Troppi decibel fanno male al vino

angelo-gajaIn Italia il vino si comunica troppo. E il rumore non fa bene al vino. Fra i rumoristi, naturalmente, mi ci metto anch’io. Dico questo leggendo una dichiarazione illuminante, rilasciata a margine delle iniziative collaterali di Vinitaly dal grande vecchio del vino italiano Angelo Gaja, riportata integralmente dal blog Vino al Vino di Franco Ziliani. Su cui, come consiglia anche il collega bergamasco, bisognerebbe avere l’umiltà, e il coraggio, di meditare. Perché se è vero che si impara sempre da tutti, da qualcuno (Gaja) si impara di più. Da qualche anno, almeno una decina, nel nostro Paese il vino si comunica anche troppo: premi letterari, premi giornalistici, blogger, giornalisti di settore, guide e guidine e tanto altro. Soprattutto tanti, e questo è un capitolo che andrebbe approfondito a parte, tantissimi finanziamenti pubblici destinati alla promozione e alla comunicazione del vino. Un mix che dovrebbe far fare miracoli al vino italiano soprattutto sul mercato interno e che invece alla prova dei fatti, i numeri del vino (volumi e valori 2010, vedi il post precedente), si è dimostrato più autoreferenziale che efficace.

Faccio un esempio. Visto che nei prossimi giorni si aprirà Vinitaly vi invito a fare un giro al padiglione istituzionale del Trentino (al centro del pad. 3), curato da Trentino SpA; non so ancora come sarà quest’anno, ma me lo posso immaginare: se l’assessorato al turismo della Provincia di Trento confermerà le scelte spettacolari delle scorse edizioni, vi troverete davanti ad una specie di monumento allo spreco più che ad uno strumento di comunicazione. Insomma qualcosa che assomiglia più alla vetrina di chi ha bisogno di strafare per dissimulare una certa povertà di idee, e di contenuti, piuttosto che ad uno strumento efficace di marketing. Più Enopark della politica e dei politici che non luogo di informazione e di servizio a vantaggio delle cantine e dei vignaioli presenti in fiera. Fate il paragone con altre regioni e altre province, a partire dall’Alto Adige, che di vino ne sanno qualcosa, e traete da soli le vostre conclusioni.

Gaja dice bene, quando sostiene che bisognerebbe abbassare i decibel attorno al settore vino e dice ancora meglio quando afferma che bisognerebbe tagliare il 50 % delle sovvenzioni pubbliche alla comunicazione e concentrare il resto delle risorse su obiettivi più qualificati e con strumenti più efficaci. E indica anche quali dovrebbero essere. Appunto da uno come Gaja c’è sempre da imparare.

Ecco l’opinione di Angelo Gaja (la domanda era “Il gap del mercato italiano è di natura economica, culturale o è un problema di comunicazione?”)

<<Un problema di comunicazione? A loro modo i produttori comunicano tutti, in Italia sono 35.000. I giornalisti che occasionalmente/ abitualmente scrivono del vino italiano sono più di 1.500. Sono più di 500 le cantine che organizzano premi giornalistici. Oltre 50 le guide che giudicano i vini.

Vino nei convegni, turismo del vino, vino in piazza, vino alla radio ed in televisione, di vino si disserta sui blog … Il mondo del vino sprizza vivacità, fa gola ai politici che sono interessati al territorio ed al turismo, alle associazioni che offrono servizi, alla finanza che vorrebbe trovare il modo di entrarci.

Ci siamo ormai abituati a questo frastuono, non sappiamo farne a meno. Siamo in molti a ritenere che parte delle sovvenzioni pubbliche destinate alla promozione vengano sprecate. C’è chi propone di farle convergere in una cabina di regia alla quale affidare il compito della promozione.

Come evitare che diventi l’ennesimo carrozzone al servizio di politici e qualche privilegiato? Chi la guiderebbe? Da dove gli deriverebbe l’autorevolezza? Sarebbe capace di lavorare nell’interesse di tutte le categorie?

Io avrei una mia ricetta: per abbassare i decibel servirebbe tagliare il 50% delle sovvenzioni destinate alla promozione del vino italiano e orientarle alla formazione di soggetti destinati a svolgere attività di rappresentanza di vini italiani sui mercati esteri; e dare maggiore impulso all’apertura di scuole di formazione di chef di cucina italiana nei paesi BRIC>>.

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