Amarone No tu No

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La notizia era stata anticipata nei giorni scorsi dall’Ad Pedron di Bertani. Quindi era attesa.
Coerenza? Senso della responsabilità? O furba operazione di marketing, a scapito della denominazione e di tutte le aziende, e i viticoltori, che non se lo possono permettere?
Non sarebbe stato più “generoso” verso il sistema Valpolicella accontentarsi della  riduzione delle uve destinate all’appassimento chiesta dal Consorzio?
Dubbi di fine giornata.

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7 Commenti

    1. CPDR

      In effetti è piuttosto curiosa.. sta cosa… le dichiarazioni di Pedron.. hanno fatto il giro del mondo…e hanno trovato ospitalità anche su parecchi quotidiani nazionali… ma.. il sito. non ne parla…
      probabilmente, credo io, si tratta solo di una certa lentezza, tipica delle maison vinicole, nell’uso della rete…
      Credo eh…

  1. nadali

    Quando Alice rientrerà dalla gita nel paese delle meraviglie, scoprirà che il marketing tentacolare dell’azienda storica Bertani è riuscito a “travolgere” anche due piccole cantine della Valpolicella, Terre di Pietra e Tenute Ugolini. Due piccole aziende giovani e la più anziana della denominazione decidono di non produrre Amarone (così, all’improvviso e allegramente, per puro marketing!!) e questo per Alice è la tendenza a scapito dei piccoli vignaioli e della Valpolicella tutta???
    Ma andiamo!

    1. Alice

      Appunto signor Nadali: suvvia, andiamo.
      Magari a scolarci una bottiglia di Classico.
      Nel Paese delle Meraviglie.
      In ogni caso la ringrazio per l’onore che mi ha fatto di aver messo piede – e faccia – su questo modesto diario, dove il mondo reale si interrompe e comincia il viaggio, senza ritorno, di Alice.
      Mi permetta, però, nella mia totale ingenuità, di evidenziarle un paio di cose. Senza la pretesa di convincerla.
      Equiparare la scelta di Bertani e Pedron a quella di due piccoli artigiani dell’Amarone, è un artifizio retorico poco convincente. Vede, e mi perdoni se mi permetto di contraddirla, il significato e il valore di una scelta muta a seconda del contesto. E a seconda di chi la compie. Contesto e soggettività non sono elementi indifferenti rispetto al valore di una decisione, lei sono sicuro mi capirà. Se la rinunzia a produrre Amarone da parte di un piccolo artigiano “noname” – almeno rispetto alla forza del brand Bertani -, risulta essere perfino encomiabile. E perfino coraggiosa. E perfino poetica. E perfino lungimirante. Lo stesso valore e le medesime qualità, faccio fatica a riconoscerle quando la medesima scelta viene agita da una grande azienda – inserita dentro un contesto multinazionalistico e finanziario – quali sono,
      invece, il Gruppo Angelini e il marchio Bertani.
      Del resto che la rinuncia all’Amarone Classico, in fin dei conti, per questa azienda non sia un gran danno, lo confermava fra le righe anche l’esimio AD, quando in un’intervista di qualche giorno fa pubblicata su winenews, parlava delle annate negative come occasioni per smaltire eventuali giacenze. E mi perdoni se la citazione non è testuale ma non ce la ho sottomano. Il senso comunque era questo. Ma capirà anche lei che per un grande marchio blasonato “smaltire giacenze” precedenti ad
      un’annata inesistente, può rivelarsi un’operazione piuttosto
      vantaggiosa sia sul piano commerciale che su quello
      comunicativo. Il che è perfettamente legittimo, comprensibile e
      perfino normale. Mi chiedo se la stessa logica di vantaggio
      possa essere alla portata di chi non ha i caratteri, e quindi la
      forza commerciale e comunicativa, di quel marchio blasonato. O a lei sembra la stessa e la medesima cosa?
      Provo, comunque, a chiarire ancora di più il mio pensiero.
      Essere il marchio, o uno dei marchi, di riferimento di una denominazione, dovrebbe ragionevolmente comportare, oltre che dei vantaggi, anche delle responsabilità collettive. Chi si muove su un terreno collettivo, e credo che la Valpolicella sia uno degli esempi più belli e significativi di una visione collettiva di territorio, ogni tanto dovrebbe anche chiedersi quali riflessi possano avere le sue scelte aziendali, legittime, sempre legittime ci mancherebbe altro, rispetto alla zona e alla denominazione. E sono sicuro che vorrà convenire con me che le scelte aziendali di Bertani e Pedron, sono destinate ad avere un peso enormemente più “pesante” di quelle di due o tre o dieci piccole aziende
      artigianali. Chi ragiona, facendosi carico di responsabilità
      collettive, magari ragiona come ha fatto nei giorni scorsi la
      signora Allegrini, usando parole di grande moderazione, o come ha fatto il Consorzio, chiedendo la riduzione delle uve destinate all’Amarone. Questo è un modo responsabile, a mio modesto e incompetente parere, di assumersi responsabilità collettivePerché, e sono sicuro lei lo sappia, l’Amarone non è solo una bottiglia e un’etichetta. Magari una grande bottiglia e una grande etichetta. Ma è una filiera produttiva, che ha il suo inizio in campagna, fra le vigne, fra i contadini che producono uve e le vendono a trasformatori e a imbottigliatori. Da li parte tutto. E non ci sono solo i vignaiuoli che producono e poi imbottigliano con il loro nome. Ci sono anche migliaia di contadini anonimi, il cui nome scompare durante la filiera produttiva, commerciale e comunicativa, che si conclude con quella benedetta bottiglia. E sono loro, mi creda, a pagare il prezzo più alto di questa stagione sfigata. E della scelta del marchio leader di non produrre la sua famigerata bottiglia di Classico. Scelta che equivale a dire che l’Amarone 2014 prodotto da chi avrà avuto il coraggio, il talento e la generosità e magari anche l’incoscienza di mettere le mani dentro l’uva di quest’anno, non è Amarone. Questa gente, mi creda, è seriamente preoccupata.
      Giusto venerdì sera, ho visto una signora piangere. Non per la stagione e lo stato delle uve. Che a quelle non ci si può ribellare. Ma piangere, pensando ai riflessi che la scelta dell’Ad di Bertanii potrà avere anche sui prezzi delle sue uve e delle sue cassettine. Ma c’è chi piange e c’è chi ride. Così va il mondo.
      Per il resto, la ringrazio per l’attenzione, e continuo felicemente la mia gita nel Paese delle Meraviglie. Dove non piove mai, dove c’è sempre il sole. E dove si bevono solo grandi annate.
      Sua Alice

      1. Gentile Alice, non rappresento un sindacato di produttori, né lo sono io stesso un produttore. Parto dal punto di vista che a me preme maggiormente, come comunicatore: quello del consumatore finale. 
        Pertanto, alla filiera produttiva della Valpolicella, in questa difficile annata 2014, devo chiedere una cosa sola: di essere trasparente.
        Perché non basteranno i controlli delle autorità – pur tanto migliorati dopo la fuoriuscita dai Consorzi – a garantirci di bere dei “veri” Amarone e Ripasso 2014.
        Mi spiace, converrà anche Lei che pochi disonesti da sempre rovinano gli onesti. Ma più delle motivazioni di una multinazionale, mi preoccuperei di questo problemuccio qua: la trasparenza. E il fatto di pretenderla dalle aziende.
        Io rispetto tutte le scelte che le aziende faranno circa l’appassimento di queste uve. I vigneti li ho girati, ho visto molte situazioni disastrose, e diverse incoraggianti. Parlo con gli agronomi e alcuni produttori, sono loro a riferirmi delle difficoltà gravi che stanno affrontando. Posso arrivare a comprendere tutti i loro problemi, ma – suvvia, me lo lasci dire – sono io che pago la bottiglia, quindi vorrò sapere:
         
        – se le uve raggiungeranno la maturità necessaria – come mi auguro! – come hanno condotto gli appassimenti, con quali tecnologie e per quanti giorni?
        – mi garantiscano e/o mi dimostrino le origini delle uve, si arrangino a escogitare i modi, non spetta a me indicarglieli, ma si ricordino che dire “DOCG” oggi non basta di certo!

        L’Amarone perde i colpi sul mercato internazionale (si parla di un -30% nei primi 6 mesi 2014), a causa dell’eccesso di produzione (voluto e ricercato dai Bianconigli??) e dal posizionamento del Ripasso che ne cannibalizza prezzi e immagine (all’estero dal chiamarlo Baby-Amarone qualcuno ha cominciato a chiamarlo “Poor man’s Amarone”: un bel segnale, vero? L’Amarone dei poveri…!). 
        Ora, a questo capolavoro di gestione della filiera (nel quale voi trentini senza dubbio vantate numerose eccellenze, e mi perdoni il colpo basso), la Natura contrappone un’occasione storica per correggere il tiro. Bene il Consorzio che limita la quota di uve da mettere a riposo (in realtà tra minore quantità disponibile e nuovi limiti si arriverà a circa un 20% di uve a riposo). Se qualche azienda rinuncia a fare Amarone (per via di impianti di appassimento artigianali) dove sarebbe lo scandalo? Dove sarebbe la manipolazione? Mi sembra un atteggiamento senz’altro trasparente, comprensibile da qualsiasi consumatore. 
        E se qualcuno produce, ben venga, ma risponda alle due domande di cui sopra.

        Altrimenti, Lei e io, insieme a molti altri amici, ci berremo i Valpolicella 2014 freschi.

        1. Alice

          Gentilissimo dottor Nadali, capisco, dalla sua prosa, che manca fra di noi un lessico comune.
          Niente di male. Naturalmente. Ma così è.
          Lei considera un’annata vendemmiale un po’ sfigata, come “un’occasione storica…”. Per parte mia sono disposto a considerare come
          occasioni storiche dell’ultimo secolo… la rivoluzione d’ottobre, qualche scritto di Marcuse e di Cioran, i fumetti di Bonelli, l’invenzione del Fax, di Android e poco altro. E già qui, chiaramente, cominciamo a non capirci più.
          Poi vedo che in questo secondo commento si guarda bene dal citare Bertani Domains, e
          parla solo di “qualche azienda”. Mi perdoni: Bertani Domains non è “qualche azienda”.. ma è l’azienda che fa la differenza. E che differenza. Mercati e investitori si orientano guardando a Bertani non a “qualche azienda”. Per questo, nel mio commento precedente, mi permettevo di dire che il peso della medesima scelta provoca ricadute significativamente differenti a seconda di chi la compie. La signora Laura, con tutto il rispetto, per fortuna non è
          il signor Pedron. Infine il suo
          accenno su trasparenza e interesse dei consumatori.
          Mah: io non so se i consumatori disposti a spendere allegramente almeno 30/40 euro, dico almeno, per bere una bottiglia di Amarone abbiano bisogno di essere difesi e tutelati. Secondo me quei tre quattro milioni di
          consumatori (tre quattro bottiglie ciascuno all’anno) che nel mondo bevono Amarone, hanno strumenti, attrezzature e sensibilità e soldi per difendersi da soli. E, secondo me, della presunta “operazione glasnost” di un gruppo multinazionalistico ne possono fare anche a meno.
          Come ben lei sa, poi, il paese dove “storicamente” più alta è la sensibilità
          per i diritti dei consumatori – trasparenza, etichette..e tutto il resto – sono gli States. E non mi pare siano un esempio encomiabile di qualità. Almeno nell’agro alimentare.
          Questo per dire che spesso quando si invocano i consumatori, si pensa ad altro. A tutt’altro rispetto ai loro diritti. Gli ordinamenti europei in materia di agro alimentare, di salute, di certificazioni e di marchi mi pare vadano proprio in questa direzione: usano l’alibi dei consumatori per solidificare interessi e funzioni industriali. Altro che consumatori.
          E ora la chiudo qui, per non annoiarla ulteriormente, e a proposito di questa questione amaronista, mi permetto solo di ribadire che cosa diversa e differente sarebbe se la scelta fosse stata collettiva e condivisa e negoziata anche con i produttori di Corvina.
          Ma so bene che mi sto perdendo in amabili favole da Paese delle Meraviglie.
          Quindi mi ritiro in buon ordine.
          E la ringrazio ancora per la gentile disponibilità al dialogo.

          Sua Alice
          Ps: in quanto ai colpi bassi sulla filiera trentina…. benarrivato… si accomodi pure… questo è il posto giusto per tirare colpi bassi..e alti sul Trentino…

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