La vie en rose del vino: Puglia e Trentino direzioni opposte e contrarie

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di Giuliano Fago Golfarelli – Amo tremendamente il vino rosato, in particolare la Schiava Gentile che – si dice – prenda il nome dalla coltivazione delle viti, praticata fin dal Medioevo, che subiva una drastica potatura per ottenere uve di migliore qualità. Per altri deriva dalla pratica di “schiavizzare” la vite, cioè legandola a un supporto.

Ad ogni modo questo vitigno forse di origini slave – sempre si dice – giunge da noi con le invasioni longobarde quindi se il Teroldego è un re, la Schiava dovrebbe essere la nostra reginetta.

Ma non è così. In Trentino il rosato non gode buona fama da parte dei vignaiuoli e dei produttori anche se nell’alta Rotaliana, in Val di Cembra e in qualche appezzamento della Vallagarina se ne cura ancora una attenta coltivazione.

Da noi il vino rosato pare un vino di mezzo tanto che mi tornano in mente le parole dell’amico Mauro Lunelli (1971) che portando a Milano una delle sue prime bottiglie di Rosè mi disse: “Sai, e’ uno spumante che piace alle donne…”. Ed è forse per questo che apprezzo Schiave e Brut.

Questa premessa la scrivo per festeggiare una terra che nei Rosati ha messo invece grande impegno.

Parlo della Puglia, della famiglia del barone De Castris che in questi giorni ha festeggiato i 50 e rotti anni del “Four Roses, tra i primi rosè italiani. conosciutissimo all’estero.

A parte la bravura della casa mi piace la loro storia.

Nel 1943 il generale Charles Paoletti, commissario per gli approvvigionamenti delle forze alleate, ordinando vino per le truppe, è colpito dalla produzione e dal rosato. Nel dopoguerra vuole portarsi via un’importante fornitura di bottiglie di rosato “Cinque Rose” con la promessa di assegnarle un nome più appropriato per il mercato americano, “Five Roses” appunto.

Da allora la azienda di Salice Salentino produce questo rosato classico, da uve Negroamaro al 80% e un 20% di Malvasia Nera. Sette mila ceppi per ettaro, allevati esclusivamente ad alberello su terreni sabbiosi e di medio impasto, per una resa di 75 quintali per ettaro.

Niente male se penso ad un altro pugliese incontrato a Milano. Nel 1969 con la famiglia apre un pertugio culinario dalle parti di via Festa del Perdono, a due passi dalla “Statale”. Con mille lire ti dà un panzerotto formato matrimoniale e un bicchierone di rosato Castel del Monte (stavolta rosato del nord).

Di sera c’è la fila fuori, studenti,artisti,cittadini e nullafacenti – con fame.

Oggi il signor Strippoli possiede alcuni dei più bei ristoranti di Milano con pesce fresco, camerieri efficienti e il suo rosato

Non essendo esperto come Angelo Rossi, Franco Ziliani, Cosimo e qualche altro mi chiedo perché tra i tanti “autoctoni” di casa nostra ancora ne dimentichiamo tanti,

E’ certo che se non arriviamo noi, piano piano ci arrivano gli altri, anno dopo anno.

Quindi affettuosi saluti ai De Castris, a Strippoli-padre e al bondonero Mauro Lunelli che mantiene il suo Ferrari Rosè Brut in catalogo. E almeno questo è un buon segno.

 

Giuliano Fago Golfarelli 

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2 Commenti

  1. il Conte il Conte

    E’ interessante al di fuori di accese notizie di settore, di consorzi e di agrari allo sbaraglio, nessuno “schiavista” si faccia sentire.
    Tutti distratti o tutti all’Ikea a proporre biccheri a go-go ???
    Oppure abbiamo paura del Ku Klux Klan territoriale ?

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