Trentodoc: le (nostre) risposte all’intervista inesistente

intervista-alla-sottoscritta-su-anime-nomadi--L-eVYcxaOgni tanto i Cosimi si incontrano fra di loro. Di solito di notte. Per fare il punto della situazione, per perdersi nei ricordi e, naturalmente, per far fuori allegramente qualche bottiglia (di Trento). L’ultima volta è capitato ieri sera. C’eravamo quasi tutti: mancava solo il Cosimo milanese, inchiodato a letto da una brutta influenza. Comunque, c’eravamo noi: gli altri quattro. Ad un certo punto, verso la fine della seconda bottiglia di Trento (un ottimissimo Methius), ci siamo detti: perché non facciamo un gioco di ruolo. E non proviamo, noi, a rispondere alle domande che abbiamo rivolto, inutilmente, al vertice di Trentodoc. Insomma, una specie di psicodramma di gruppo; ciascuno di noi ha dato le sue risposte alle singole domande. Tralasciando intenzionalmente le prime due, perché ci sembravano troppo personali e l’esercizio avrebbe necessitato di una lucidità che ormai, alcol test alla mano, non possedevamo più. Poi le abbiamo confrontate una ad una (ma tant’è: a parte le sfumature lessicali, erano tutte uguali) e infine le abbiamo mescolate e rimescolate insieme. In poche parole abbiamo fatto un pastone di tutto, del resto eravamo già alla fine della terza bottiglia, questa volta uno splendido Letrari Pas Dosè che ancora, anche oggi, mi si rigira pastosamente e gioiosamente in bocca. E questo è stato il risultato.

 

1) Dottor Piccoli, come la devo chiamare: direttore? Formalmente quale è il suo incarico in Trentodoc?


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2a) Se sì: quali sono i suoi programmi? Sono quelli della Camera di Commercio? O quelli di Trentino Marketing? Glielo chiedo perché per ora l’abbiamo vista impegnata solo sul terreno della promozione e ci pare che i risultati (vedi indagine demoscopica di novembre 2011: marchio conosciuto dal 23 % degli italiani contro un 70 % che conoscono Franciacorta) non raccontino di una penetrazione del marchio consolidata sul mercato domestico ne su quello esterno. Cosa ne pensa?
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2b) Se no: Non crede che l’organismo di riferimento della spumantistica classica trentina che crede, a ragione, di essere la prima d’Italia, si meriti una direzione? Chi dirige allora l’Istituto, oltre a Zanoni che ha fatto fin qui solo un bel discorso d’insediamento, ha scritto una lettera aperta a Ziliani e ha rilasciato un’intervista al quotidiano Trentino?

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3) Che cosa è l’Istituto di Tutela Trentodoc? Quando è nato, come è composto, chi lo finanzia?
Senta, Cosimo: noi non abbiamo un sito nostro, avendo anni fa lasciato fare a Trentino Marketing che ci aveva proposto il marchio Trentodoc da veicolare, a loro spese e con la nostra collaborazione. Un brano della nostra storia lo si può desumere dal sito della Strada del vino e dei sapori di Trento e Valsugana laddove, dopo l’epopea di Giulio Ferrari si dice: “A seguire, negli anni ‘60 nascono sempre più aziende fino a fondare nel 1984 l’Istituto Trento D.O.C. Metodo Classico. Lo scopo è promuovere e tutelare la qualità, l’origine, il metodo e la diffusione dello spumante di sicura origine trentina ottenuto con il metodo classico champenois. E’ composto da Enrico Zanoni presidente, Carlo Moser vice, consiglieri Luciano Lunelli, Andrea Pisoni, Alessandro Dini, Matteo Lunelli, Lucia Letrari e Luca Rigotti. Per il finanziamento attendiamo che la Pat definisca il budget 2012, ma siamo disposti a co-finanziare le attività imponendo una quota per bottiglia prodotta.
 
4) Quale è il suo bilancio, quanti soldi ha fatto girare nel 2011? Quale è la previsione per il 2012?
A questa domanda, su due piedi, non riesco a rispondere compiutamente perché nessuno mi ha ancora fornito i dati; ma appena saranno disponibili non mancherò di comunicarli, perché non ci deve essere alcun segreto.
 
5) Quali sono secondo lei gli obiettivi, le strategie e le principali azioni (di tutela e valorizzazione) da impostare per un comparto che aspira alla leadership nazionale?
A proposito di leadership nazionale, qualche settimana fa il patron di Franciacorta, sul Corriere del Trentino, ha bocciata la sua proposta di avviare un’azione promozionale comune. Ha parlato di prevalenza dei territori rispetto al metodo, lei cosa ne pensa?

Gli obiettivi sono quelli della valorizzazione della denominazione “Trento”, interagendo strategicamente con tutti gli associati orgogliosamente uniti attorno al marchio territoriale che funga da cognome per ogni singola marca aziendale. Per la “tutela” metteremo mano al disciplinare di produzione e per la “valorizzazione” cercheremo di metterci la faccia noi assieme ai testimoni che ci crederanno al di là del loro cachet. Fatto questo, e  nel rispetto di tutti, proporremo alle altre zone produttrici del classico tradizionale eventuali azioni in comune per affermarci più facilmente sui mercati.
Zanella ha ragione: attorno al tavolo ci dovrebbero stare solo quelli dei territori classici di produzione essendo metodo e varietà appannaggio di tutti.

 

6) Pensa di lavorare per raggiungere la DOCG per il Trento? E in questo caso che fine farebbe l’investimento d’immagine su Trentodoc?
In un sistema moderno, DOC e DOCG per determinati prodotti, si debbono ormai dare per scontati. Dovremo pertanto, passare in fretta alla DOCG di fatto, trovando soluzioni intelligenti ed altrettanto remunerative per i surplus. Sapendo che non tutte le ciambelle riescono col buco.

7) Essendo gli investimenti verosimilmente importanti ed avendo sentito di una disponibilità delle Case a co-finanziare le iniziative, come pensa di organizzare il meccanismo di corresponsabilità finanziaria?
Il co-finanziamento era già in uso in passato ed accanto ad una quota fissa uguale per tutti c’erano quote variabili a scalare, come dice lei, per i produttori più grossi.
Mi dicono che anche allora il problema non era la contribuzione in quanto tale, ma lo spirito di corpo e la qualità delle azioni proposte. Dobbiamo tornare a quel clima.

 

8 ) La compartecipazione alle spese vedrà Ferrari (che ha quasi i due terzi delle bottiglie) leader anche nel finanziamento, anche se immagino ci si dovrà inventare una contribuzione scalare, questo lo vede o meno come problema?
Ripeto quello che ho appena detto: bisogna tornare a quel clima virtuoso; le contribuzioni scalari allora non saranno un problema.
 
9) Torniamo alle questioni di contenuto. Non crede sia urgente, al di la della Docg, comunque lavorare per una revisione strutturale del disciplinare che introduca paletti severi soprattutto a riguardo delle aree di coltivazione? Oggi il Trentodoc, più che essere un remuage di montagna, a guardare il disciplinare, risulta più essere un perlage di fondovalle o al massimo di collina. Che ne pensa?
La montagna per il “Trento” è un plus che altri non hanno per cui non vi si può rinunciare; auspico che nel nuovo disciplinare si introduca una quota altimetrica prevedendo, come detto, una denominazione alternativa per i produttori che hanno vigneti al di sotto di quella quota.

10) Come considera il ruolo della cooperazione, radicata soprattutto nel fondovalle, nella produzione di Trentodoc? Lo considera una risorsa o un limite? Vedo, per esempio che nel 2011, Nosio ha ridotto in maniera consistente la vendita di metodo classico. E’ una tendenza?
La cooperazione ha un ruolo strategico nella produzione, mentre è strategico il ruolo dei privati (o meglio: l’approccio da privati) a questo particolare mercato.
E’ un discorso un po’ complesso, ma storicamente risolto con successo fin dall’inizio del secolo scorso in Francia dalle Maisons de Champagne e da Vignerons et Coopératives de Champagne con il C.I.V.C., il loro Comitato Interprofessionale.
 
11) Oggi in Trentino, l’area del metodo classico, e lasciamo perdere gli Charmat, è coperta da Trento DOC, da vini VSQ e da IGT delle Dolomiti. Questa pluralità è un limite o una risorsa? Non crede sarebbe il caso di fare ordine soprattutto per rendere la vita più facile al consumatore?
Il riordino nel “Trento” potrà semplificare il panorama delle denominazioni e delle indicazioni geografiche in modo da chiarire le idee anche al consumatore.
 
12) Come è ripartita oggi la produzione di metodo classico in Trentino? Quale la quota di Cavit, quale quella delle Cantine sociali, quella di Nosio e quella degli spumantisti artigianali?
Sappiamo che la maggior parte della produzione locale è di Ferrari, una gloria nazionale. Una quarantina, cooperative comprese, sono le altre Case. Cominciamo a chiamarle e considerarle “Case” (appieno) e vedrete che si instaurerà un clima utile e proficuo per tutti, dove i numeri valgono per quello che valgono, come in Champagne, ma nulla più.
 
13) Dove e come si vende oggi il Trento? Quali le quote di vendita domestiche, quelle italiane e quelle internazionali?
Se quasi i due terzi è Ferrari, basta vedere la loro performance. Tutti gli altri debbono – chi più chi  meno – migliorare su tutti e tre i mercati. Enfatizzando di più e meglio il “Trento”.

14) Ultima domanda. Mi permetta una provocazione. Ma secondo lei i trentini amano il metodo classico? Glielo chiedo perché noto che hanno affidato la presidenza dell’istituto ad un cremonese, la direzione (il suo incarico), ad un bravo giornalista veneto come lei, e si dice in giro che l’area web verrà affidata a due bravi blogger lombardo-veneti? Insomma, dove sono i trentini, bravi produttori, ma pessimi dirigenti di se stessi?
Il compagno Deng diceva che non è importante il colore del gatto, importante è che acchiappi i topi. Speriamo che questi non continuino a ballare …

15) Dimenticavo… lei che è un grande comunicatore del vino, cosa ne pensa di questo blog?
Giunti a questa domanda, i Cosimi, improvvisamente, sono usciti dal gioco di ruolo. E sono tornati ad indossare i loro panni. Autocelebrativi. E si sono risposti che questo blog a loro piace. Un sacco. Forse loro, i Cosimi, non saranno dei comunicatori di successo, però smentendo ciò che aveva paventato tempo fa un’arguta commentatrice (qui), per fare questo compitino non ci hanno impiegato il tempo “di un viaggio intercontinentale”, ma poco più di mezz’ora… e qualche bottiglia di ottimo Trento.

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3 Commenti

  1. Wyatt Wyatt

    …beh che dire…più che il vestito o guardare quello che lo indossa, c'è da chiedersi come mai, da anni oramai, non siamo ancora in grado di gestire un marchio come quello del Trento medodo classico; prima Talento, poi Trento, ora Trentococ ecc. ecc. aumentando la confusione tra i consumatori. Franciacorta o Prosecco lo conoscono quasi tutti, paradossalmente le bollicine trentine no. Mai nessuno che in alcuni bar anche di livello, chieda un "Talento" (ma chi ha inventato il nome?) un "Trento" tanto meno un "Trentodoc"….e si che in Franciacorta, pur avendo mediamente prodotti inferiori ai nostri (anche nelle punte), sono riusciti ad autodisciplinare la produzione e soprattutto ottenere la DOCG (per quello che vale). Possibile che non si riesca a pianificare il settore? Ad avere una visione di lungo termine, soprattutto legata al territorio e non al metodo, che ponga le basi per una rinascita (più che rinascita forse è meglio parlare di emersione) delle bollicine trentine?

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