Piano Vino: due idee due per cominciare a fare sul serio

5377282685_0a74df190c_bSono passati alcuni giorni dalla presentazione delle linee strategiche per la produzione e la promozione dei vini trentini tenutasi a San Michele e, se non fosse che mi sono impegnato a tornare sull’argomento, oggi mi asterrei volentieri. Sarà il tempo uggioso, mi sento nauseato. Penso di aver stancato abbastanza, ma uno stimolo mi rimbalza all‘orecchio: “Perché t’arrabbi? Cosa t’importa?” Domande piovutemi addosso a fine incontro da uno dei pochi direttori di cantina sociale presenti dopo uno sdegnato commento che senza ritegno avevo appena esternato.

Sono fra coloro che credono che la crisi economico finanziaria mondiale non sia da imputare tanto al capitalismo degenere o al materialismo imperante, quanto all’indifferenza. Soprattutto ai grandi temi. Specialmente nei giovani. Gli squali navigati, infatti, si presentano agli incontri programmatori sostanzialmente per carpire il modo di mantenere le redditizie posizioni, mai una domanda, mai un’obiezione. Nemmeno più i mugugni per i quali i trentoni andavano famosi. Nulla. Tutti al brindisi finale con tartine ed assaggi di prodotti tipici.

E per dirla tutta, nemmeno la parola discontinuità invocata dal professor Scienza mi piace. Discontinuità da cosa? Da un passato tutto da buttare? Non scherziamo sulla pelle dei viticoltori. Professionisti come pochi.

L’unica discontinuità da caldeggiare è quella dalle parole al vento, dalle minestre riscaldate, dalle strategie che poggiano su analisi di comodo accuratamente evitando di affrontare a monte i pochi, ma stretti nodi che da anni bloccano il settore.

Ridotti all’osso, i nodi rimangono due: separazione delle attività industriali di Cavit dalle attività territoriali (di competenza dei primi gradi) e rifondazione di un organismo interprofessionale e paritetico fra categorie. Due argomenti talmente caldi che le due Commissioni provinciali (al lavoro da dic 2011) si son ben guardate dal toccare. Si sarebbero bruciate pure loro come si erano scottati in precedenza i 4 saggi (ago 2011), e prima dei saggi la mai nata cabina di regia, o consulta che dir si voglia (apr 2011), e prima ancora la FEM con il Dossier vino (nov. 2010), UDIAS (sett. 2010), fino al Piano Pedron (ag. 2010). Per non indietreggiare oltre.

Perché Cavit? Perché rappresenta i due terzi del sistema con la sua rete di cantine associate. Le altre, su un progetto illuminato, dovrebbero seguire o smetterla di fare il pesce in barile.

Di conseguenza, e ci ripetiamo, nell’interprofessione tornerebbero gli equilibri di un tempo, con tutti che tirano in una sola direzione.

Ed a quel punto, ma solo a quel punto, si dovrebbe iniziare a discutere se le linee strategiche della produzione e della promozione vanno bene come sono state proposte. Di buono c’è che nessuno le ha discusse, né la discussione era in programma.

Siccome in apertura di ragionamento il dramma era l’indifferenza, non ce ne vorrà il governatore Dellai se ricordiamo qui che al recente Vinitaly anticipò che i due gruppi di lavoro (le commissioni tecnica e promozionale) avevano svolto egregiamente il loro compito, elaborando due documenti concreti e molto impegnativi, che nei giorni seguenti sarebbero stati condivisi con tutti gli operatori e avrebbero rappresentato (per la Provincia) l’inizio del rilancio ed il rafforzamento del settore vino!

Continuo a credere di aver visto un altro film.

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4 Commenti

    1. Caro Claudio, per attività industriali intendo la commercializzazione delle decine di milioni di bottiglie di vini soprattutto extraprovinciali che Cavit (e in misura minore altre coop) imbottigliano per il mercato globale. E’ ovvio che questo business va mantenuto e magari anche incrementato. Questo impegno ha però messo in secondo, molto secondo, piano lo sforzo per consolidare e sviluppare le tipologie trentine che dovrebbe stare in capo ed a cuore delle cantine di primo grado. Queste ultime hanno preso la scorciatoia del guadagno più facile, ancorchè più effimero. Ripristinando il Consorzio delle cantine sociali si potrebbe rilanciare una politica di territorio (idem Alto Adige) lasciando il marchio Cavit per il mercato globalizzato. Facile dedurre che una promozione del Pinot grigio trentino non sia, in questo contesto, la prima cosa da fare. Lo è solo se si continuerà a “pinotizzare” questo meraviglioso territorio dove la natura e la capacità dell’uomo avrebbero regalato ben altra tavolozza di colori, profumi e sapori. Questo, a mio modesto parere, sarebbe stato il tema attuale delle due Commissioni provinciali, ma si è preferito rinviare ancora una redde rationem inevitabile.

  1. il grillo parlante

    … tieni duro, capisco che l’ambiente “putrido” nel quale hai scelto di muoverti possa essere causa di acidità di stomaco se non peggio, ma il tuo blog ci permette di riflettere su quanto sta accedendo nel mondo del vino Trentino. Sono sempre più convinto dell’ineguatezza dell’attuale (ed ormai obsoleto) staf dirigenziale incapace di valorizzare il marichio territorialele negli anni di vacche grasse ed ancor piu ora. La scelta politica di accontentare chi si arrabbia e scaricare le proprie responsabilità sui soliti “esperti” che seguono l’onda ed il vento polititico che spira, piuttosto che proporre un piano esclusivamente tecnico-commerciale non servile.
    Piccolo stimolo alla polemica: voci nuove anche fra i nostri giornaliti ed un maggior interesse verso chi opera nel settore con professionalità e competenza (agronomi ed enologi).
    P.S.: ritengo che per degustare, valutare e quindi pubblicare un giudizio su un vino sia necessario prestagli la massima attenzione, nell’ambiente ideale e confrontandolo con un vino parametro ben conoscituto dal degustatore stesso. Altrimenti limitarsi ad un sobrio: in quel momento mi è piaciuto o meno.

    1. canarino Titty

      intanto a Sporminore su un santino pubblicitario DI AGRITUR…. compare il logo la firma la marca il nome……. colesel mi pare tipica prod.trentina…… DI PROSECCO…..ai agritur….ai Babbo NATALE mELLA aI CONTRIBUTI PROVICIALI……. viva DURNJ….. AI AI AI

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