Trento, la damnatio memoriae

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di Giuliano Fago Golfarelli –La mia gente e io stesso abbiamo un pregio incredibile: rimuoviamo e cancelliamo quello che ci infastidisce.

Quasi al termine di questo lungo percorso mediatico della “Memoria”, dopo aver sollecitato invano alcuni colleghi giornalisti trentini, eccomi qui a raccontare come a pochi passi dove sono nato, in un vicolo tra via Manci e via del Brennero si sia verificato un primo famoso martirio ebreo.

Premetto che un tempo, partecipando con mio nonno (liberale, trentino, socialista amico di Battisti, libero di pensiero come non mai) alla solita processione liturgica a Trento del nostro piccolo santo mi diceva: “Varda ben, el sembra un cunel”. E infatti nella teca l’impressione era questa: sembrava un coniglio.

Ma chi era il santo bambino? Ma certo è il nostro San Simonino, ritrovato nella roggia tra via Manci e via del Brennero, dissanguato e buttato là. Dagli ebrei di Trento, si disse. L’intera comunità ebraica di Trento fu torturata e sterminata al termine di un processo farsa.

Tutto questo accadeva durante la Pasqua del 1475, vicino all’unica casa abitata dai quindici ebrei residenti in città. Sacrificio di sangue, rituali maledetti e così in men che non si dica ci siamo liberati dagli ebrei creando un santo bambino, venerato come quello della Ara Coeli, a Roma.

Poi i secoli passano, gli storici studiano, la Chiesa riflette e molti santi vengono tolti dal calendario.

Nel 1965 l’arcivescovo di Trento, Alessandro Maria Gottardi dette il via alla così detta “svolta del Simonino“, vale a dire la soppressione del culto, la rimozione della salma dalla chiesa di San Pietro che la ospitava, la chiusura della cappelletta tra i Due Giganti e l’ex ristorante Roma, con la conseguente abolizione della tradizionale processione rituale per le vie di Trento, durante la quale venivano esposti i presunti strumenti di tortura usati dagli ebrei nel presunto rituale contro il piccolo Simone (oggetti di macelleria, aghi per cavarne il sangue, dadi per estrarre a sorte i vari compiti e tutto il resto).

Io nel frattempo, abitavo – senza saperlo – in una città maledetta dagli Ebrei, condannata dal “cherem”: dal 1475 fino all’era moderna, nessuna comunità ebraica si insediò più Trento.

Se mio nonno diceva del “cunel”, mio suocero di origine nonesa, attento studioso della nostra storia, diceva che gli ebrei sopravvissuti erano finiti in val di Non: lo dimostravano cognomi come “Abram”.

A parte leggende e illustri pareri, la sostanza è che nelle giornate della Memoria, c’eravamo anche noi.

Certo meno conosciuti di lager e forni crematori, però come pochi sanno siamo stati degli anticipatori.

Perché scrivo questa storia qui ? Perché nessuno sa dare spazio alla ragione e questo blog ogni tanto accanto a vino, gastronomia e mele lascia spazi anche a storie come questa.

Anche noi abbiamo storie da raccontare e spesso molte scuse da fare.

Tutto questo lo dedico a Michelle Ben Ayoun, principessa ebraica che nel 1963, insieme ai suoi compagni venuti da tutta Europa e da Israele, ballava le danze tradizionali all’hotel Dolomiti di Vaneze, faceva lezioni jiddish, mangiava kosher, riprendendo da noi gli spazi e i cieli perduti e frequentando normalmente anche noi ragazzi di città e di montagna.

Al di là di ogni cherem!

 Giuliano Fago Golfarelli

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6 Commenti

  1. il Conte

    Leggendo le cronache vitivinicole trentine, vedo con piacere che abbiano fatto grandi passi. Non togliamo più sangue ai
    bambini, non ci facciamo maledire da qualcuno. Siamo divenuti autoreferenti – sappiamo fare tutto questo per noi e da noi.
    A parte la storia siamo divenuti autolesionisti di lusso, non qui, nel blog – come dice qualche nick – ma nelle nostre strade, città, cittadine e valli. E’ vero : siamo bravi, sappiamo fare tutto da soli e ne siamo orgogliosi,. “Anca”.

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  3. Probo

    E dal simonino in poi, ogni volta che una persona di fede ebraica transitava da trento, DOVEVA avere sul petto la stella di david. Decreto imposto dal principe vescovo. 5 secoli prima di un certo adolf. Meditate..

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