Varietà e territorio (dimenticato)

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Quella che vedete è’ una vecchia manchette pubblicitaria risalente alla seconda metà dell’Ottocento. E’ stata pubblicata ieri su un gruppo Facebook roveretano. C’è della delicatezza e dell’arte in questa réclame. C’è della gentilezza discreta che racconta di una città vivace, ospitale e contemporanea. Almeno per quei tempi.

Ma, a parte questo, mi ha colpito, felicemente, una cosa: il riferimento al vino. Ai “veri Vini di Isera”. Un richiamo forte al territorio e all’identità territoriale. Un’indicazione geografica che viene prima, e sostituisce del tutto, quella varietale (Marzemino). Il territorio vissuto e comunicato come garanzia di qualità. Punto. C’è della modernità e dell’arte in questa réclame di fine Ottocento. Anche in campo enologico.

Oggi a Isera, invece, sta capitando ciò che da qualche anno si sussurrava nei retrobottega del potere cooperativo e nei sottoscala della politica trentina: i giornali raccontano di una società cooperativa vitivinicola in preda a bilanci traballanti e alle dimissioni dei suoi vertici. E comincia a circolare la parola d’ordine che prelude ad una stretta inflessibile sull’autonomia territoriale: tutta colpa del Marzemino. Tutta colpa dello Chardonnay destinato al metodo classico. Il territorio ancora una volta è dimenticato. Anche in tempi di crisi.

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7 Commenti

  1. Jack

    Beh neanche te Claudio scherzi come commenti. Complimenti, mi piace quel
    “di mezze misure no grazie…” Se fosse da applicarlo anche in altri settori tipo quello pubblico hai voglia che revolution!

  2. Claudio Claudio

    Lodevole il commento di Massarello. Amareggia constatare che per trovare il meglio spesso sia necessario rovistare nel cassetto dei ricordi invece che nei progetti del futuro… Questi sono tempi nei quali servono uomini dalle decisioni forti e non da chiacchiere e mezze misure. Come Papa Benedetto XVI che, riconoscendo di non essere all’altezza del compito gravoso di revisionare la curia romana, rinuncia al Seggio di Pietro oppure come Matteo Renzi che sente la necessità di assumere la guida di un cambiamento energico allo Stato per cui non esita a scalzare il molle predecessore. Servirebbe un uomo ed una visione forte anche per il Marzemino. Tra le pieghe dell’intervento di Maurizio Zanella al convegno dell’UDIAS ci sono tutte le chiavi per un nuovo progetto. Ad esempio togliere il Marzemino dai listini delle grandi coop e gestirne la distribuzione ed il marketing territoriale tramite un consorzio tra Cantina di Isera ed i produttori della zona. Territorio, Denominazione e Produttori di Marzemino in un unico comitato, senza “fronzoli ed orpelli”. Una strategia prezzi chiara e logica. Ogn’uno dovrà cedere qualcosa per far emergere il Territorio del Marzemino, la Denominazione ed il Vitigno. Gestire la produzione in modo che “ci sia sempre la domanda di una bottiglia in più di quelle prodotte”. Credo che la Cavit subirebbe solo una modesta perdita di fatturato, azzarderei non più del 2%, per cui il sacrificio sarebbe irrisorio e ampiamente compensato dal consentire alla cantina di Isera di avere un futuro importante e strategico nel mercato del Marzemino. A cedere “sovranità” sul Marzemino dovrebbe essere anche Mezzacorona e LaVis e gli altri players fuori zona. Nulla vieta che i players fuori zona possano continuare a distribuire il Marzemino tramite i loro canali ma acquistandolo già imbottigliato (ovviamente scegliendo loro la blend di loro gradimento) direttamente dalla cantina di Isera o da altri operarori del Territorio. Ad Isera andrebbe un incremento di fatturato di min. € 2 mil che è proprio quello che gli consentirebbe di raggiungere la soglia di sana operatività. Realizzare una visione del genere è possibile solo da qualcuno con una mente fina, come Maurizio Zanella, che abbia chiaro l’obiettivo comune. Di mezze misure no grazie, ne abbiamo già viste tante…

  3. Massarello Massarello

    Ricordo bene la mia prima volta alla Cantina d’Isera, era il novembre del ’73, mi accompagnava uno dei Padri dell’enologia trentina per far capire a me che venivo dall’Alto Adige cos’era il Marzemino. Non ero nemmeno sceso dall’auto, nel cortile in terra battuta, che un forte profumato e piacevole alone enoico c’investí in pieno. Il mio sguardo incrociò quello del mio anfitrione: sorrideva sotto i baffi. Quel soave effluvio proveniva dal portone socchiuso che dava sull’interno della Cantina, alle spalle della Garolla. Lì, 7-8 uomini in braghe e giacchetta blu stavano … passandosi le bottiglie del loro Marzemino per le feste di Natale. Il profumo nell’aria si era fatto ancor più intenso e contrastava terribilmente con “na sorta de monzirola” a 6 becchi che fungeva da imbottigliatrice a caduta, direttamente dalla botte. Il contrasto mi colpì perché venivo dall’esperienza di un mostro automatico a 72 ugelli per imbottigliare mille ettolitri al giorno su due turni. Un altro mondo, soprattutto perché quei 7-8 in blu erano i Consiglieri della Cantina, guidati dal loro Presidente. Beppone, così lo chiamavano. Il nome sarà nel ricordo degli anziani, di sicuro nei verbali dell’epoca. Non c’era bisogno del marketing, quel vino si vendeva da solo. Parlava da solo. Orgoglio di quei contadini e delizia per il palato dei consumatori. Isera il nome se lo era fatto così. Punto. E il Marzemino anche, dato che il Bossi Fedrigotti plasmato dalla manina di Letrari era sulla stessa frequenza. L’apoteosi, quel pomeriggio marzeminaro, si compì da Angelini ad Avio. Nel suo cortile, un giardino di limoni carichi di grossi frutti e fiori inebrianti, per me c’era Goethe, solo che Angelini aveva una gran chioma candida. Fra un assaggio e l’altro volle sapere quanti anni avessi, ero piuttosto confuso, troppi Marzemini, troppo buoni, non li conoscevo. Alla fine mi regalò una bottiglia delle sue incartata in una pagina di giornale. A casa, quando la scartai, caddi sulla sedia. Era un Marzemino del 1949, il mio anno di nascita. Ovvio che nella mia cantinetta ebbe il posto d’onore. Ma devo raccontarne anche la fine: un pomeriggio a metà anni ’80, mentre ero al lavoro, mia moglie ebbe la visita di due amiche che invece del caffè vollero un bicchiere di vino rosso. Imbarazzo di mia moglie sia perché allora non si usava, sia perché non sapeva dove mettere le mani. Tornai la sera e vidi in un angolo la bottiglia di Mz Angelini ’49, vuota. Non avviai le pratiche di separazione solo perché mi disse che le due amiche se l’erano scolata d’un fiato dicendo che quel vino era veramente ottimo!
    Morale: il Marzemino era quella cosa là, a Isera come ad Avio, gli uomini del Marzemino erano come Beppone e Angelini ( e il Nello).
    E adesso auguro che gli venga un accidente a quei tali che incolpano il Marzemino per i fallimenti loro! Continuino a giocare con i fanti, ma lascino stare i santi!

  4. Claudio Claudio

    Cantina d’Isera, altro caso di cantina guidata da un CdA che non ha colto per tempo i cambiamenti del mercato e come funziona la finanza del debito. Se gli amministratori avessero passato un po’ di tempo ad informarsi e documentarsi si sarebbero accorti già 10 anni fa che il loro format aziendale doveva rapidamente adeguarsi ai tempi in divenire. La cantina è stata fondata nel lontano 1907, allora io mi chiedo che se ne è stato della famosa esperienza dei “vecchi”? Delle competenze “di una volta”? Che cosa si sono tramandati di socio in socio di amministratore in amministratore, di presidente in presidente in questi ultimi 107 anni? La più vecchia cantina cooperativa della Toscana, fondata nel 1937, la Vecchia Cantina di Montepulciano anch’essa non gode di una salute di ferro. Altro esempio dove la lunga storia di una cantina non è sinonimo di acume nella navigazione nei tempi moderni tra finanza e mercato.
    Per Isera, da come la vedo io ora è troppo tardi per fare balzi in avanti. Le alternative rimaste di fatto sono dei ripieghi: tentare la fusione con un’altra cantina o diventare un semplice centro di pigiatura, magari tenendo il moderno punto vendita. Il fatturato annuale e i debiti netti si equivalgono, la dimensione con ca. 18/19.000 hl, di cui il 50% conferito a Cavit, è troppo piccola per affrontare la GDO e troppo grande per essere una “fattoria di nicchia”. Il fatto di essere parte del sistema Cavit significa che hanno le mani legate per sviluppi commerciali più aggressivi. Il canale horeca non paga e non tira, l’estero è fuori portata per i costi e… gli mancano i prodotti entry-level per sviluppare volume e penetrazione commerciale … E allora? E allora mi piacerebbe sapere quelli della Basilica del Santo Michele che dicono. Magari di incaricare di stendere un bel piano industriale a Sua Eminenza Scienza…? Beh, a dire il vero ci sarebbe anche una terza via: se non erro il ns Cosimo ed il dr Ziliani qualche mese fà avevano preso pubblicamente l’impegno su questo blog di rilanciare il Marzemino… ecco l’occasione che aspettavano… niente paura, il Marzemino per ora è solo il 24% dei conferimenti, ma se ne potrebbe piantare di più non appena la domanda decolla…

  5. Erwin

    Qualche giorno fa ho avuto l’opportunità e la fortuna di condividere il tratto di strada da Rovereto a Verona con il professor Annibale Salsa… piacevolissimo disquisire e molti spunti presi dai paesaggi che mutavano man mano che ci spingevamo sempre più a sud… L’identità di noi trentini è stato il tema principe, un’identità persa come perse, probabilmente per sempre, sono le nostre radici. Ma questa perdita, stigmatizzata da Cosimo con l’episodio accaduto pochi giorni fa alla Cantina d’Isera, a cosa ci porterà…? Nervosi e litigiosi soci vignaioli che, scordandosi l’ideale del proprio prezioso territorio, creano una lenta emorragia ad una cooperativa fino ad arrivare al punto dell’abbandono dei propri timonieri… forse siamo veramente persi se persone come Turella, pur di non veder disgregarsi ciò in cui per anni ha creduto e ciò per cui ha lottato, ha gettato la spugna…

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