Il sogno cooperativo

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Segnalo un articolo comparso qualche giorno fa su Imperial Wines, intitolato “Il sogno di una Coop”. Il racconto dell’incontro con una cantina sociale sud tirolese, diventa occasione per esprimere un giudizio severo sull’ultimo ventennio della cooperazione vitivinicola trentina. Un intervento serio e moderato, che pur con toni molto diversi, e molto più composti, rispetto a quelli usati solitamente dai Cosimi, coincide esattamente con quello di Trentino Wine. Buona lettura!

. Il sogno di una coop

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21 Commenti

  1. Claudio Claudio

    Ho letto il bel articolo di Imperial Wines. Devo dire che ogni volta che mi imbatto nell’accostamento con l’Alto Adige mi viene spontanea una smorfia. Siccome negli ultimi due lustri è accaduto di frequente, da un po’ di tempo ho anche cominciato a temere per i miei connotati (per le rughe qualche rimedio c’è ma per le smorfie da AA ancora non ho trovato nulla). Per il Trentino voler essere uguale all’Alto Adige mi sembra razionale come per l’Italia volere essere come la Svizzera. Basterebbe fare una breve pausa di riflessione su un qualsiasi dettagli. Prendiamo gli stili architettonici per esempio. L’Alto Adige si ispira allo stile moderno, luce, acciaio e cristallo. Stile e valorizzazione della natura circondante. La cantina di Tramin come la Selimex di Laces o i Giardini Trauttmandorf di Merano, tanto per gradire ma ce ne sono a centinaia ancora più eclatanti, esprimono questa “visione”. La stessa che troviamo ad esempio nei supermercati M-Preis del Tirolo o nelle case Huf-Haus www-huf-haus.com tanto per capirci. Da noi invece l’ispirazione è in parte fine ottocento. Per fare qualche esempio Ferrari ricorda abbastanza verosimilmente il modello “Colonia di Montagna I.n.p.d.a.i.”, Cavit ricorda la fiancata di una grande nave modello “incrociatore Andrea Doria”, Mezzacorona ricorda una cittadella fortificata modello “Palmanova”, Mori è un po’ più complessa, direi modello “Giardini di Ninive” (che qualcuno potrebbe erroneamente confondere col museo delle Fosse Ardeatine), tutti riferimenti importanti per carità, ma niente a che fare con i modelli “todeschi”. E infine abbiamo anche qualcosa di moderno, tutti quei tetti ad onda… in legno laminato… belli! Vedi cantina di Toblino e molte altre. (Sigmund Freud, in tutte quelle onde, magari ci vedrebbe un’angoscia latente dovuta alla mancanza di uno sbocco al mare, una via di fuga per sfuggire dall’accerchiamento secolare ostile. Adesso speriamo che almeno la A22 non finisca in mano al nemico…). Ma veniamo al vino. L’AA ha una dimensione produttiva meno di un terzo del Trentino. Una dimensione che dirige da sola la produzione verso un modello di vino di qualità, di nicchia. Il Trentino invece, per gli spazi sui mercati (nazionale ed estero) ha una dimensione produttiva ibrida: non può fare solo alta quantità di alta qualità e non può fare solo alta quantità di bassa qualità. Oggi, come ieri, deve continuare a fare entrambe le cose: alta qualità in bassa quantità e alta quantità in bassa qualità. L’impopolare e polically incorrect regia sarebbe quella di identificare chirurgicamente le due produzioni, vigneti, filiera produttiva, stili organolettici ecc. e gradualmente guidare gli operatori sul mercato per incrementare la percentuale della quantità di qualità e di conseguenza si vedrebbe scendere quella di bassa qualità. Saper gestire questo equilibrio e guidarlo verso un graduale costante trend positivo sarebbe compito prima di tutto del Consorzio VdT. Consorzio non inteso come entità sovranazionale astratta ma come sintesi delle menti illuminate. Per governare questo equilibrio con una strategia efficace ci vogliono cervelli fini, potere decisionale vero, puntuale e incontrovertibile. Mah, un po’ troppo accidentato il percorso vero? Eppoi perché cambiare la strada vecchia con una nuova. Molto meglio, come sempre, continuare a sognare la doppia A, no?

    1. Massarello Massarello

      Ho apprezzato anch’io il post degli amici di Imperial Wines e mi immagino le spallucce di qualcuno nella stanza dei bottoni. Quel che conta, sostengono da anni, e’ quanto rende il modello trentino rispetto al modello AA ed il discorso si chiude lì. Nessuno e’ più sordo di chi non vuol sentire. Non importa che siano crollati i valori fondiari e dimezzati i rendimenti unitari, che non ci sia un Piano B. Il Piano B e’ ovviamente quello territoriale che a sua volta poggia su un’area plasmata dopo l’ultima glaciazione. Rifuggire dal confronto con l’AA quindi non è solo antistorico ma anche anti … Giurassico. Guardando avanti invece non si capisce perché ci si ostini a non separare le produzioni industriali (che possono benissimo essere di qualità) da quelle artigianali/territoriali dove il Trentino può giocarsela alla pari con l’AA. Tanto illuminante quanto tremendo ho trovato il concetto del pretendere di vendere bolidi Ferrari con marchio Fiat. Quando mai?

      1. Claudio Claudio

        Certo, il nodo gordiano da sciogliere è come separare sul mercato le produzioni. Se il nuovo slogan del blog è “dall’illusione all’azione”, ora dobbiamo anche passare all’azione propositiva. Ricordo di aver già sottoposto il problema in un commento di qualche tempo fà “…avessimo creato, come in Francia, la échelle des crus, ora non staremmo ad dilettarci in vane polemiche…”. Quindi, non avendo a disposizione una segmentazione per denominazione come si separa il vino di qualità dall’ordinario? Come fai una campagna promozionale solo per il vino di alta qualità? Che c’appiccichi sull’etichetta o bottiglia? Tenendo anche conto che dev’essere un distintivo immediatamente comprensibile e facile da comunicare sia al trade che al consumatore naturalmente. Tocca a noi qui proporre delle soluzioni, che naturalmente ci sono e, una volta scelta la migliore questa dovrà essere applicata in maniera draconiana.

        1. Massarello Massarello

          Andiamo per ordine e non facciamo di una mosca un elefante. Sembra che in questo paese non si riesca più a risolvere nessun problema, quando invece a qualcuno fa comodo lo status quo. Direi di lasciar stare anche la tradizione francese, irripetibile altrove e irripetibile anche da loro se dovessero ripartire con l’odierna Repubblica. Il modello dei Duchi d’Orleans resistette, infatti, anche allo tsunami napoleonico e regge bene tutt’ora. Noi possiamo fare qualcosa di simile, con i limiti della democrazia, tutelando soprattutto le origini geografiche dei prodotti, invece di rincorrere solo le varietà. Abbiamo denominazioni adulte adatte alla soglia qualitativa medio alta con possibilità di tutelare anche livelli più elevati ed indicazioni geografiche che riguardano soglie medio basse. Purtroppo e per una serie di motivi le DOC sono state un po’ accantonate mentre si sono sviluppate molto le IGT e con esse si è svaporata l’immagine del Trentino vinicolo. Chi non sta al gioco ha solo la possibilità di puntare tutto sulla marca aziendale, garantendo e promuovendo se stesso. L’unica domanda da farsi resta pertanto: cosa ci sta a fare l’ente pubblico?

            1. Massarello Massarello

              Vedo che gli euroburocrati gioiscono per gli IGT, ok, ma fanno il confronto in basso, con prodotti anonimi e non con i DOC che stanno sopra. In merito ai valori dei DOC su IGT l’esercizio non è impossibile, ma forse è inutile. Almeno fino a quando sarà aperta la stagione dei travasi, senza dire che anche i bilanci contemplano valori materiali ed immateriali. Io mi domanderei piuttosto quale dovrebbe essere la migliore tutela e la migliore valorizzazione per un territorio montano che rappresenta l’1,2% del vino nazionale.

              1. Verusca

                Grazie Massarello, concordo con lei che sarebbe meglio preoccuparsi per una migliore tutela e la migliore valorizzazione per questo nostro territorio montano. Peccato che la politica ci abbia delegato questo compito “senza portafoglio”. Ma noi siamo qui appunto apposta, a rompere i …… a tirare calci negli stinchi, anche se qualcuno non vuole… ma alla fine spaccheremo queste teste di legno!

  2. Claudio Claudio

    Ho letto il bel articolo di Imperial Wines. Devo dire che ogni volta che mi imbatto nell’accostamento con l’Alto Adige mi viene spontanea una smorfia. Siccome negli ultimi due lustri è accaduto di frequente, da un po’ di tempo ho anche cominciato a temere per i miei connotati (per le rughe qualche rimedio c’è ma per le smorfie da AA ancora non ho trovato nulla). Per il Trentino voler essere uguale all’Alto Adige mi sembra razionale come per l’Italia volere essere come la Svizzera. Basterebbe fare una breve pausa di riflessione su un qualsiasi dettagli. Prendiamo gli stili architettonici per esempio. L’Alto Adige si ispira allo stile moderno, luce, acciaio e cristallo. Stile e valorizzazione della natura circondante. La cantina di Tramin come la Selimex di Laces o i Giardini Trauttmandorf di Merano, tanto per gradire ma ce ne sono a centinaia ancora più eclatanti, esprimono questa “visione”. La stessa che troviamo ad esempio nei supermercati M-Preis del Tirolo o nelle case Huf-Haus www-huf-haus.com tanto per capirci. Da noi invece l’ispirazione è in parte fine ottocento. Per fare qualche esempio Ferrari ricorda abbastanza verosimilmente il modello “Colonia di Montagna I.n.p.d.a.i.”, Cavit ricorda la fiancata di una grande nave modello “incrociatore Andrea Doria”, Mezzacorona ricorda una cittadella fortificata modello “Palmanova”, Mori è un po’ più complessa, direi modello “Giardini di Ninive” (che qualcuno potrebbe erroneamente confondere col museo delle Fosse Ardeatine), tutti riferimenti importanti per carità, ma niente a che fare con i modelli “todeschi”. E infine abbiamo anche qualcosa di moderno, tutti quei tetti ad onda… in legno laminato… belli! Vedi cantina di Toblino e molte altre. (Sigmund Freud, in tutte quelle onde, magari ci vedrebbe un’angoscia latente dovuta alla mancanza di uno sbocco al mare, una via di fuga per sfuggire dall’accerchiamento secolare ostile. Adesso speriamo che almeno la A22 non finisca in mano al nemico…). Ma veniamo al vino. L’AA ha una dimensione produttiva meno di un terzo del Trentino. Una dimensione che dirige da sola la produzione verso un modello di vino di qualità, di nicchia. Il Trentino invece, per gli spazi sui mercati (nazionale ed estero) ha una dimensione produttiva ibrida: non può fare solo alta quantità di alta qualità e non può fare solo alta quantità di bassa qualità. Oggi, come ieri, deve continuare a fare entrambe le cose: alta qualità in bassa quantità e alta quantità in bassa qualità. L’impopolare e polically incorrect regia sarebbe quella di identificare chirurgicamente le due produzioni, vigneti, filiera produttiva, stili organolettici ecc. e gradualmente guidare gli operatori sul mercato per incrementare la percentuale della quantità di qualità e di conseguenza si vedrebbe scendere quella di bassa qualità. Saper gestire questo equilibrio e guidarlo verso un graduale costante trend positivo sarebbe compito prima di tutto del Consorzio VdT. Consorzio non inteso come entità sovranazionale astratta ma come sintesi delle menti illuminate. Per governare questo equilibrio con una strategia efficace ci vogliono cervelli fini, potere decisionale vero, puntuale e incontrovertibile. Mah, un po’ troppo accidentato il percorso vero? Eppoi perché cambiare la strada vecchia con una nuova. Molto meglio, come sempre, continuare a sognare la doppia A, no?

    1. Massarello Massarello

      Ho apprezzato anch’io il post degli amici di Imperial Wines e mi immagino le spallucce di qualcuno nella stanza dei bottoni. Quel che conta, sostengono da anni, e’ quanto rende il modello trentino rispetto al modello AA ed il discorso si chiude lì. Nessuno e’ più sordo di chi non vuol sentire. Non importa che siano crollati i valori fondiari e dimezzati i rendimenti unitari, che non ci sia un Piano B. Il Piano B e’ ovviamente quello territoriale che a sua volta poggia su un’area plasmata dopo l’ultima glaciazione. Rifuggire dal confronto con l’AA quindi non è solo antistorico ma anche anti … Giurassico. Guardando avanti invece non si capisce perché ci si ostini a non separare le produzioni industriali (che possono benissimo essere di qualità) da quelle artigianali/territoriali dove il Trentino può giocarsela alla pari con l’AA. Tanto illuminante quanto tremendo ho trovato il concetto del pretendere di vendere bolidi Ferrari con marchio Fiat. Quando mai?

      1. Claudio Claudio

        Certo, il nodo gordiano da sciogliere è come separare sul mercato le produzioni. Se il nuovo slogan del blog è “dall’illusione all’azione”, ora dobbiamo anche passare all’azione propositiva. Ricordo di aver già sottoposto il problema in un commento di qualche tempo fà “…avessimo creato, come in Francia, la échelle des crus, ora non staremmo ad dilettarci in vane polemiche…”. Quindi, non avendo a disposizione una segmentazione per denominazione come si separa il vino di qualità dall’ordinario? Come fai una campagna promozionale solo per il vino di alta qualità? Che c’appiccichi sull’etichetta o bottiglia? Tenendo anche conto che dev’essere un distintivo immediatamente comprensibile e facile da comunicare sia al trade che al consumatore naturalmente. Tocca a noi qui proporre delle soluzioni, che naturalmente ci sono e, una volta scelta la migliore questa dovrà essere applicata in maniera draconiana.

        1. Massarello Massarello

          Andiamo per ordine e non facciamo di una mosca un elefante. Sembra che in questo paese non si riesca più a risolvere nessun problema, quando invece a qualcuno fa comodo lo status quo. Direi di lasciar stare anche la tradizione francese, irripetibile altrove e irripetibile anche da loro se dovessero ripartire con l’odierna Repubblica. Il modello dei Duchi d’Orleans resistette, infatti, anche allo tsunami napoleonico e regge bene tutt’ora. Noi possiamo fare qualcosa di simile, con i limiti della democrazia, tutelando soprattutto le origini geografiche dei prodotti, invece di rincorrere solo le varietà. Abbiamo denominazioni adulte adatte alla soglia qualitativa medio alta con possibilità di tutelare anche livelli più elevati ed indicazioni geografiche che riguardano soglie medio basse. Purtroppo e per una serie di motivi le DOC sono state un po’ accantonate mentre si sono sviluppate molto le IGT e con esse si è svaporata l’immagine del Trentino vinicolo. Chi non sta al gioco ha solo la possibilità di puntare tutto sulla marca aziendale, garantendo e promuovendo se stesso. L’unica domanda da farsi resta pertanto: cosa ci sta a fare l’ente pubblico?

            1. Massarello Massarello

              Vedo che gli euroburocrati gioiscono per gli IGT, ok, ma fanno il confronto in basso, con prodotti anonimi e non con i DOC che stanno sopra. In merito ai valori dei DOC su IGT l’esercizio non è impossibile, ma forse è inutile. Almeno fino a quando sarà aperta la stagione dei travasi, senza dire che anche i bilanci contemplano valori materiali ed immateriali. Io mi domanderei piuttosto quale dovrebbe essere la migliore tutela e la migliore valorizzazione per un territorio montano che rappresenta l’1,2% del vino nazionale.

              1. Verusca

                Grazie Massarello, concordo con lei che sarebbe meglio preoccuparsi per una migliore tutela e la migliore valorizzazione per questo nostro territorio montano. Peccato che la politica ci abbia delegato questo compito “senza portafoglio”. Ma noi siamo qui appunto apposta, a rompere i …… a tirare calci negli stinchi, anche se qualcuno non vuole… ma alla fine spaccheremo queste teste di legno!

                1. Massarello Massarello

                  Oddio, senza portafoglio non mi pare. 550 mila per il Vinitaly, 150 mila per la Prowein, 100 mila per la Mostra di Trento, altri 3-400 mila per l’organizzazione non sono noccioline….

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