A casa di Pasquale

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A volte pensi di sapere tutto, e poi scopri che ti manca sempre un pezzo di qualcosa.

Ieri sera, per esempio, fra un piatto di peoci saltati in padella e  uno di lumachine in umido a casa dell’amico Pasquale ho scoperto questo vino: il Müller Thurgau  Letrari (2012). Non sospettavo nemmeno, da ignorante quale sono, che Nello e Lucia si dedicassero ancora a questa varietà. Però la scoperta è stata piacevole assai. E anche di più.

Dunque, il Müller non rientra fra i vini che prediligo. A volte lo trovo piuttosto piatto – e ce ne sono molti in giro di piuttosto piatti – e a volte lo trovo troppo acidulo, troppo verticale, quasi una sciabolata che ferisce la bocca, soprattutto per le bottiglie di qualità da uve di alta collina.

E invece l’esperienza con questo Letrari è stata rivelatrice delle possibilità e delle potenzialità del Müller. In una sola parola: equilibrio. Sì, l’equilibrio fra le tensioni della freschezza e la rassicurazione di una sensazione calda. Equilibrio fra le note vegetali e le sensazioni fruttate. Non so da dove arriva l’uva che finisce in questa bottiglia, se dalla collina, dalla montagna o dal fondo valle. Ma ho l’impressione che questa sia la strada maestra per il Müller trentino.

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7 Commenti

  1. CPR

    Scriviamo da tempo – se sfogli le annate del blog troverai parecchi post – , che in prospettiva (che è già attualità) il problema del vino trentino è legato all’ideologia del varietalismo. Le varietà scollegate dal territorio non hanno futuro sui mercati internazionali; o se ce l’hanno è un futuro legato alla loro funzione di commodity commerciale, come succede per l Pinot Grigio, ma proprio per questo sono sottoposte alle tensioni spesso drammatiche del mercato. E questa è una valutazione generale. Poi c’è la situazione trentina. Declinato in concreto il ragionamento di cui sopra, il primo problema riguarda lo Chardonnay (30 per cento del vigneto trentino), che non ha sbocchi sul mercato, salvo la quota minoritaria che finisce nel metodo classico, mentre per il resto (come vino fermo) soffre un problema di destinazione e di target di riferimento e quindi è destinato ad essere declassato e a diventare qualcosa d’altro. E qui mi fermo. Lo stesso problema si verifica per il Mueller Thurgau (in trent’anni è passato dall’uno per cento all’8/9 per cento del vigneto trentino): ma chi lo beve, oggi l Mueller Thurgau? La denominazione varietale lo comprime su livelli di prezzo che stanno abbondantemente sotto l’euro, del resto in Germania se ne produce parecchio e non solo in Germania e non sempre di buona qualità. Tanto da venire percepito dai mercati come un vino poco nobile. Anche in questo caso la sfida è una sfida territoriale, o il Mueller diventa territoriale fino al punto di cambiare nome (cembrano per esempio) o finirà, ma lo è già, per essere un problema. Serio. Un problema non per i romantici come noi, ma un problema sul fronte della rimuneratività.

  2. PO

    Mai assaggiato questo Müller, ma completamente d’accordo su questo vino in generale: ho sempre pensato anch’io che la mostra della Valle di Cembra potrebbe avere come simbolo un pompelmo, e pure l’APT potrebbe proporre di imitare Pamplona cambiando agrume. Invece guarda un po’ il Letrari. Non si finisce mai di stupirsi, a volere essere curiosi.

          1. Tex Willer

            Innanzi tutto tanti auguri P.O. e peccato che l’Osservatorio non sia più leggibile, ne va purtroppo della biodiversità di questo Trentino sempre più afono…

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