero e sul terroir trentino…

 

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