D’Artagnan-Fronzan e la svolta inesistente del vino trentino

imageConsorzio Vini, è l’ora della svolta. Titolava proprio così il Trentino del 24 febbraio per raccontarci del rinnovo delle cariche nell’organismo che pretende di guidare le sorti del settore vitivinicolo trentino. Non abbiamo ragione di dubitare della correttezza del cronista nel riferirne i contenuti; lui solitamente così allineato, ancorché disponibile nel dispensare auspici e curiali raccomandazioni.
Novità? Praticamente nessuna, o all’opposto, c’è di tutto a cominciare dalla riconferma dell’avvocato Fronza alla presidenza. Quello delle “squallide brughiere di Franciacorta”, ricordate? Vecchia regola quella di adombrare un nemico lontano per esorcizzare le difficoltà interne. Evidentemente in un Trentino ingessato, funziona ancora.
Facile agli annunci, stavolta il nostro vede “la necessità di un serrato confronto in quanto le nostre ragioni per contare di più  sulle strategie del comparto vino ci sono assegnate per legge”. Confronto con chi? Con la Provincia di Trento? Con la Camera di Commercio che da anni promuove (si fa per dire) l’immagine dei vini trentini senza preoccuparsi del parere degli operatori interessati? Certo, per lui il confronto finisce lì, mentre il confronto vero lo avrebbe dovuto avere da tempo proprio con la compagine degli operatori per produrre un energico piano di rilancio compartecipato nelle spese.
Ma lì è calata pesante la pax trentina del “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare“ di virgiliana memoria.

A nome di Cavit l’ingegner  Orsi conferma, intravvedendo nel Consorzio Vini “il ruolo strategico proprio per recuperare quell’unità d’intenti che è indispensabile al settore in un momento di difficoltà come quello attuale”.
Ma che dice? Ci è o ci fa?
L’unità d’intenti per uscire dalla crisi, con la formula che vedremo sotto, è pura utopia anche se la Provincia dovesse coprirli di contributi.

Dopo aver lamentato la sofferenza del mercato per la concorrenza di vini di qualità inferiore e lo scarso consumo dei nostri, l’avvocato se la prende con Sait e Famiglie cooperative che privilegiano ciò che vien da fuori non potendo, i suoi, competere sul piano dei prezzi per i costi alti, per la ridotta superficie unitaria delle aziende e per l’età troppo avanzata dei viticoltori.
Sermone già sentito, trito e ritrito: dov’è la novità?
La novità sta nel miracolo che in questo tragico scenario “il sistema trentino è riuscito ad archiviare la vendemmia 2010 con un prezzo medio liquidato di 78 € al quintale d’uva, nettamente superiore alle altre realtà italiane“. Un clamoroso paradosso di un teorema che questo blog ha già denunciato, ma che converrà riprendere quanto prima.

La chiusura del resoconto giornalistico – quelli degli altri media non sono da meno – ricorda che il rinnovamento del CdA riguarda due successioni da padre in figlio (da Fabio a Claudio Rizzoli) e da zio a nipote (da Mauro a Marcello Lunelli) con un po’ di new entry e confermati. Tutti e comunque cooperatori, al di fuori degli isolati Endrizzi per i commercianti e Balter dei vignaioli.
Misurati i bicipiti, i rapporti di forza sono salvi: la presidenza con 7 cooperatori contro solo 3 privati ai quali è stata tolta anche la presidenza del collegio sindacale, passata a Chizzola F. della Cantina di Mori.

Ecco, parlare di unità d’intenti in questo scenario rasenterebbe la spudoratezza se non si conoscessero i tre … moschettieri in salsa atesina.

Un condimento, appunto, e nulla più.

Quanto bello e quanto utile ed opportuno per un Trentino in crisi sarebbe stato, invece di subire l’aulico lamento del Fronza, sentire che c’è finalmente un progetto nuovo, un coinvolgimento di tutti gli operatori vinicoli con l’esercito dei viticoltori, quelli sì guardiani e giardinieri del vigneto, in pari dignità uniti come un sol uomo in difesa del territorio e delle sue denominazioni!
Invece, nemmeno rinfrescata perché ormai pleonastica, riecheggia solo l’eco del diktat degli oligopoli cooperativi in favore della mono-varietà
S.A. Illustrissima il Pinot grigio con paggetto d’onore (pardon, di disonore) il Cav. Chardonnay i cui figli sparsi in fondovalle stanno per esser sostituiti dai virgulti di S.A. Illustrissima, accreditati di migliori performance.
E’ così, alla D’Artagnan-Fronzan che si prepara il duello a fil di spada per chi oserà contraddire il verbo rotaliano. Avanti tutta con il grigio!
Che c’entra la denominazione? Che c’entra la DOC? Mai nominata, nemmeno per sbaglio. E’ tutto un parlar di contributi e liquidazioni, di seggiole e potere.

Spes ultima dea: fra 3-4 mesi, a detta del Mella, dovrebbero (dopo due anni, diconsi ventiquattro mesi, il condizionale è sempre più d’obbligo) venir alla luce i documenti programmatici delle due commissioni all’uopo incaricate. Sarà interessante vedere come riusciranno a quadrare il cerchio dell’interprofessione con due poli sbilenchi come  quelli del Consorzio Vini, con una visione strabica fra varietà di vite e denominazioni d’origine,
con l’insofferenza palpabile dei consumatori abituati da tempo a cambiar referenze di fronte al caos organizzato in salsa trentina, ben diverso da quello pimpante del Trentino che fa rima con vino di vent’anni fa.

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4 Commenti

  1. lagaria lagaria

    Forse il trentino sarebbe qualcosa di migliore: come lo è la toscana con il san giovese, il piemonte con il nebbiolo, la sicilia con il nero d'avola… devo continuare? Il fatto è che esistono tanti mercati e ciascuno sceglie la propria via al mercato. Il trentino ha scelto quella piu facile e piu rapida e piu remunerativa almeno nel breve medio peridodo. Ma facendo questo ha abdicato alla coltivazione e alla tutela del proprio profilo.

    Pensaci antonio, pensaci.

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