La coltivazione della vite in Inghilterra

Il 27 dicembre scorso, un impettito corrispondente da Londra della RAI TV ha informato durante un TG2 che a primavera verrà messo in commercio il primo Champagne prodotto in Inghilterra da una Maison francese che qualche anno fa acquisì terreni da destinare a vigneto. Sarebbe stato meglio che dicesse English Sparkling e o qualcosa del genere, mentre in video scorrevano immagini di ordinate spalliere di Chardonnay, Pinot noir e Meunier. A completare la notizia la considerazione che il tutto è stato reso possibile dall’innalzamento della temperatura degli ultimi anni e che negli stessi giardini della Regina d’Inghilterra erano state messe a dimora viti ormai rigogliose pronte anch’esse per la sfida allo Champagne.

Orbene, a parte la verifica di come siano riusciti a suo tempo ad aggirare il blocco europeo dei nuovi impianti (temo ne siano esentati), come italiano ed erede dell’antica Roma, il sussiegoso giornalista avrebbe potuto ricordare che le prime viti le portarono in Britannia le legioni romane all’epoca di Adriano, quello del famoso Vallo costruito a ridosso della Caledonia (l’attuale Scozia) nel II sec. d. C.

Fu un’emozione, infatti, anni fa a ridosso della City, sentire Miss Andrews del Wine and Spirit Education Trust enfatizzare ad un gruppo di operatori trentini  le origini romane dei loro vini, cosicché la successiva degustazione risultò più rispettosa dei British wine di quanto avrebbero meritato.

Dopo tutto, come Trento appare sullo stesso meridiano di Digione – giusto lo studio del dott. Claudio Ajelli, già Gran Maestro della Confraternita della Vite e del Vino, che dimostrò l’analogia pedo-climatica della Borgogna col Trentino al fine di avvalorarne la coltivazione del Pinot nero – così anche Londra è allineata a Reno e Mosella. Il resto lo fa la corrente del golfo che si insinua anche nella valle del Tamigi.

La storia della coltivazione della vite in Inghilterra si rifà ad origini lontanissime. Sebbene l’isola fosse stata invasa da Cesare nel 55 a.C. ed effettivamente conquistata dall’imperatore Claudio nel 43 d.C., solo nel 280 Probo Marco Aurelio darà il permesso di coltivare la vite in quella lontana marca.
Il venerabile Beda nella sua “Storia ecclesiastica del popolo inglese” del 731 fa menzione delle uve prodotte nella regione, mentre Re Alfredo il Grande, durante il suo regno che durerà fino all’899, adottò le prime sanzioni per i danni causati ai vigneti.

L’estensione capillare si verificò però nel IX secolo allorché la Chiesa introdusse il vino nel rito. Esistono altre conferme a tali specializzazioni agricole. Per esempio il Domesday Book, l’inventario delle proprietà inglesi, fatto redigere da Guglielmo I nel 1086, cita dettagli di 38 vigneti nel sud del paese.
La produzione di vino subirà comunque una serie di contraccolpi a partire dal periodo normanno, quando Enrico II d’Inghilterra sposò Eleonora d’Aquitania che portò in dote il ducato omonimo.

Da quella regione, conosciuta oggi come Bordeaux, un fiume di vino a basso prezzo, per lo più il rosso e leggero Claret, invase il mercato inglese e tale esportazione continuò sin oltre il 1451 allorché il Bordolese cessò di far parte della corona britannica. Tra queste due date, la diffusione della peste bubbonica nel 1348 che ucciderà metà della popolazione, portò grave detrimento ad una coltivazione che richiedeva molta mano d’opera.

Ma il colpo decisivo si ebbe nel 1529 con lo smantellamento dei monasteri, deciso da Enrico VIII dopo la rottura con la Chiesa cattolica: notoriamente ad ogni monastero situato in zone climatiche adatte, corrispondeva un vigneto. Seguì un lungo periodo di stagnazione, interrotto soltanto nel XVI secolo quando diventò di moda tra i grandi proprietari terrieri farsi il vino. Come oggi.

Le poche vigne rimaste fino alla prima guerra mondiale vennero, anche in quella fase, penalizzate dalla penuria di zucchero da aggiungere al mosto per aumentare la gradazione alcolica. Il revival si ebbe negli anni cinquanta quando si incominciarono ad importare in Gran Bretagna ibridi di vitigni adatti ad un clima continentale, sperimentati negli istituti di ricerca agraria francesi e tedeschi.

Oggi, 400 vigneti hanno riportato la superficie vitata all’estensione massima raggiunta nel IV sec. quando se ne andarono i Romani, con una produzione di 4 milioni di bottiglie consumate in parte da inglesi orgogliosi ed in parte anche esportate su diversi mercati.

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22 Commenti

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    1. Massarello

      Ciao Probo, oltre a quello che ho già scritto su Delphine Veissiere ti racconto una storia da marciapiede, così i benpensanti avranno da ridire: nella primavera scorsa qualcuno consigliò ai vertici della promozione spumantistica istituzionale trentina di prendersi la briga di fare un viaggio in Champagne, esattamente come altri operatori trentini avevano umilmente fatto negli anni '50. Ovviamente allora passarono la maggior parte del tempo presso il C.I.V.C, il Comitato interprofessionale dello Champagne dal quale mutuarono il modello organizzativo. Nacque così la spumantistica locale. Chi meglio di una parigina che già distribuiva bollicine francesi in Italia avrebbe potuto accompagnarli mesi fa? Fatto sta che i nostri, questa volta, il C.I.V.C. lo hanno solo sfiorato, ma in compenso sanno tutto delle grandi Maison dove è presumibile non si siano tirati indietro con le degustazioni. Infatti, di Organismo interprofessionale a Trento non si parla, mentre è cronaca dei mesi scorsi l'incarico all'ineffabile Delphine di presentare il Trentodoc a Londra. Questo è quanto.

    1. Trento-doc

      Mi scusi: avrei dovuto scrivere "la seconda voce più autorevole al mondo dopo quella del dottor Ziliani". Ho sbagliato anche a scrivere bollicine invece di champagne. Mi scusi ancora, professor ziliani. Mi scusi…

        1. Trento-doc

          Dove ho sbagliato, maestro? Un consiglio, invece di frequentare questo blog, frequenti un po' di più il Trentino, potrebbe aiutarla a capire qualcosa in più anche di Trentodoc! E non se la prenda per una semplice battuta..
          auguri!

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  5. Massarello

    Non pensavo di toccare un nervo scoperto con la mia piccola storia della viticoltura in Inghilterra: il riferimento agli operatori trentini in visita al Wine&Spirit Education Trust riguardava una missione organizzata negli anni'80 dall'ufficio di Brighton che questi avevano, stabile, per conoscere quel mercato e cercare di espandersi. Un tempo, con i pochi soldi a disposizione, si era deciso di concentrare gli sforzi solo su Germania ed Inghilterra, con due sedi esclusive a disposizione. Mi pare che oggi, invece, si vada un pò dappertutto senza insistere su un determinato mercato. Può essere che sia meglio così, ma allora, caro Trento – doc, per far tacere le critiche, basta presentare un resoconto con i ritagli dei giornali ed interviste che parlano dell'evento e qualche copia commissione di ordini fatti. Magari anche sommessamente e solo perchè si tratta di denaro pubblico, s'intende.

    1. Trento-doc

      Ma cosa ne sai tu delle copie commissione? Ma perchè le dovrebbero far vedere a te lo copie degli ordini? Ma saranno pure fatti dei soci questi? O vuoi mettere il naso anche nella contabilità dei produttori. Ma io per davvero non capisco questo vostro atteggiamento sempre critico su tutto. Adesso quell'altro se la prende anche con i nostri testimonial. Ma godetevi la vita invece di farvi cattivo sangue e disturbare gli altri.

    1. Trento-doc

      Ma ascolta Probo, ma ti pare che attraversiamo la manica per proporci in una grande vetrina internazionale e portiamo gli spumanti ossidati? Scarsa rappresentanza dici? Ma se a rappresentarci c'era uno dei nomi più autorevoli del mondo in materia di bollicine, come Delphine Veissiere? Ma lo vedi che non sai nemmeno di cosa parli. Sei spinto solo dalla voglia di criticare anche contro ogni evidenza. Quando avrai le stesse carte da giocare che ha madame Veissiere, allora puoi parlare

        1. Massarello

          Caro Probo, per saperne un pò di più di Delphine Veissiere digita http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php… dove Elisabetta Tosi fa un quadretto illuminante. L'autunno scorso lei ha interagito un attimo anche sul sito di Franco Ziliani (che non sono più riuscito a recuperare. Se ben ricordo, parlando di bollicine italiane e francesi, si era espressa in modo stroncante sulle nostre dicendo più o meno che se le cose stavano così, noi (francesi) non abbiamo di che preoccuparci! Manco dirlo, il pensiero di questa sanculotta mi aveva molto infastidito e ti lascio immaginare il mio personale disappunto quando, poche settimane dopo, appresi che l'ineffabile agenzia istituzionale trentina l'aveva ingaggiata per promuovere a Londra il Trentodoc. Orbene, se le cose stanno come sono giunte a me, ci sarebbe molto, ma molto da preoccuparsi. Magari l'informatissimo amico Trento-doc è in grado di darci qualche ragguaglio in merito.

          1. il commento, dell'11 gennaio 2011 diceva testualmente: "Caro Franco,

            credo che il discorso sia ben complesso che questa ormai “tradizionale” e faticosa rivalità Francia-Italia. Prima di tutto non credo che tecnicamente si possa parlare di ripresa visto che prima i magazzini italiani sono stati smaltiti da volumi invenduti. Sarà solo una ricostruzione del “magazzino” minimo da tenere in casa per poter rispondere al mercato (1) e (2) avere un minimo di volumi sui nuovi vintage. Per quanto riguarda il metodo classico italiano vs. champagne niente da temere??? … si e no. La sfida non è li. delphine". E mi sembra un commento su cui non ci sia nulla da ridire..

    1. Trento-doc

      Ma che cosa ne sai tu che la presentazione di Londra è stata un flop? Su questo blog fate asserzioni senza dimostrare nulla? Chi te lo ha detto che invece non sia stata un ottima vetrina internazionale per il nostro trentodoc? Perchè continuate a criticare ogni iniziativa forse perché siete invidiosi.

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