Un partigiano della verità e un partigiano del vino (vero)

Mi sembra che su questo blog ancora nessuno abbia voluto ricordare la scomparsa, avvenuta ieri, di un grande (anti)italiano, Giorgio Bocca. Di cui sono sempre stato, e sarò ancor di più in futuro, un attento e affezionato lettore. Per questo mi permetto di postare qui, una breve ma illuminante riflessione sulle mode del vino modaiolo che Bocca firmò nel 2006 per il Venerdì di Repubblica. Grazie e scusatemi ma volevo in qualche modo ricordare questo intellettuale, al cui pensiero e alla cui lettura anche io mi sono formato.

 

IL PATTUME DI QUESTA CALDA ESTATE

Ho ordinato come ogni anno il vino bianco del Friuli e non è più quello; ora che il vignaiolo è morto e l’azienda è passata ai figli, non distingui più un vino dall’altro, tutti lasciano un bruciore di stomaco prima sconosciuto. E questo è il bello o il brutto della cultura del vino in Italia, che se non le stai dietro ogni vendemmia, ogni pigiatura, ogni lavorazione del mosto, hai delle brutte sorprese. Perché i vecchi muoiono e i figli tagliano la fatica e le cure, fanno disegnare le nuove etichette, organizzano le presentazioni invitando un attore o un cantante e la pulizia del vino va a farsi benedire.
E’ scoppiata la moda del vino in Italia: e quando scoppiano le mode, è la confusione generale. Il paese è pieno di mostre, feste, cerimonie in cui folle i concittadini, fino a ieri astemi, fanno ruotare il vino nei calici di quel maestro vetraio austriaco senza i quali non c’è vino di qualità, non fai in tempo a versarglielo che lo guardano dall’alto e dal basso, in trasparenza, ad occhio incollato al bicchiere o a braccio teso. E poi lo odorano, lo girano e rigirano come se avessero passato la vita a fare il somelier. E ogni mese c’è una nuova moda, del vino siciliano, di quello umbro, tutti lavorati in modo da essere irriconoscibili rispetto ai bianchi meridionali più fini di un Tocai, o a quelli della Franciacorta più essenziali degli champagne. Ci sono delle macchine che danno al vino la gradazione alcolica che si vuole, di tredici, di quattordici gradi, che un tempo erano vini da dessert. E’ successo nei vini come nelle medicine, come nei libri, come in tutto: abbondanza e imbonitura. Ogni giorno il bestseller americano che ha venduto un milione di copie, ogni giorno qualche allegra ragazzina di provincia che racconta i suoi amori.
Nella calda estate, sui giornali la band di strimpellatori e di urlatori si moltiplicano, la demenza dei festival-bar straripa, la televisione immondizia non dà tregua, non solo per quello che è, ma per quello che minaccia di essere: i matrimoni dei ricchi, le feste con seicento invitati magari in concorrenza la stessa sera, andiamo dai Tronchi Gruviera o dal meccanico miliardario di Verzuolo, invitiamo qualche onorevole o qualche figliola della tv e, magari, qualche giornalista che lavora a pagamento per i servizi segreti, come quel “fonte Betulla”. Numerari dell’Opus Dei sequestrati per affari sporchi, alti burocrati sportivi processati per corruzione, mariti omicidi che buttano la moglie pugnalata in un cassonetto: nessuna differenza fra la cronaca bianca e quella nera.

GIORGIO BOCCCA

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7 Commenti

  1. Probo

    Era come Bartolo. No barrique,no Berlusca. E ancora: star male a vendere barolo ai krukki. Figli di quei nazisti che nel 44 ci sparavano. P.S bartolo era il mitico mascarello

  2. Elisabetta

    Che bello leggere questa parola: PARTIGIANO. Grazie a chi ha postato questo articolo e ha fatto questo titolo. Io non so niente di vino – sono astemia -, ma leggere una cosa così fa piacere. In mezzo a tutte queste mediocrità e a questi festival dell'effimero, questa lettura è come aria fresca e balsamica. Grazie Giorgio!

  3. Arnaldo Benuzzi

    Poche righe per fare una fotografia perfetta della società contemporanea degradata. Non solo nel campo del vino. Un grande giornalista e un grande anti-italiano. Un grazie a chi ha avuto l'idea di pubblicare questo vecchio articolo.

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