Vedo e prevedo, un’astrologia per il TRENTO DOC

astrologia

Sono trascorsi 7 anni da quando su impulso di Tiziano Mellarini, allora assessore provinciale all’Agricolturadebuttò il marchio commerciale TRENTODOC. Tanti o pochi che siano per tirare delle conclusioni, sette anni sono sette anni.
Due giorni fa, il responsabile Promozione & Marketing di Consorzio Vini, Fabio Piccoli, a margine della presentazione di una ricerca targata Nomisma sugli scenari internazionali del vino, ha snocciolato una seria di numeri e numerini che nelle intenzioni avrebbero dovuto profilare il fenomeno metodo classico trentino. E ha rivelato anche le sue ottimistiche previsioni sull’export. Oggi confinato entro la percentuale del 10 % della produzione, ma già domani, secondo lui, destinato a diventare 15 % e poi 20 %.
Non so su quali prospetti analitici si sia basato l’uomo forte di Consorzio, e in passato anche uomo forte di Istituto Trento Doc, per elaborare queste sue stime. Ma ho la sensazione che il trend che lui ha tracciato sia più verosimile immaginarlo a proposito del Prosecco. Tutte le analisi serie sulla crescita dell’export della tipologia spumante, infatti, riconoscono l’originazione dell’exploit attuale a due cifre alla DOP veneta e non alle tipologie metodo classico (I numeri del vino 16 settembre 2014). Non a caso la maison leader del TRENTO sta investendo denaro e reputazione sul prodotto trevisano.
Ma voglio tornare sui numeri: ormai è assodato, perché è stato confermato dal presidente dell’Istituto TRENTO DOC Enrico Zanoni, che la produzione 2013 si sia attestata attorno ai 7 milioni di pezzi. Sebbene Piccoli, l’altro giorno, abbia parlato di 7 milioni e mezzo. Ma l’ottimismo è ottimismo. E poi non è questo il punto. Il punto è la confusione sui numeri della enologia trentina e su chi ha interesse a mascherarli, manipolarli, rigenerarli. Perché manca un Osservatorio in Trentino? Cui prodest questo vulnus?

Lo scrivo perché alla luce di questa confusione confusionaria, anche i numeri sciorinati l’altro giorno a palazzo Roccabruna, risultano perlomeno avventurosi.
Un paio di anni fa nelle sale della Fondazione Mach, l’Accademia Italiana della Vite e del Vino organizzò un suggestivo convegno così titolato: “La spumantistica trentina: storia, attualità e prospettive”. In quell’occasione, fra l’altro, il presidente Zanoni ebbe modo di dire: “All’estero qualcosa si muove ed il Trento Doc può ritagliarsi qualche fetta”. Qualcosa si muove e qualche fetta, cose ben diverse dalle mirabolanti e progressive previsioni elaborate dal suo responsabile Marketing.
A parte questo, però, in quell’occasione furono proposti anche alcuni numeri che riguardavano l’industria spumantistica trentina, numeri riferiti al 2007, anno di battesimo del marchio TRENTODOC.
Allora la produzione veniva stimata in 8 milioni di bottiglie con un export pari al 20%.
Sono passati sette anni, il marchio è a regime, e si sono perdute un milione di bottiglie e l’export risulta dimezzato (10%). Qualcuno mentiva allora? Qualcuno gioca con i numeri oggi? Qualcuno la tiene in piedi perché intanto si fa sera? Chi lo sa? Nessuno lo sa, perché un Osservatorio mancava allora e manca anche oggi. E tutti, così, sono autorizzati a strologare nel vento.

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