La-Vis, il dibattito incalza

Esondante dibattito sulle pagine di QT – Questotrentino sulle vicende lavisane. Istruttivo.

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43 Commenti

  1. Est

    Piantatela di rompere le palle con lavis e con le sociali: state tranquilli che le cose si rimetteranno a posto da sole, nonostante gli jettatori come voi. Viva la cooperazione!

    1. Susy

      ma vai a dormire Est, che a forza di andare dietro a quelli che ragionano come te e che pensano che tutto va sempre bene ci ritroviamo a fare i servi della gleba. Stai zitto e basta!

      1. Est

        Susy: non sai nemmeno di cosa stai parlando. Forse sei abituata a stare dietro una scrivania e dietro un monitor e non ha mai visto una zappa neanche da lontana. Zitta tu.

    1. Anonimo

      Pistolero anche tu mi piaci, saresti un avversario leale da sfidare a duello. Ma ricorda che quando un uomo con la pistola incontra un uomo con il fucile, l’uomo con la pistola e’ un uomo morto.

  2. Anonimo

    Pistolero e’ un dato di fatto che in Trentino i soci delle coop agricole sono considerati delle pedine al servizio del sistema, e questo non lo dico io che sono un povero pirla ma gente molto piu’ intelligente di me. Punto secondo, io non ho niente contro la cooperazione, della quale sono invece un sostenitore. Mi rode pero’ il culo a pensare che sia in mano ad una maggioranza di dirigenti che se ne strafottono dei principi cooperativi e mirano solo ad arricchire il proprio conto in banca. Sfruttando la gente onesta che si fa il mazzo nei campi.

  3. sandro sandro

    A proposito dell’argomento originario di tutto questo, L’enantio, provate un pò a bere certi prodotti nel “resistente Veneto”.
    Per loro fortuna il disciplinare nessuno lo controlla, ci sono enantio allungati con passiti per renderli più beverini e “comodi” e non li trovate nelle cantine sociali

      1. sandro sandro

        Cosimo scusa, non parliamo divini etnografici, ma del rispetto di un vino, che ha come particolarità, proprio il suo essere vino anche duro e anche difficile per alcuni, altrimenti chiacchieriamo per niente e va bene il pinot

        1. Caro Sandro, ti ringrazio per aver introdotto questo discorso.
          Come avrai capito non sono un purista, né un etnografo del vino, né un ampelografo.
          E considero il valore di un vino, anche e soprattutto, per la sua piacevolezza e per la sua bevibilità.
          A monte di questa affermazione, ci sono delle domande.
          Perché si beve un vino? La risposta, chiaramente, non è univoca. Un tempo, nella società contadina, il vino si beveva soprattutto per alimentarsi e per darsi la carica necessaria a vincere la fatica nel lavoro dei campi. Mio nonno, inzuppava il pane vecchio nel vino, anche per dare la carica al suo mulo, anzi era una mula, per darle la carica necessaria ad arrivare a fine giornata.
          Oggi, per fortuna non è più così. Oggi beviamo il vino, a volte per trasgredire, a volte perché abbiamo sete (ma se abbiamo sete per lo più beviamo altro), altre volte per avvicinarci ad una storia e ad una narrazione – il vino etnografico e sociologico -, altre volte per compiere un gesto socializzante e altre ancora per compiere un gesto estetico. Nella maggior parte di questi casi – ad eccezione dell’approccio esclusivamente etno-sociologico -, il principio della piacevolezza, credo sia dirimente e fondativo anche per restare dignitosamente sul mercato.
          E ora torno al nostro benedetto Enantio. Il disciplinare della sottozona TERRADEIFORTI, come quasi tutti i disciplinari del resto, fissa una quantità minima di uve “ambrusca”, che devono essere almeno l’85 %. Il resto può essere altro. E trovo giusto sia così: questo limite minimo consentirà a ciascun produttore – senza violare alcun limite legale – di muoversi agilmente e di trovare la propria formula, di elaborare come un marchio di fabbrica il profilo del suo vino. Ci saranno i puristi e quelli che cercheranno di arrotondare un poco le impennate tanniche di questo vino, usando uve e processi di vinificazione che lo ammorbidiscano. E questo fa grande, credo io, una denominazione: la pluralità interpretativa. Parlando di Enantio, allora, per quel poco che conosco e per come lo conosco e per quel poco che è rimasto, mi pare di poter dire che questa vocazione interpretativa si è espressa anche in Trentino. Mi viene in mente la formula arrotondata di Maso Roveri e quella rigorosamente filologica del Ciso dei Dolomitici o di Vallarom. In mezzo ci sta l’interpretazione della Viticoltori in Avio. E non mi pare che ci si debba scandalizzare, se ciascun produttore ragiona anche pensando al profilo del suo cliente finale. Ci deve essere posto per tutti, dentro un denominazione. Purché si rispettino i patti convenzionali a cui si è aderito aderendo al disciplinare.
          Poi, immagino anche di sapere a cosa ti riferisci tu, quando sollevi la questione. E se è quello che penso io, ti do ragione. Ma, altrettanto apertamente, non ne possiamo discutere qui. Lo dobbiamo fare a quattro occhi, magari davanti a ‘n bicer.

          1. Luciana

            Bella disamina e argomentazioni inappuntabili. Complimenti signor Cosimo.
            Sarebbe disponibile ad intervenire ad una tavola rotonda, a Milano, per spiegare queste cose? Grazie.

  4. Tex Willer

    Anonimo hai una strana concezione del socio e dei dirigenti, devi sapere che le decisioni in un assemblea o in un Consiglio di Amministrazione vengono prese a maggioranza e la minoranza (in democrazia) accetta pacificamente ciò che è stato deciso.
    Mi immagino poi a cosa ti riferisci quando parli di servi della gleba ma suvvia la Cooperazione al 99% è sana e i contadini non corrono alcun pericolo di essere soprafatti, ma poi, mi chiedo quale sarebbe secondo te l’alternativa alle Coopertive?
    Magari quelle cantine private sostenute da blogger “papagalli” magari anche pagati dalle stesse che quest’anno non volevano vinificare l’Amarone perchè hanno scorte inevase in cantina?

    1. sandro sandro

      Finalmente un pò di verità, le cooperative non sono il diavolo e sono state la risposta a decenni di sfruttamento del lavoro contadino, e poi parliamoci chiaro, nelle cantine sociali si trovano sempre vini buoni e comunque onesti, in alcune anche gran bei vini, non posso dire la stessa cosa dei cosiddetti produttori indipendenti, ci sono è vero grandi eccellenze tra loro, ma fatta la media la fregatura è più facile prenderla dal privato che nelle poco considerate cantine sociali.

        1. Anonimo

          Bravo pistolero, risparmia i colpi, tanto come tutti i soci cooperatori spari solo a salve. Tutti leoni sul blog, al bar e nelle caneve. Tutti agnellini scodinzolanti alle assemblee, davanti a direttori e presidenti che vi raccontano quello che vogliono e voi giu’ ad applaudire . Poi chiedetevi come mai le vostre coop falliscono e voi non ve ne accorgete neanche, venite a saperlo dai giornali. E cascate dal pero!

          1. sandro sandro

            Mi spiace che considerazioni che dovevano essere di buonsenso, siano diventate terreno di scontro e scarico del testosterone, i soci caro anonimo non sparano tutti a salve, e in ogni caso se Tu, e tutti quelli che si dilettano di vini e dintorni, abbiamo di che parlare é grazie a loro che nel bene e nel male sono gli unici protagonisti, noi siamo solo spettatori, che, mi spiace constatare, manchiamo, in alcuni, del rispetto dovuto a chi magari sbagliando anche, fà

            1. Anonimo

              Pistolero mi frega niente di avere ragione, mi piacerebbe invece che i soci delle coop agricole facessero valere le proprie di ragioni. Nei confronti di dirigenti sfruttatori che si fanno solo i loro interessi e trattano i contadini come servi della gleba

  5. sandro sandro

    Caro anonimo, forse non hai mai partecipato a un’assemblea, a domande su quale futuro per questo o quel vino, la risposta è sempre stata che l’unica maniera per garantire futuro e reddito, sono i grandi numeri di pinot.
    I contadini non sono, malgrado quello che credono le anime belle, degli eroi senza macchia e paura, hanno vite da mandare avanti, non sono tutti cullati dal sogno della vigna perfetta, ai più basta, ed è giusto sia così, che la loro vita possa essere tranquilla.
    Facile biasimare sarebbe meglio capire.

    1. silvio

      Non ho capito… Secondo voi quindi è giusto che i contadini in assemblea se ne stiano zitti e buoni, dando a prescindere ragione ai dirigenti cooperativi , anche se questi fanno porcherie e mascalzonaggini? E si consolino con il contentino di poter poi dire quello che pensano veramente sui blog che parlano di vino e viticoltura ? Intendiamoci , reputo Trentinowineblog o QuestoTrentino blog seri, coraggiosi e rispettabilissimi , da ammirare . Ma anch’io sono del parere che le critiche che vengono fatte ai dirigenti sul blog andrebbero fatte in assemblea, inchiodandoli alle loro responsabilità e magari , pensa un po’, votando contro certe decisioni scellerate !

      1. No, Silvio. Io penso, al contrario, che dovrebbero essere le assemblee delle coop il luogo del protagonismo democratico e politico dei soci.
        Ma purtroppo questo non avviene: perché i soci in assemblea sono condizionati al silenzio e all’accondiscendenza. E quindi si rivolgono all’esterno, ai blog, ai giornali, ai tweet. Perché nelle assemblee non riescono ad esercitare la loro soggettività politica. Purtroppo. Magari riuscissero a riappropriarsi degli spazi assembleari e a decidere autonomamente, anche contro l’establishment. E così noi dei blog potremmo felicemente dedicarci ad altro: magari alle degustazioni e agli assaggi.

        1. silvio

          Allora permettimi due considerazioni e poi chiudo : A) nella realtà virtuale ( internet ) c’è il socio vero, quello che dice veramente quello che pensa , quello che critica i suoi dirigenti, quello che esprime idee ed opinioni. Invece nella realtà reale ( assemblea ) ci va invece il socio virtuale , che è sempre contento dei suoi amministratori , che non si lamenta mai, che dice sempre di si ed applaude a chiamata . Dimmi te se questo non è un capovolgimento della realtà ! Considerazione B ) se il problema sta nel fatto che il socio ha paura di esprimere le sue idee dinanzi alla platea o dinanzi ai dirigenti , si dovrebbe risolvere la cosa usando l’intermediazione del consiglio di amministrazione e relativi consiglieri , anche loro soci e quindi teoricamente dalla parte del contadino . Gli stessi dovrebbero ovviamente fare da tramite tra il povero contadino ( dico ”povero” con tutto il rispetto possibile ) ed i megadirigenti . Mi viene quindi da pensare che nei CDA cooperativi ci sia qualcosa che non mi torna , o qualcosa che non va …

          1. sandro sandro

            Io non ho mai parlato di paura del contadino, di fronte alle amministrazioni, ho detto qualcosa di molto diverso.
            Mi rendo conto che, molti di voi non si prendono la briga di leggere,Ha ragione Tex la cosa è molto più semplice, forse anche più miserabile, ma ripeto, sono solo uomini, che vivono del loro lavoro in campagna, non sono vittime di nessun sistema perverso.

  6. Anonimo

    Cosimo, a me sembra un dibattito sconclusionato e privo di sostanza. Che ci trovi di istruttivo? Penso che i soci cooperativi debbano dire quello che pensano alle assemblee e non su un blog. Alle assemblee tutti tacciono. Che mi dici in merito?

    1. Caro Anonimo, sulla carta tu hai ragione: la sede deputata per sviluppare un dibattito democratico e fattivo sul futuro di un’azienda, anche cooperativa, è l’assemblea dei soci. Non sono né i giornali di carta, né quelli digitali.
      Ma questo solo sulla carta, in ordine ad una visione astratta della realtà
      Ti chiedo, infatti, le assemblee delle grandi coop agricole, quelle con centinaia di soci e orientate prevalentemente alla commercializzazione, oggi sono in grado di essere anche un luogo di agibilità democratica? Nel concreto, dico. Non sulla carta.
      Non credi che risulti difficile, all’interno di un’assemblea con centinaia di soci ed eterodiretta dal business management, sia difficile per il socio, o per gruppi di soci, sviluppare occasioni di dibattito democratico consapevole e in grado di contrastare in maniera argomentata l’impostazione imposta a priori dal gruppo dirigente? Io, dopo aver assistito da osservatore a molte assemblee, credo di no. Ho visto soci prevalentemente costretti in posizione di soggezione rispetto al tavolo dirigenziale.
      E con questo non voglio dire che i giornali di carta e/o digitali siano un’alternativa alla naturale democrazia assembleare. Anzi. Tuttavia credo sia inevitabile che questi diventino il solo luogo dove i soci in qualche maniera sono in grado di rialzare la testa. Una specie di valvola di sicurezza o di uscita di sicurezza. E dico questo, per dire che forse il problema a questo punto non sono i blog o i giornali, ma che si impone anche per la cooperazione la necessità di rivedere i propri processi di formazione democratica delle strategie e delle classi dirigenti.

      1. Massarello Massarello

        Se permetti, Cosimo, aggiungo per buona pesa, che la campana dell’allarme suona cupa da anni in quel di Lavis, come suonò a Nomi, ad Avio, a Isera… Ora tace. È calata la normalizzazione. Le Cantine di primo grado sono di fatto state degradate a centri di raccolta in funzione del secondo grado. Abbiamo perso il marketing territoriale diffuso, i saperi cioè, della commercializzazione faticosamente rincorsi da generazioni di direttori. Ora ci pensa mamma Cavit con il Pica a monte e la bottiglia monomarca a valle. Vuoi vedere che per farsi emozionare il consumatore locale (e il turista) torneranno a preferire il vino degli altri?

          1. Massarello Massarello

            Scusate Tex e Cosimo, leggo solo ora e vedo nervi scoperti. Se non fosse che la cooperazione vitivinicola trentina copre il 90% del territorio (bene comune) e che a questo traguardo è giunta anche grazie al sostegno pubblico (soldi di tutti), potremmo anche non ficcare il naso nei rapporti fra i primi e il secondo grado. Invece lo sentiamo come un dovere morale, dal momento che pare (eh…) che qualcosa da qualche tempo non vada come ragione vorrebbe. Dico ragione, non passione, interesse o giù di lì. Ragionare del bilancio Cavit senza convenire che il primo grado è allo sbando e il territorio svampito è esercizio che non mi interessa. Come non mi interessano i consuntivi delle sociali e dei privati (riguardano il passato), mentre mi sta a cuore la sorte del territorio. Di questo, a mio parere, dovremmo parlare perché In agricoltura, questo, conta più del reddito immediato perché condiziona il futuro anche dei figli. Intendo figli dei viticoltori, perché di quelli dei manager, di nuovo non mi interessa.

            1. Tex Willer

              Massarrello #staitranquillo nessun livore ma solo passione nella discussione.
              Piccole precisazioni:
              ad es. quando sostieni che: “…a questo traguardo è giunta anche grazie al sostegno pubblico…” sembra quasi un accusa, da bastian contrario vorrei ricordare che soldi pubblici ne son piovuti, fatte le dovute proporzioni, in egual misura su tutti anche sulle aziende private, però con una, non piccola, differenza che vale la pena qui ricordare: i soldi ai privati rimarranno tali per sempre i soldi alla Cooperazione in caso di fallimento ritorneranno alla comunità. Ok?
              Una sensazione poi: hai sorvolato sul bilancio Cavit, come mai? Non sarà mica perchè come ho detto in precedenza è impeccabile?
              Non è poi esagerato parlare di “…primo grado è allo sbando…” se come si dice sempre sul bilancio Cavit questo dipende mediamente al 70% da Cavit stessa?

              1. Massarello Massarello

                Opinione sulle tue precisazioni: – sui finanziamenti anche ai privati, è vero, ma ricordati che i privati per averli hanno dovuto combattere 30 anni;
                – che io sappia da noi non è ancora mai successo che dopo un fallimento di cooperativa il patrimonio sia tornato alla comunità, mentre succede sempre che la comunità finanzi fino all’inverosimile le gestioni più cervellotiche. Credo che non ti serva un elenco, vero?
                – bilancio sorvolato: non so quali competenze abbia tu Tex, le mie poggiano sulla sintesi che fece un mago dei conti per il quale, questi, erano come l’elastico delle mutande: lo tiri dove ti serve! Certo, talvolta si sfondano pure le mutande…
                – infine, sullo sbando, ti chiedo io a questo punto, se un condizionamento al 70% (qualcuno al 100%) – che a casa mia si chiama monopolio – sia uno scenario da applausi o da togliere il sonno. In ogni caso, buon riposo.

                1. Tex Willer

                  Confesso che mi hai strappato un sorriso con la legge dell’elastico Massarello.
                  Dalla mia limitata esperienza so però che l’elastico in un primo tempo dà ma subito dopo rivuole indietro facendo anche male se teso troppo.
                  Tradotto in bilancio: un anno puoi tirare dove ti serve ma l’anno dopo devi aggiustare, le scatole cinesi usate da certi gruppi… possono aiutare ma prima o dopo la pecca se c’è viene a galla.
                  Il condizionamento poi, ma secondo te l’alternativa quale sarebbe?
                  Io sono convinto che senza Cooperazione l’alternativa sarebbe che un Zonin (dico Zonin per non dire altri ) qualunque arriva e fa scouting di aziende agricole spolpate da avidi commercianti,
                  che è un po’ quello che succede nelle altre regioni italiane, basta guardarsi intorno. E noi contadini trentini? Al bar, a raccontarci di quanto era bello essere padroni a casa propria.
                  E’ questo che vorresti?

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