Vitienologia trentina, bella senz’anima

vini del trentino Questa mattina Angelo Peretti, direttore di Internet Gourmet, ha pubblicato un articolo, che considero interessante per le tematiche che solleva. Per questo vi consiglio di leggerlo integralmente sul suo sito. Il titolo è declinato provocatoriamente in forma interrogativa “Trentinità vinicola?”. Il giornalista racconta di aver partecipato, la scorsa estate, al banco di assaggio delle etichette trentine, in occasione della contro-mostra dei vignaioli alla Rocca di Riva del Garda (vi ricordate che avevano disertato quella istituzionale di primavera, in polemica con la cooperazione e con l’immobilismo dell’assessore Mellarini). Dunque, Peretti a qualche mese di distanza, e dopo aver fatto qualche riflessione, oggi ha affrontato di petto, e con intelligenza, il tema dell’identità del vino trentino: in cosa consiste? Come dire, cosa riesce a raccontare, al di là delle impalcature retoriche e talvolta asfissianti per quanto sono ripetitive del marketing istituzionale, un prodotto trentino, quale è la narrazione del terroir che riesce a trasmettere nel bicchiere? Peretti, fa un’analisi che condivido completamente. Anche quello dei vignaioli, nel suo complesso, è un vino che via via è andato assumendo un profilo spersonalizzato e ha assorbito, e subito, l’impronta di un modello culturale di tipo industrialista; inseguendo la perfezione tecnica, la correttezza enologica e il consenso dei gusti internazionali. Il modello di riferimento, anche per i vignaioli, in questi anni è stato quello a cui si sono ispirati gli industriali cooperativi, Cavìt, Mezzacorona e Lavis: vini che vanno incontro ai bisogni e alle richieste di un consumatore dal gusto, magari raffinato, ma standardizzato sui livelli della globalizzazione del mercato. Anche del mercato del vino. La lezione del Pinot Grigio, insegna. Naturalmente, mentre l’orizzonte dentro cui si sono mossi gli industriali, mediamente, è stato quello della buona qualità e della correttezza, ingredienti che in passato hanno garantito una buona, e talvolta esagerata, redditività alla filiera vitivinicola, quello dei vignaioli è stato, ed è, quello della perfezione e dell’eccellenza. Ma, in fondo, poco cambia dal punto di vista della filosofia di insieme che è stata sposata dagli industriali e subita dagli artigiani. Il modello cooperativo e industrialista è diventato un modello culturalmente, e commercialmente, egemone. Una monocultura diffusa anche fra gli artigiani del vino. Oggi, molto più di vent’anni fa, tutto sommato è facile trovare una buona bottiglia di vino, così come non mancano le occasioni per incontrare bottiglie che toccano l’eccellenza, anzi; ma è più difficile incontrarne una che sappia raccontare una storia, un’atmosfera, una visione collettiva d’insieme. Perchè l’insieme, anche fra i vignaioli, non c”è: c’è invece una grande e perfezionata abilità tecnica, in campagna come in cantina. Ma dentro un contesto che non vine vissuto come contesto, ma piuttosto come “nonluogo”. Probabilmente tanti grandi vini, ma senza personalità territoriale. Tante individualità, anche forti, che però fanno una sommatoria non un’insieme. Non un’esperienza corale. Il fatto è, che quel modello, oggi, è entrato pesantemente in crisi, perchè nel confronto sui mercati mondiali, ma anche su quelli interni, il prodotto spersonalizzato non è più in grado di remunerare adeguatamente la filiera agricola. Né quella artigianale né quella industriale. Peretti, pur ripromettendosi, lealmente e onestamente, di continuare ad assaggiare le etichette dei vignaioli, alla fine del suo articolo, si chiede “ma dove sta questa trentinità?”. E dichiara di non saperlo, di non averlo ancora capito. Ecco, non lo ho capito nemmeno io.

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3 Commenti

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