Halloween, il turismo e i commercianti di Rovereto

Sempre a proposito dei dolcetti e degli scherzetti roveretani. Le cronache dei giornali trentini, ieri, sfioravano l’entusiasmo autarchico nel raccontare del successo della tre giorni roveretana organizzata dai commercianti della città della quercia, per celebrare il rito consumistico di Halloween. Un successo, appunto. Anzi, un successone. Ci credo. E ne sono contento. Che i commercianti, con un modestissimo investimento, siano riusciti a riempire la cassa, mi pare una buona notizia. Per tutti. Per chi gioiosamente ha guadagnato e per chi gioiosamente ha speso e si è divertito. Ma attenzione, né L’Adige né il Trentino, nelle loro cronache, hanno usato questa parola: turisti. Non lo ha fatto nemmeno il presidente dei commercianti roveretani, Marco Fontanari, che pure in questi giorni si sta producendo in mille dichiarazioni, con la stessa intensità di un politico sgomitante. Immagino non lo abbiano fatto per la semplice ragione che di turisti non se ne sono visti. A meno che, non si vogliano considerare tali, quelli che dalla periferia lagarina, da San Giorgio, da Mori, o da Lizzana, si sono riversati in corso Rosmini. Sottolineo questo aspetto lessicale, per ribadire che simili manifestazioni, se fanno bene al portafogli dei commercianti e alla vivacità della città, sono indifferenti, se non dannose, all’attrattività turistica del Trentino. Come, del resto, avevo cercato di spiegare nel post di un paio di giorni fa, rivolgendomi all’assessore Mellarini, che in conferenza stampa aveva parlato di “una manifestazione che si rivolge alla comunità ed ai turisti”. Vada per la comunità (ma forse bisognerebbe interrogarsi anche sul profilo di una popolazione che diventa comunità, cimentandosi nella gestualità dello shopping compulsivo di Halloween). Comunque, prendiamola pure per buona questa idea del fare comunità. In quanto ai turisti, invece, abbiamo visto come è andata a finire: sono spariti dal lessico dei giornali e da quello dei commercianti. Ribadisco il concetto e il suggerimento: il nostro assessorissimo, per il futuro e se davvero gli sta a cuore questo comparto economico, provi a spendersi meno in questo genere di promozioni e di dichiarazioni. Magari, scelga la via del silenzio. Halloween fa male all’immagine complessiva del turismo trentino, perchè proietta all’esterno un’idea di omologazione che il turista non cerca, a cui, almeno nel tempo libero, cerca disperatamente di sfuggire. In Trentino, forse, ci si arriva per l’orso bruno, per le Dolomiti, per il Mart, per l’aria pulita, per il Marzemino e per il Trentodoc. E, infine, mettiamo nell’elenco delle attrattività anche ii mercatini di natale, pur con tutta la loro banale artificiosità. Ma mi sentirei di escludere che il turismo della nostra provincia possa trarre benificio dal sabba delle zucche. L’immagine di una terra frullata dentro la liturgia di Halloween, è il contrario dei Suoni delle Dolomiti. I turisti, li fa scappare a gambe levate, anzichè convincerli a fermarsi da queste parti. Gli esperti di Trentino Marketing, sono sicuro, potrebbero confermarlo. E magari, dare anche qualche buon suggerimento a Mellarini. Infine un’ultima nota: il presidente dei commercianti roveretani, Marco Fontanari, non riuscendo a contenere l’entusiasmo tracimante per gli affaroni  messi a segno dai suoi consociati, ha dichiarato più o meno testualmente: “Halloween non sarà cultura, ma almeno ci fa guadagnare”. Vada, lo ho già scritto, per i guadagni dei commercianti. Ma Fontanari sbaglia, e cade nel medesimo strabismo di Mellarini (del resto i due hanno passato parecchio tempo insieme ai vertici dell’Apt della Vallagarina, e devono essersi dati lezione a vicenda), quando dichiara che i dolcetti e gli scherzetti non fanno cultura. Altroché se la fanno: fa più cultura – in senso sociologico e antropologico –, l’horror show della notte dei morti, di quanto ormai sia in grado di farne la lettura dei Promessi sposi o di Foscolo. Perché le zucche arancioni condizionano i comportamenti, permeano le gestualità sociali e trasmettono formidabili, per la loro forza penetrativa, modelli di riferimento. Culturali, appunto. E questa era solo una nota a margine, per dire, caro Fontanari, che le parole, soprattutto quando si riveste un ruolo di rappresentanza, sono importanti. Molto importanti. E vanno misurate.

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