Un Uomo – 2

*di Anonimo – Per me da piccolo il vino era l’unico orizzonte possibile, nato in cantina come mio padre, lui giocava tra le botti io tra le tristi vasche in cemento ma, per me, casa gioco felicità. Ho imparato a farne un mestiere solo molto più tardi ed ancora questo dualismo mantiene separato il mio sacro dal profano: il vino per me, ancor’oggi, non serve a far soldi, il vino e’un altra cosa.
Il vino era rosso.
Il vino bianco non esisteva, e’arrivato con i soldi negli ultimi anni.
Odore di vinaccie rosse, pressate nei torchi. Montagne di bucce nelle vasche illuminate dal musarel, sudore alcolico di uomini magri spalatori in miniere alcoliche. Giorni interi in un cubo asfissiati dall’afrore umido, caldo, inebriato a forcare vinaccie fuori dalle bocche della vasca di fermentazione.
Mia madre e tutte le madri, le mogli a portar caffè d’orzo, lenitivo, scaramantico gesto di un amore umile, totale.
Poi il vino da travasare e il mare di feccia nei fondi delle stesse vasche, altri odori stesso loculo amato ed odiato divenuto freddo gelido: le mani spaccate a spinger fuori il fondo ancora denso di vino per filtrarlo lentamente. Mesi di novembre dicembre gennaio nel fango rosso, pastoso, scivoloso del mare di feccia che mi circondava. Silenzio durante questi giorni dei morti nel pulire il filtro, rito serale e mattutino. Nel lavare le vasche rosse di tartaro al travaso, invece, si cantava o si fischiava e l’eco faceva compagnia e pareva, li dentro, di essere in coro.
Poi su per la scala e, messa la testa fuori, il lampo di luce stordiva: io, te lo confido, tante volte avrei preferito tornar giu.

Poi e’ arrivato il pinot e ci ha rubato il cuore.

Ma questa e’tutta un’altra storia.

* Arrivano quotidianamente parecchie email a questo blog. Qualche volta, come in questo caso, penso sia utile pubblicarle. Mantenendo rigorosamente l’anonimato sull’identità dell’autore, quando non sia espressamente autorizzato il contrario. Quello che avete appena letto è il testo di una emal arrivata oggi pomeriggio, poco dopo la pubblicazione del post dedicato ai Non Luoghi del Pinot Grigio. La pubblico: sperando che l’autore non me ne voglia. Mi pare spieghi, oltre mille parole e mille analisi, il concetto forte di luogo. E quello di non luogo.

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5 Commenti

  1. castigamattacchioni

    A Cosimo: la prima strage si è consumata sull’altare della spumantistica con lo chardonnay a spese della schiava e della nosiola.La seconda sempre a spese della schiava ad opera del Muller-Thurgau, la terza meno sanguinosa perché fatta sulle smidollate lambrusco merlot e chardonnay di piano ,oltre fichi prugne e mele, ad opera del pinot g.
    Come vedi di vivo non ci è rimasto più nessuno ma tant’e schiava e nosiola non piacciono comunque.
    Evviva il trentodoc!!

    1. Cosimo Piovasco di Rondò

      Mi sembra corretta la tua ricostruzione castigamatti. Ora bisognerebbe chiedersi se l’abbinamento chardonnay-pinot nero/metodo (classico) possa essere un descrittore corretto…un identificare forte… e qui si apre un lungo discorso…..credo

  2. castigamattacchioni

    Ha ragione, il Pinot negli anni 80 lo hanno messo dappertutto senza rispetto per la vocazionalita dei luoghi, spiantando mele, susine e altre uve.Bisogna dire però che quelle uve rosse che probabilmente c’erano prima nel fondovalle erano comunque di scarsa qualità perché la valle dell’ adige per poter essere piantato a viti deve avere 2 caratteristiche in concomitanza:un terreno asciutto(sabbioso o ciottoloso) e già qui si restringe di molto il campo, e un’esposizione sud del territorio non ostacolata dalle elevate pareti di dolomia che si protraggano nella vallata.Le zone che rispondono a queste caratteristiche sono ben poche, possono essere la conca di Bolzano, la chiusa di Salorno versante sud, la piana rotaliana , la conca di Trento urbanizzata e quella di Rovereto. Tutto il resto sono vigna da spiantare per altra coltura, come del resto già hanno fatto in alto Adige.Il problema non è il vitigno ma la zona.Ricordo a tutti che negli ultimi 30anni in Val d’Adige a sud di Trento, dove alberga metà della produzione vinicola trentina, hanno cambiato totalmente varietà di vite piu’volte da schiava a lambrusco a merlot a cabernet a marzemino chardonnay e finalmente ora a pinot ma il risultato è sempre lo stesso :un vino senza identità e di qualità discutibile.Non mi dilungo oltre , tanto non si vuol capire e dagli errori passati non si impara nulla.Un saluto e uno spunto a tutti.

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