La legge, dev’essere uguale per tutti?

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Si dice che la legge è uguale per tutti, ma se andiamo a grattare solo un poco sotto la scritta che appare in tutti i tribunali, scopriremmo subito che si… legge in modo differente e un po’ ipocrita, anche se le leggi restano l’unico argine a soprusi e sopraffazioni, come la democrazia lo è rispetto a tutte le altre forme di governo. Le leggi cambiano col cambiare dei tempi, ma valgono sempre per tutti, su un tema specifico.
Nel mondo del vino, disciplinato quant’altri mai fin da quando si scoprì che lo si poteva fare “anche” con l’uva, pensare a disposizioni a “geometria variabile” da applicare a certuni e non ad altri che fanno lo stesso mestiere, può quindi essere veramente azzardato. Eppure le coscienze di molti, troppi operatori onesti, soffrono da tempo per l’inadeguatezza delle tutele sia loro che dei consumatori. S’è creata, infatti, una situazione nuova, basti pensare che oggi possiamo conoscere quasi tutto in tempo reale e che il mercato è quasi tutto globale, con operatori che riescono a stare sul mercato solo con una determinata massa critica.
In questo scenario i maggiori competitor vinicoli nostrani – come Cavit e Mezzacorona – sono piazzati piuttosto bene e il loro business è garanzia di reddito per migliaia di viticoltori. Al netto anche qui delle ipocrisie, sappiamo che questa performance è costata il sacrificio della territorialità che, per una zona vitivinicola piccola come il Trentino è rischio insopportabile. Il problema allora, è come conciliare le due esigenze, quella delle aziende che se la giocano sul mercato globale e quella di quanti – non avendo massa critica – vorrebbero giocare la partita del territorio, ovviamente su un mercato più circoscritto.
I Vignaioli, ma anche parecchi altri produttori singoli e alcuni tecnici di cooperativa, stanno da tempo sforzandosi di trovare la quadra, ma è difficile per una serie di ragioni. Lasciamo perdere le prepotenze, i ricatti e quant’altro hanno caratterizzato il recente passato e concentriamoci sui vincoli che bloccherebbero il settore a prescindere dalla rissosità dei soggetti: scopriremmo che il primo nodo da sciogliere è appunto quello del quadro normativo. Esso non tutela abbastanza i non globalizzati.
Mentre i grandi complessi tendono ad estendere all’inverosimile le aree di produzione per assicurarsi la reperibilità del prodotto (es. Prosecco e delle Venezie), questi si sono ben guardati dal diversificare o ridimensionare le loro politiche di territorio. Non è obbligatorio, non è previsto, nessuno lo ha chiesto. Insomma, i grandi tengono ambedue i piedi in una scarpa, bloccando di fatto lo sviluppo e la crescita di quanti non hanno alternativa alle denominazioni locali. Oddio, che continuino a conclamare il loro impegno per il territorio è un dato di fatto, ma – sempre al netto delle ipocrisie – questa è una contraddizione in termini. Infatti, alla fine le due cose sono inconciliabili, a meno che non cambino i fondamentali.
Sappiamo quanto sia difficile in questo Paese togliere diritti acquisiti e andare contro gli interessi (presunti) dei poteri forti locali. Interessi presunti, perché alla fine ci guadagnerebbero anche loro.
Un ragionamento questo, emerso da un dialogo con un laureando in giurisprudenza per una tesi sulla legislazione vitivinicola. Una mente pura, non ancora ingarbugliata dalla professione forense non ha, infatti, esitato nel vedere la soluzione in questa “geometria variabile”. La cosa è confortante e dimostra che in teoria cambiare si può, se si vuole. La pratica verrebbe di conseguenza.
Per concludere con un esempio concreto, prendiamo la DOC Trentino: sconosciuta ai più ed assente quasi sempre dagli scaffali delle enoteche e nelle carte dei vini dei ristoranti, potrebbe – nel raggio di 3-400 km tanto da comprendere Firenze e Monaco, bacino anche della nostra utenza turistica – ritrovare così una seconda giovinezza. Con una regola nuova, solo per quanti in via prioritaria fanno del territorio la loro religione, senza che i grossi svuotino le scarse disponibilità locali svilendo prezzo e immagine.
Infatti, la fuga “disperata” dalla Doc Trentino di buoni e di ottimi produttori locali registrata negli ultimi anni per abbracciare l’appeal di indicazioni geografiche come Vigneti delle Dolomiti, alla prova del tempo avrà anche retto, ma non ha risolto. Altri hanno investito su marchi privati o sul brand, ma anche questa per i piccoli è fatica improba. Che piaccia o no, “Trentino” è il nostro vero cognome (abbinato alle tipologie varietali) ed è questo che dobbiamo valorizzare. E per tutelarlo a dovere, bisogna codificare ex novo una “tutela territoriale” per garantire sia i produttori non impegnati nelle politiche globali, sia i consumatori che non s’accontentano delle standardizzazioni.
Le grandi aziende investono sul loro brand con le poche tipologie che hanno spazio sul mercato globale e questo è il loro core business. Se proprio volessero aiutare il territorio nella conquista di spazi più vasti, farebbero bene ad attivare delle società autonome per la distribuzione di prodotti d’alta gamma aprendo l’adesione a tutti i competitor del distretto a prescindere dalla categoria di appartenenza.
Una riflessione, questa, per vignaioli, piccoli commercianti e cantine di primo grado. Se vorranno continuare a fare impresa si dovranno impegnare direttamente loro senza demandare le decisioni ad altri. Altrimenti che imprenditori sarebbero?

PS: Entro l’anno dovrebbe vedere la luce il gigantesco TTIP, accordo commerciale transatlantico di libero scambio e di investimenti, in corso di negoziazione (segreta) fra UE e USA. Riguarderà l’accesso di mercato, ostacoli non tariffari e questioni normative. Per farla breve, è probabile che il nostro menù a buon prezzo preveda pasta Usa con parmesan e beef gonfiato con ormoni, mentre l’americano sceglierà fra menù proposti da multinazionali del food, made in Italy included.
L’avranno presente questo scenario le anime candide che governano le politiche locali? I grossi si renderanno conto che per continuare a stare su un mercato ultra-globalizzato bisognerà multinazionalizzarsi? E che di conseguenza il Trentino vinicolo dei piccoli deve inventarsi subito qualcosa di vitale per la sua stessa sopravvivenza?

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6 Commenti

  1. Romano Romano

    Interessanti osservazioni MWG speriamo che chi di dovere le legga.
    E già che ci sono voglio pubblicamente ringraziare questo blog e chi lo gestisce: fino a poche settima fa ero convinto che tutto andasse bene. Mi fermavo alla superficie, ora seguendo i vostri post e leggendo quelli del passato mi rendo conto che ci sono tante cose che non vanno. E che il problema non è la qualità dei nostri vini ma piuttosto gli errori della politica. Grazie!

    1. mwg mwg

      Sig. Romano, Lei ha perfettamente ragione. Abbiamo buoni vini, anzi ottimi vini, che stanno riscuotendo successi in tutti i principali concorsi e selezioni. Ma non credo basti… in fondo al giorno d’oggi è più facile (non che sia facile fare il vino, ma con le attuali conoscenza, tecniche e competenze sicuramente il vino lo si fa nel modo migliore) far vini buoni che vini cattivi. A parer mio la politica provinciale di aiuto all’agricoltura ha aiutato moltissimo ed è sicuramente è da lodare, ma credo abbia anche impigrito la buona volontà e la voglia di mettersi in gioco/ rischiare. Sono d’accordo con il Dott. Rossi. basterebbe un po di coraggio.
      Parlando con alcuni piccoli produttori (anche aderenti a marchi collettivi) lamentarsi perché si sentono il “contorno” di aziende più blasonate, fanno da arredamento sul palcoscenico collettivo, ma l’assurdo è che continuano a perseguire la medesima strada. Noi trentini siamo “lamentosi” di natura ma vedo che quando è ora di mettersi in gioco c’è sempre una certa pigrizia )di natura? acquisita?). Mi sembra di vedere il pesce pilota che segue il suo squalo: vorrebbe staccarsi dal predatore ma la sua presenza lo rende sicuro perché sa che lo stesso predatore gli garantisce il cibo ma gli lascia i suoi avanzi… ma forse non si rende conto che quegli avanzi spesso sono mescolati con i propri rifiuti fisiologici.

    1. Angelo Rossi Angelo Rossi

      Cara mwg, lei pone questioni spesso affrontate su questo blog a cominciare dallo stimolo al dialogo fra gli interessati. Che a mio parere è la causa principale per cui le cose non vanno come potrebbero anche andare e dico “anche” perché nessuno qui auspica che la gallina dalle uova d’oro smetta di farne. È che attorno ai manovratori – ai vari livelli – si è imposto il silenzio. Sono cambiati assessori, presidenti e manager, ma sempre silenzio è rimasto. Un silenzio attento, allertato, con le dita incrociate nella speranza che non succeda l’irreparabile qui o in qualche parte del mondo (Russia con le mele docet). Se in parallelo avessimo sviluppato una politica di territorio, avremmo maggiore tranquillità nella consapevolezza che – se ben tutelato e promosso – saremmo in tanti ad essere fabbri della nostra fortuna. Per questa idea lo spazio c’è eccome, e non servono nè risorse, nè strutture: basterebbe un po’ di coraggio per dire chiaro e tondo ciò che in privato sento condiviso, con eccezione di chi non si vuole confrontare. Perché dobbiamo aspettare di avere l’acqua, pardon, il vino alla gola per imparare a stare (sereni) sul mercato?

  2. mwg mwg

    Signor Rossi, il Suo articolo mi è piaciuto molto e condivido le sue parole.
    La mia impressione è che qui in Trentino si sia lavorato sempre e solamente in funzione del reddito e ho anche paura che oggi, con l’attenzione sempre crescente che i consumatori hanno sui prodotti alimentari e sull’unicità unita alla forte tendenze del “ritorno alle origini”, il Trentino stia prendendo l’n-esima “cantonata” (come diceva il mio vecchio prof. Modesto Inama), andando nella direzione opposta rispetto al mercato.
    Secondo Lei, ci sarebbe lo spazio e le risorse (e lo lascerebbero fare?) per costituire un nuovo consorzio/ associazione di Vignaioli con nuovi disciplinari e con una forte motivazione verso la valorizzazione territoriale per riuscire ad entrare nel mercato?

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