Champagne? No, grazie!

champagne

Ieri ho messo piede, fugacemente, nel padiglione trentino di Veronafiere. Ora lo posso anche confessare. Giusto il tempo di fare due chiacchiere con qualcuno e di fare qualche assaggio  di qualche novità: non vi potete nemmeno immaginare dove sia finito a bere e con quale squisita accoglienza! Ma di questo vi racconterò magari più in là.

Per oggi solo una nota di amarezza. L’amarezza che segue alla presa di coscienza della quasi inutilità di questo blog.

Fra gli altri, mi sono intrattenuto per qualche minuto, perché eravamo sul piazzale e la pioggia era battente, con uno dei volti immarcescibili del TRENTODOC. Un bravo professionista, sempre in buona fede, almeno credo. Ma anche lui, temo, vittima del castello di carta che in questi anni si è costruito attorno al marchio collettivo. Che, fra collane di perle, divanetti di pelle e tavolinetti riservati, non smette ancora di scimiottare con provinciale comicità, l’aura esclusiva, suggestionante e perfortuna irripetibile della Champagne

Quando mi ha visto, senza nemmeno lasciarmi parlare ha sentenziato più o meno così: “Ora abbiamo tutto, abbiamo tutte le tipologie di spumante che si possano immaginare, tutte di ottima qualità, la strada è segnata: ora è solo una questione di comunicazione. Perché per il resto noi ormai siamo come la Champagne i nostri prodotti sono anche migliori di tanti Champagne”. Evvai.

Ho nicchiato, non ho detto nulla. Ho acceso una sigaretta e sono andato via. Non avevo voglia di imbastire polemiche sotto la pioggia fradicia di ieri.

Ma qui, oggi, qualcosa la voglio dire. A parte l’ingenuità di attribuire alla cosiddetta “comunicazione” un ruolo centrale nella costruzione di una denominazione. Lo dico anche contro i miei interessi: sono convinto che le denominazioni abbiano più a che fare con l’economia e la società reali che con i virtuosismi e la virtualità delle parole. E che l’accentuazione del ruolo miracolistico della comunicazione sia un maledetto utile (?) alibi.

Ma ciò che mi ha in qualche maniera annichilito e fatto soffrire è stata l’evocazione dello Champagne. Mi sono tornati in mente i tempi tetri e bui di qualche anno fa, quando il TRENTO era interamente in mano a Palazzo Roccabruna e il suo patriarca, l’attuale direttore di Camera di Commercio, non perdeva occasione, sfiorando talvolta vette inesplorate di comicità, per sottolineare la presunta superiorità del TRENTO rispetto allo Champagne. In rete deve essere rimasta ancora qualche traccia delle sue favolose narrazioni. Ma intanto il (quel) tempo è passato, le cose a Trento sono cambiate (?) e insieme pensavo fosse stata archiviata anche la detestabile stagione champagnista. E invece no: a quanto pare ci risiamo. Per qualcuno il tempo si è fermato. O non è mai passato.

Del resto, in questi giorni, mi rendo conto che questa strada, la strada della provinciale evocazione dello Champagne, come strumento comunicazionale utile a nobilitare (ma ce ne è bisogno, mi chiedo?) il metodo classico domestico, sta imperversando anche in Franciacorta. Qualche giorno fa Vittorio Moretti, il pretendente al trono di Zanella, in un’intervista rilasciata a Franco Ziliani e pubblicata su Le Mille Bolle Blog, dichiarava: “Siamo (riverendosi alla Franciacorta, ndr) la Champagne d’Italia”. Ebbravo Vittorio, che, a quanto pare, ti sei perso sulle montagne di TRENTO. Ma tu, non fare come Andrea e cerca di tornare (in te), per l’amor di dio e per l’amor della Franciacorta.

Qualche giorno fa, poi, attorno a Vinitaly è andata in onda una curiosa competizione (alla cieca) fra Franciacorta e Champagne, intitolata The Judgment of Verona, organizzata, mi par di capire, da quei simpatici (e competenti) mattacchioni (che se non ci fossero bisognerebbe inventarli) di Intravino in collaborazione con la fierona di Verona. E fin qui tutto bene. In fondo, ciascuno fa e beve quel che vuole a casa sua. L’evento, tuttavia, da come si capisce dalla locandina, era supportato anche dal Consorzione bresciano (supported by Franciacorta). E qui, se mi posso permettere, dico che va meno bene. Molto meno bene. Perché un conto è che questo gioco lo faccia un gruppo (o un gruppone) di amici, per altro seri e titolatissimi a bere, a giudicare, a degustare, a consigliare e anche a fare opinione. La giuria del resto, come si dice in questi casi, era altamente qualificata [*]. Altra faccenda, invece, è che operazioni come queste siano avallate, e supportate, da un Consorzio, ovvero dal soggetto che istituzionalmente ha il compito di tutelare il disciplinare territoriale. Come ho sempre scritto anche a proposito del TRENTO, l’unica chiave possibile per valorizzare un disciplinare sta ne suo profondo radicamento territoriale. Mettere a confronto territori in spericolate gare competitive, per stabilire un’improbabile gerarchia, significa ucciderne il cuore e il sapere identitario. Vuol dire accettare l’inganno esiziale della comparabilità, operazione che svaluta e destruttura l’unicum territoriale, introducendo il principio della sua infinita duplicabilità, attribuendo, nel caso di specie, una funzione dirimente esclusivamente al metodo ovvero alla tecnica. Una trappola culturale. Ancora prima che enologica.

Pensateci amici franciacortini e amici trentodocchisti. E pensateci bene anche voi nuovi amici serenissimi. Pensateci bene.

 

[*]

L’elenco dei giudici:

1. Adriano Aiello (Dissapore)
2. Cinzia Benzi (Identità Golose)
3. Pier Bergonzi (Gazzetta dello Sport)
4. Massimo Billetto (FIS)
5. Antonio Boco (WineNews, Tipicamente)
6. Nicola Bonera (AIS)
7. Wojciech Bonkowski (timatkin.com)
8. Gianluca Castellano (Scarello agli Amici, ** Michelin Udine)
9. Bernardo Conticelli (pr. Manager Italia Bettane+Desseauve)
10. Jacopo Cossater (Enoiche Illusioni. L’espresso)
11. Aldo Fiordelli (L’espresso/Civiltà del Bere)
12. Alessandro Franceschini (Spirito DiVino)
13. Fabio Giavedoni (Slow Wine)
14. Maurizio Gily (MilleVigne)
15. JP Gravina (Enogea/Pietre Colorate)
16. Jobst von Volckamer (Merum)
17. Luca Martini somm. campione del mondo
18. Fabrizio Pagliardi (Le migliori 99 Maison di Champagne)
19. Jeremy Parzen (DoBianchi)
20. Pasquale Porcelli (WineSurf)
21. Mario Pojer (Pojer & Sandri)
22. Gianni Sinesi (somm. Reale *** Michelin)
23. Vincenzo Donatiello (somm. Piazza Duomo di Alba *** Michelin)

Per Intravino
Andrea Gori (Già Ambassadeur du Champagne pour l’Italie)
Alessandro Morichetti

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34 Commenti

  1. sandro sandro

    Buonasera, forse la prima autocritica la devono fare anche gli “esperti del settore”,
    Nei confronti del vino e delle sue mille peculiarità e particolarità,troppo spesso, ho sentito sentenze, quasi fosse diventato non più un piacere, ma un rito solenne bere un buon bicchiere.
    Non mi ritengo un esperto, tutt’altro ma mi piace bere bene, ma spesso mi è successo di bere vini non considerati,quando non “maltrattati”, e trovarli, (e non da solo) buoni, anche buonissimi,
    Forse il sentenziare di molti, magari confondendo il proprio gusto personale e le proprie convinzioni, con l’obbiettivo assaggio, ha di fatto svilito e banalizzato un momento che dovrebbe essere importante per qualsiasi vino.
    Non stupiamoci quindi se tra poco, faremo il campionato del vino, dal mio modestissimo punto di vista, l’hanno cominciato proprio quelli che adesso ne criticano il metodo di gioco.

    1. CPdR CPdR

      Sandro: hai ragione. Poi è chiaro che ciascuno è libero di bere ciò che vuole e di raccontare ciò che vuole. Quello che però è certo è che il ruolo della comunicazione ha assunto un rilievo sempre maggiore – ed è diventata una voce importante anche nella composizione del prezzo -, del resto quando si compera un vino diciamo oltre i dieci euro, non si compra un vino – o almeno non solo un vino – si comprano suggestioni, storie, emozioni (vere o presunte), insomma si acquista qualcosa di cui il vino è solo una parte, ma non il tutto.

  2. Claudio Claudio

    Come affermato in precedenza, comunque sia ritengo il differenziale dei punteggi abbastanza accettabile: 89,3 vs. 87,4. Visto il confronto, da fuori, semmai li ho trovati sensibilmente schiacciati in basso. I vini selezionati erano tutti di alto livello, con diverse cuvée de prestige, come ad esempio il Dom Perignon e Cristal da una parte e le riserve Annamaria Clementi e Vittorio Moretti dall’altra. Solo 2, uno per parte, hanno raggiunto e superato i 90 punti. Anche sulla base di alcune esperienze personali degli ultimi anni, ad esempio di Bordeaux, Bourgogne, Sancerre, Chablis, Brunello, Bolgheri ecc. mi viene spontanea una riflessione: non è che negli ultimi anni le qualità medie si siano percettibilmente abbassate e quindi di converso si ricorre e si investe di più nella comunicazione surretizia?

  3. Caro Cosimo
    Purtroppo dobbiamo farcene una ragione – non solo tu, ma tutti noi: ormai chi scrive è praticamente irrilevante “a prescindere”, come avrebbe detto il grande Totò. Le giovani generazioni sono digitalmente attratte solo dalle immagini; le generazioni vecchie, ahimè, non hanno nemmeno la scusa della tecnologia a cui attaccarsi…
    Comunque. Voglio solo aggiungere un paio di note a quello che scrivi, e che condivido nella sostanza:
    1) Le graduatorie del prodotto x contro il prodotto y, oppure della regione w meglio della regione z, si giustificano forse anche col fatto che la critica enologica di qualità, in Italia, è ancora relativamente giovane. Lenin avrebbe detto trattarsi di una malattia infantile…
    2) A parte tutto, c’è poi da dire che quasi nessuno vuole più studiare, nemmeno quelli che se la tirano molto. Studiare significa non accontentarsi, approfondire, essere curiosi, non cercare scorciatoie, applicarsi, provare e riprovare (come diceva quello). Lo studio serio purtroppo non è più di moda: e così compaiono le gare strapaesane, le graduatorie rusticane e provinciali, i grotteschi alberi della cuccagna. Una concezione bertoldesca, non seria, della cultura di prodotto e di territorio, che fa solo molta tristezza.
    Se vuoi ne discutiamo (scriviamo?) ulteriormente.
    Piero Valdiserra

    1. CPdR CPdR

      Intanto grazie per l’intervento, Piero; parole, le tue, che trovo estremamente condivisibili.
      Vero: tutto è diventato immagine, più o meno rozza e più o meno tecnica, fresca o spontanea, e questo del resto era un processo in atto prima dell’imperversare del selfie.
      La socializzazione digitale ha estremizzata una cultura dell’immagine che era già dentro di noi da molti anni. Del resto le egemonie, da sempre, si costruiscono più con le immagini che con le parole. E va bene.
      Ora, tuttavia, mi chiedo: è davvero finito il tempo della parola e del ragionamento analitico? Siamo sicuri che le aziende e l’universo del vino con tutti i suoi attori, ne guadagnino? Cosa resta dopo questo vinitaly? Un universo oceanico di selfie, d’accordo. Ma quale è la loro “durevolezza”, e quale la loro utilità (a parte il soddisfacimento eccitato della nostra incontentabile bulimia digitale)? Lo chiedo, per ora, senza darmi risposte. Ma me lo chiedo. Cosa produce questo eccesso di comunicazione e questa visione del mondo che sposta il baricentro vitale sulla comunicazione e sorvola sui processi reali?
      Quando, l’altro giorno, ho letto il comunicato stampa del consorzio della Valpolicella sugli accostamenti con il cibo vegano, mi sono cadute le braccia e mi sono chiesto ma che bisogno c’è? Che bisogno ha la grande Valpo con i suoi grandi vini i suoi grandi uomini (e donne) di spostare sempre più in là i paletti della comunicazione per eccitare il circo mediatico e guadagnarsi un titoletto furbetto in più che durerà un giorno?
      Discutiamone (scriviamone)

      1. Caro Cosimo
        Sono convinto che la bulimia dell’immagine digitale avrà un ridimensionamento, almeno parziale. Stiamo ancora vivendo la fase euforica del “nuovismo”, con tutti i suoi eccessi, e quindi siamo in pieno entusiasmo di massa: d’altra parte lo diceva già Tacito, “omne ignotum pro magnifico”, per cui non ci dobbiamo stupire. Come non dobbiamo stupirci della dipendenza di molti (in particolare enti pubblici e istituzioni, che scarseggiano mediamente in cultura di prodotto) dai fattori-notizia più alla moda, tipo Valpolicella e cibo vegano. Pensaci: se qualcuno non si intende di un argomento, cerca una scappatoia nei luoghi comuni, e soprattutto in quelli all’onore del mondo in quel momento. Una semplice dimostrazione della tendenza gregaria (o, per dirla con Cialdini, della potenza della riprova sociale).
        Discuteremo/scriveremo a lungo…

        1. CPdR CPdR

          Già, la scappatoia dei luoghi comuni. Ma il consumatore: cosa vuole? cosa cerca? Siamo proprio così sicuri che il consumatore, medio, cerchi queste suggestioni? Talvolta ho la sensazione che tutta questa fiera della comunicazione, alla fine, serva solo a noi e che tocchi davvero marginalmente il consumatore finale.

          1. La fiera della comunicazione del vino spesso, e quando va bene, è un dialogo fra iniziati. Non è quasi mai pensata, progettata e fatta per il consumatore finale. D’altronde, se enti, istituzioni, consorzi ecc. spesso brancolano nel buio per fare un misero comunicato stampa di settore, figurati se devono rivolgersi al consumatore finale. Poi c’è da dire un’altra cosa: per parlare al consumatore finale bisogna conoscerlo, ascoltarlo, interpretarlo, capirlo, mettersi al suo livello di mentalità, di aspettative, di linguaggio…E questa è una cosa che nel mondo del vino pochissimi hanno voglia di fare (e ancora meno hanno il know-how per farlo). Il vino è ancora, largamente, un mondo per addetti ai lavori, chiuso e altezzoso, e questo a lungo andare ne frena lo sviluppo, proprio nei confronti del consumatore finale. E anche questo aspetto lo inserirei fra le “malattie infantili” del nostro settore nazionale.

            1. Ludmilla

              Mi scusi dottor Valdiserra, ma allora lei cosa fa? Ha passato la vita a fare il comunicatore per gli iniziati e ora non le fa più bene? Si sente superato dai giovani? Se ne faccia una ragione. Noi che la siamo già fatta!

              1. Gentile Signora Ludmilla
                Mi scuso per il ritardo con cui Le rispondo, ma sono stato una settimana all’estero per lavoro, senza connessione Internet.
                Se prende informazioni su di me, come è molto facile fare, scoprirà che ho passato la vita a fare comunicazione per gli iniziati e non. Quindi non è questo il problema. Forse non se ne è accorta, ma io ho risposto (con un parere personale, certo) a uno stimolo di CPdR. Per quanto riguarda l’essere superati dai più giovani, cosa che non c’entra nulla con la presente discussione, certo che me ne faccio una ragione, come se la fanno tutti: non mi interessa conoscere la Sua età, ma vedrà che verrà anche il Suo turno, prima o poi, il tempo è galantuomo. Fino a quel momento, ed è una cosa su cui può intervenire subito, faccia più attenzione all’ortografia e alla sintassi.
                Mi stia bene.

                1. curioso

                  Caro Valdiserra, approfitto di questo suo intervento per chiederle lumi riguardo la causa che la Rinaldi ha in corso con la cantina di Lavis, di cui non si sa più nulla . Ci sono novità ?

  4. Maurizio Gily

    la giuria era sbilanciata sugli italiani ma: 1. qualunque degustatore fighetto italiano dirà che comunque gli Champagne sono più buoni, quindi, se esiste un pregiudizio, è al contrario. 2. la degustazione era cieca: molti (non io) si vantano di riconoscere uno champagne da un Franciacorta al solo rumore del tappo, ma nei fatti le cose sono un po’ diverse. Infatti noti esperti che hanno azzardato l’origine a bottiglia coperta su alcuni vini hanno preso facciate clamorose. Io no. Perché, come consiglia anche Michel Rolland, che non è mica un pirla, non ho parlato.

    1. Enrico Perroni

      Giusto Luciana, quale l’obiettivo del processo di Verona? Soprattutto da parte del consorzio, fare clamore? Guadagnarsi una medaglia? Se capisco Intravino quelli di Intravino, le motivazioni del consorzio proprio non le capisco! Ziliani e Cosimo.hanno perfettamente ragione!

  5. Invidia

    la vostra, Cosimo e Ziliani, è tutta invidia, perché questa bellissima cosa la hanno fatta altri e non voi. sareste molto più credibili ed eleganti se ogni tanto ve ne steste zitti. Addio a questo blog dopo aver dato l’addio anche a quelli di ziliani: non sopporto più la vostra accidia.

  6. Claudio Claudio

    Premesso che comparare due denominazioni con 5 vini da una parte e 6 dall’altra sia già di per sè una goliardata, se poi ci mettiamo 20 degustatori italiani e 3 stranieri ecco che ci si avvicina molto ad una cena della Classe. Detto questo i punteggi comunque sono abbastanza accettabili. Nonostante un plausibile campanilismo del palato che avrà inconsciamente influito sull’abbassamento dei voti, gli Champagne comunque vincono con una media punti di 89,3 ed i Franciacorta chiudono la classifica con 87,4 punti. (In termini calcistici un 2-1 in trasferta)…

    1. Viticoltore

      perdonami Claudio, ma non ti sembra di esagerare? Una cena di Classe? nella giuria mi pare ci fossero persone di primo piano, che poi fossero italiani o stranieri che differenza fa?

      1. Claudio

        Caro Viticoltore, lascio doverosamente agli altri valutare se quello che dico è esagerato o meno, in base al loro personale metro di giudizio. Io posso però cercare di spiegarmi meglio. Ti premetto che io non mi fido degli italiani e mi fido sempre meno… (scusa il bisticcio tra le affermazioni). Non mi fido degli italiani, sopratutto quando si aggregano in associazione, comitato, consorzio, cooperativa, ministero, governo, onlus, congrega, partito, lista civica ecc. ecc. Aggregati sono infantili e medievali, prevalgono i più furbi, scaltri, opportunisti… prevale la legge del branco con corollario di cagnolini al seguito. Ecco perché preferisco i blogs dei lupi solitari… Ma torniamo al “Processo di Verona”. Mi è sembrato come aver allestito un campionato mondiale di calcio dove gli arbitri ed i tifosi sugli spalti fossero tutti italiani. Fossero anche i più obiettivi del mondo i risultati non goderebbero di alcuna credibilità. Ma gli italiani sappiamo non sono i più obiettivi ed onesti al mondo, anzi, nelle statistiche sulla trasparenza, nel mondo siamo verso il 72° posto con 46 punti su cento (100= very clean / 0 = highly corrupt)… Si fosse davvero voluto fare una comparazione attendibile tra CH e FC allora sarebbe stato serio ricorrere ad un panel indipendente interamente straniero, (ricordo che per questo ci sono già dei rinomati concorsi…). Se invece si voleva usare un panel italiano sarebbe stato più bello, utile ed interessante trovare le differenze, coi vini in chiaro, e le diversità organolettiche e degli stili delle due denominazioni e territori. Per esempio, ne poteva uscire che il FC ha un colore giallo paglierino scarico più brillante dello CH, al naso più delicato e floreale che vira su toni complessi ma tenui mentre lo CH si presenta di colore giallo più intenso che vira al dorato, al naso presenta note più marcate e persistenti di nocciola ecc. ecc. Così sarebbero stati messi in evidenziati i markers fondamentali che distinguono un Franciacorta da uno Champagne e poi la comunicazione avrebbe potuto sviluppare le strategie spartendo da quei markers. Poi sarà il consumatore a scegliere. Ma evidentemente questo non era lo scopo del Giudizio di Verona. Lo scopo era far notizia col “miracolo della comunicazione”… tutto titolo e niente articolo… (come l’Amarone vegano).

  7. Laetizia

    Trovo molto corrette e convincenti le argomentazioni proposte dall’autore del post. Ciascuno deve fare la propria strada, ciascun territorio accentuare le proprie specificità senza immaginare velleitariamente di superarne un altro. Perché se non si riconosce che sono cose differenti, si ammette che sono la stessa cosa.

  8. Non capisco

    Cosimo ti leggo sempre e spesso mi trovo d’accordo con te. Ma questa tua vis polemica che si manifesta a giorni alterni nei confronti dei più disparati obiettivi, non mi piace. Perché non ti dai una calmata e magari non cerchi di essere più costruttivo? Che male c’è a dire “vogliamo diventare come la champagne”? Che poi è anche vero che la media delle nostre bottiglie (trentodoc) è superiore agli champagne.

    1. Massarello Massarello

      A Non capisco dispiace la vis polemica e invita Cosimo a essere più costruttivo. Evidentemente pungono più le critiche di quanto non sollecitino le proposte che pure qui abbondano. Sulla comparazione con la Champagne e/o gli Champagne bisognerebbe ricordare che nello specifico la qualitá enologica va data per scontata, altrimenti si torna alle gare che facevamo già 30-40 anni fa quando bastava questo per inorgoglirci. E i francesi sorridevano dall’alto dei loro secoli di vantaggio, consapevoli che il loro fascino sarebbe stato più difficile da agguantare. Evidentemente non vogliamo capirlo. A la santè!

  9. Faber

    Questa cosa mi aspettavo la scrivesse il tuo amico ziliani, ma dopo l’intervista a Moretti ha perso mordente forse. Però devo riconoscere che tu hai più stile e sei più subdolo nella polemica, perché mascheri le tue cattiverie dietro qualche tentativo di argomentazione intellettuale.

    1. Franco Ziliani

      ehi Faber, sai leggere o sei analfabeta? Sei il primo, fazioso e miope, che mi accusa di aver “perso mordente” per l’intervista che ho fatto su Lemillebolleblog a Vittorio Moretti. Un’intervista che anche i nemici, onesti, no cialtroni come te, hanno definito onesta, corretta, indipendente. E non in ginocchio, come credo lei si metta davanti ai PADRONI del Trento Doc. Si vergogni.
      @Cosimo Che gli dei ti benedicano amico mio.
      P.S.
      D’accordo su tutto, tranne quando scrivi ” simpatici (e competenti) mattacchioni (che se non ci fossero bisognerebbe inventarli) di Intravino”.
      la penso diversamente, a proposito

      1. Faber

        stia calmino signor Ziliani, se qualcun avesse detto che il trentodoc è la champagne d’italia lo avrebbe crocifisso e lo avrebbe sbeffeggiato per giorni e giorni. con Moretti invece ha sfoderata una insolita delicatezza.Tutto qui. Per il resto, guardi io non mi metto in ginocchio davanti ai signori del trentodoc, perché sono milanese e non ho rapporti ne con i signori Lunelli ne con gli altri.

        1. Franco Ziliani

          lei é un falso provocatore. bugiardo e cialtrone. Delicatezza nella mia intervista a Moretti? Ma lei sa leggere? E’ cieco, analfabeta, o semplicemente fazioso? Propendo per le tre soluzioni insieme. Chi mostra “delicatezza” in un’intervista ad un potente, non incalza l’interlocutore e mostra chiaramente un diverso parere come ho fatto io. Cialtrone!

          1. Faber

            Le reitero il suggerimento, signor Ziliani: stia calmino. Intanto, nell’attribuirle “delicatezza” intendevo farle un complimento. Perché la preferisco quando usa modi urbani a quando usa, come con me, modi inurbani. E mi meraviglio che Cosimo le consenta di insultarmi in questo modo, ma visto che siete amici probabilmente lascia andare. Comunque, ripeto: se qualcuno avesse paragonato il Trentodoc alla champagne, sono sicuro che lei gli avrebbe tolto la pelle. Posso coltivare questa mia convinzione? O devo chiedere il permesso a Lei? O per questo devo essere considerato un cialtrone, analfabeta cieco e fazioso? E poi proprio lei… accusa gli altri di faziosità. Ma mi faccia il piacere.
            PS: comunque non mi pare di aver ancora letto come la pensa lei chiaramente su questa svolta champagnista del consorzio.

              1. Giulia Morena

                Signor Ziliani la pianti di rimpiangere il passato ormai è patetico. Continua a far girare questo articoletto scritto in gioventù come un compitino. Mi fa quasi tenerezza.

                1. Franco Ziliani

                  articoletto un paio di ciufoli, Giulia… io non rimpiango alcun passato, faccio notare che chi spaccia per nuovo qualcosa che é vecchio e superato, sbaglia di grosso

                  1. Giulia Morena

                    Lei scriveva articoletti scolastici allora e continua a scrivere articoletti scolastici oggi.
                    Mi perdoni dottor Ziliani, ma a differenza di Cosimo che orma forse per disperazionei mi sembra asservito a lei, io non riesco ad apprezzarla, proprio non ce la faccio.

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