Trento-Trieste e la marcia su Roma

Ferragosto romano e luttuoso per il vino trentino. Queste immagine le abbiamo “rubate” in Facebook. Ritraggono la carta vini di una nota e prestigiosa enoteca romana del centro. Alla viticoltura nostrana sono attribuiti tre vini. Di cui solo uno, altoatesino, assegnato correttamente alla nostra regione. Mentre gli altri due sono friulani.
A salvare la situazione, per fortuna, una bottiglia di Ferrari Brut (55 euro), assegnata alla categoria Top Selection, ma senza alcuna referenza territoriale.
Mi pare che questo possa bastare per dire che forse c’è qualcosa che non va nella comunicazione enologica trentina, che forse c’è qualche fragilità, che forse si è interrotto il circuito produzione-promozione-territorio.
Se in giro per il mondo si incontrano cose come queste, non dipende da loro, dagli enotecari pressapochisti, ma dipende, soprattutto, da noi. Se accade questo, forse in Trentino qualcuno si merita, si meriterebbe, un bicchiere di olio di ricino. Forse.


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28 Commenti

  1. Buongiorno,
    io sono una specialista nel parlare a sproposito e sicuramente sto per dire qualcosa di inappropriato a causa della mia totale incompetenza del contesto, ma… almeno in questo caso, non si potrebbe imputare l’errore ad una crassa ignoranza?

    Non so quanto efficace sia la comunicazione enologica trentina, ma le denominazioni dei vini friulani dovrebbero bastare a collocarli: “Collio” e “Isonzo”.
    Mi sembra che chi ha compilato il menu avrebbe potuto attribuire queste etichette ad una regione qualsiasi e che la “scelta” del Trentino sia poco più di una coincidenza.

    Saluti da Trieste

  2. Tex Willer

    Allora leggono ma non commentano, mi dispiace perché così ne soffre tutto il sistema.
    Peccato non avere referenti come Luca Granata di Melinda.
    Lui sì che ha le palle!!!
    Ha risposto sabato su un quotidiano locale con una breve ma intensa letterina a chi sosteneva alcuni giorni prima che sulle confezioni di Melinda non ci fosse alcun riferimento al territorio di produzione delle “nostre” gustosissime mele. E così ha fugato ogni dubbio. Non è bello così?

    1. si sarebbe bello… come dici tu… ma…alcuni di loro vivono dentro una torre eburnea… disabituati o mai abituati…al confronto.. e così leggono.. magari sorridono..magari si incazzano… magari ridono.. ma non intervengono… non è nelle loro corde…. l’intervento…

        1. Grazie Tex per la citazione lucreziana….Lucrezio è uno dei pensatori che apprezzo di più.. è quasi un proto marxista…. dice cose intelligenti anche a proposito della religione…. instrumentum regni …. utile solo alla conservazione del potere…. non so però se dica anche qualcosa a proposito del vino…Lucrezio…..faremo ricerche..

          1. Tex Willer

            Proto marxista? Se lo sapevo… 😉
            Ho tratto la frase di Lucrezio da un mattutino di Ravasi di alcuni anni fa che mi sembrava adatto alla condizione di chi vive nella sua torre eburnea.
            Infatti il commento di Ravasi continua con queste parole: …spesso siamo chiusi nel guscio del nostro benessere e osserviamo con distacco l’arrabattarsi, l’affannarsi e persino l’annaspare degli altri. C’è una malcelata soddisfazione di andare e stare bene, mentre altri procedono in una sorta di corsa ad ostacoli. È, questo, uno dei corollari dell’egoismo. Lo scrittore inglese George Bernard Shaw nella sua opera Il discepolo del diavolo osservava che «il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza». La celebre reazione di Caino è, al riguardo, esemplare: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Genesi 4, 9). Una frase che troppo spesso, in forme forse meno brutali, adottiamo un po’ tutti, guardando con distacco «l’altro che fatica».

      1. Tex Willer

        Divino!
        Di-vino volevo dire ne saprà ben poco e poi mai vorrà entrare nel “campo” altrui.
        Comunque di come si affronti/aggredisca il mercato UNITI ne sa certamente qualcosa…
        Spero proprio che Granata ti conceda un intervista, ne avremo così tutti una splendida lectio magistralis.

  3. Tex Willer

    Caro Gianni io non contesto il prezzo, trovo singolare che in un enoteca si proponga il vino della casa.
    Non è come in pizzeria dove puoi trovare e gustare la fantasia del pizzaiolo.
    La produzione del vino è regolamentata da seri disciplinari di produzione, se l’enoteca non è una cantina è una truffa vera e propria.
    Cos’è il vino della casa?
    Con quale uva viene prodotta?
    Che controlli ci sono dietro?
    Pazienza se vai in malga in cima alla montagna e trovi il vino solo in caraffa, ma andare in un enoteca e trovare il vino della casa è come andare all’ufficio delle entrate e trovare lo sportello “PER “EVASORI”.
    Non si può…

  4. Caro Tex a Roma, il vino-della-casa a 4 euro non mi sembra poco.. se consideri che qualche produttore trentino fa partire per l’estero il suo base a 0.71 centesimi..!( bottiglia compresa..) .. e comunque una bella brochure, quella della Camcom.. con due perle imbattibili.. La dichiarazione di Paolo Massobrio del Club Papillon ( Dustin Hoffman e Steve McQueen..? ) che avrebbe fatto impallidire di rabbia il barone di Lapalisse : ” usate quello che avete seminato..!” Mancava solo che dicesse : mettetevi la amalia de lana ad Ottobre e .. dopo una salita cì è sempre una discesa.. o quasi.. E bellissima la foto della sala riunioni Camcom.. massiccia, senza caminetto, quasi una dacia siberiana..! ahahah

  5. Tex Willer

    Sarà anche una nota e prestigiosa enoteca romana del centro ma dalle locandine leggo che propone “vino bianco della casa a 4€ ” io la farei chiudere subito e manderei i gestori a fare un corso cepu di geografia.

    Tornado (seriamente) sul discorso conoscenza del marchio Trento Doc in Trentino segnalo che mi è piaciuto e mi ha confortato leggere l’articolo presente a pag. 50 sul mensile della CCIAAT http://www.tn.camcom.it/6119/pdf/economia+trentina.res
    dal titolo: TRENTODOC Sviluppi e tendenze nei canali HO.RE.CA. e GDO.

    1. Caro Tex, quello studio, presentato in pompa magna a maggio, secondo me, ma credo di poter parlare a nome anche degli altri Cosimi e di Massarello (perché insieme ne abbiamo discusso a lungo), credo racconti la cronaca di un disastro annunciato.
      Dopo qualche decennio dall’introduzione della DOC Trento e dopo sei anni dall’introduzione del marchio collettivo TRENTODOC, a cui è seguito uno sforzo promozionale pari a qualche milionata di euro pubblici, scopriamo che questo prodotto, in Trentino, è pressoché sconosciuto.
      Mi fermo al canale Horeca.
      Alla parola TRENTODOC, quasi tutti – e ci mancherebbe altro – dichiarano di immaginare di conoscerne la referenza (contiene la parola Trento ed è chiaro che anche un asino è in grado di fare due piu due e di immaginare che si tratti di un prodotto attribuibile al Trentino). Infatti la metà degli addetti ai lavori pensa si tratti di formaggio, salame, vino da tavola e magari pizzi e merletti prodotti in val dei Mocheni. Non mi pare un gran risultato, tenuto conto che non stiamo parlando di consumatori generici, ma di operatori specialistici del settore (horeca), che evidentemente in questi anni non sono stati toccati nemmeno in minima parte dall’investimento promozionale pubblico. Nessuno si è ingegnato per cercare di immaginare una formazione a loro dedicata. Si sono preferiti comodi luna park all’estero, anziché investimenti sul territorio.
      Ma la cosa è ancora più desolante, a scorrere i numeri della ricerca: infatti solo la metà degli operatori che associano il marchio al metodo classico – che come abbiamo visto è il 40% degli operatori totali – sa effettivamente di cosa sta parlando. In sostanza, la ricerca, per il canale Horeca (ristoranti) ci dice più o meno questo: in Trentino solo il 22 % degli operatori specializzati sa di cosa sta parlando. Il disastro diventa disastrissimo per il baristi, dove le percentuali scendono ancora.
      Di fronte a questo ritratto (20 % degli operatori che sanno effettivamente di cosa stanno parlando e cosa stanno vendendo), le topiche geografiche degli enotecari romani appaiono come peccatucci veniali. Mi pare.

      1. Caro Cosimo, dopo Mozart e Leopardi, tramite la “batteria” del Viminale, ho appena sentito Tàcito.. Mi ha detto che chiederà i danni perchè la parola “deserto”, o disastro se meglio credi, è stata nobilitata da lui – anni fa.. – ma ridicolizzata in Trentino.. Ci sarà pure un giudice a Roma..? O sono tutti dietro ai collaudi dell’edilizia..??

        1. Caro Tex questa non è la mia analisi ..sono i numeri che hai indicato tu. Questo studio, immagino serio, fu presentato all’apertura di mostra vini di maggio a roccabruna. naturalmente basta usare alcuni numeri piuttosto che altri e il gioco è fatto.
          Comunque i numeri dello studio sono li… nelle pagine che hai indicato tu: il 22 per cento degli operatori specializzati sa cosa è un TRENTODOC.
          Poi quelli con le mani in pasta, a partire dal compagno Mauro Leveghi per arrivare all’amico (?) Bona, di sicuro pur essendo assidui lettori di questo blog….non risponderanno. Mai.

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