I pomodori dell’Europa e il Mario in bicicletta

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Che ci piaccia o no abbiamo a che fare con l’Europa. Con questa Europa, che continua a non piacermi. Sentite questa: Mario – lo chiamo così perché il ghanese rischierebbe anche il suo posto da schiavo in Puglia – sta raccogliendo pomodori per una paga miserabile. Mario è figlio d’arte perché nel suo Paese prima di andarsene coltivava pomodori e ci facevano anche la passata. Qualche anno fa, su quel povero mercato arrivarono a prezzi stracciati passate e concentrati, pelati e polpe di pomodoro in scatole … cinesi e italiane. La migrazione fu per Mario l’alternativa obbligata. Con il Sahara da attraversare, il barcone in Libia, la Sicilia, la Puglia, sappiamo come va. Mario sta vivendo molto peggio che a casa sua e anche questo lo possiamo immaginare. Quello che tende a sfuggirci è che il suo padrone italiano beneficia di aiuti UE all’esportazione di pomodoro nei Paesi terzi, come il Ghana, appunto. Mentre i cinesi non hanno bisogno di incentivi per le loro politiche di dumping e del resto la loro civiltà economico-sociale è quella che è, la ricca e colta Europa crede di risolvere certe situazioni con aiuti alle imprese senza porre troppi vincoli. E’ la globalizzazione, bellezza! E Mario, raccogliendo pomodori pugliesi è costretto di fatto a danneggiare i suoi concittadini in una situazione kafkiana non molto diversa da quella dei prigionieri italiani che in Germania erano costretti a fabbricare proiettili destinati alle nostre contrade. Ma quella era guerra, si dirà, mentre noi siamo in pace da 70 anni tranquilli e beati. All’orecchio peloso non giunge il lamento di Mario e l’occhio piccolo dei porci pasciuti di Bruxelles non distingue lo schiavo dal negriero. Non grugniscono nemmeno più, non si sa bene cosa facciano di questi tempi, mentre le zampe frugano fra soldi in entrata e uscita.
Per fortuna il mondo dei pomodori è diverso da quello del vino … il vino viene dall’uva e l’uva dai vigneti. Ma non più da quelli estirpati dopo aver ceduto le quote a noi del nord, con contributo UE. Il cerchio quindi si chiude in fretta, meglio non parlarne, non pensarci. L’alternativa è tra il frugare nell’estratto conto o magari leggere qualche report di Stefano Liberti (1974) che ti squarcia la coscienza obbligandoti a guardarti dentro.

PS: ogni (malevolo) riferimento ai fatti tragici di Refrontolo e al dilagare del Prosecco è ovviamente da considerarsi del tutto casuale.

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