Maso Romani, un’ipotesi di futuro per il Marzemino

IMG_20150929_112907

Qualche tempo fa ho trascorso una bella mattinata passeggiando e chiacchierando amabilmente fra la raggiera dei vigneti ancora in vendemmia di Maso Romani, la tenuta gestita da Cavit, ma di proprietà dell’omonima Fondazione benefica, collocata fra Trento e Rovereto, all’altezza di Volano, nel cuore di quella piccola sotto zona della denominazione Marzemino Superiore dei Ziresi.

Lo scrivo oggi, perché è il modo di salutare l’amico Adriano Orsi, fino a ieri presidente di Cavit. L’idea di restituire al territorio, anche se parzialmente, questo patrimonio  la si deve a lui, che della terra lagarina è figlio e, diciamola tutta, anche uomo di potere.

Maso Romani, è una tenuta interamente recintata da un originario cordone in muratura, come raramente si incontra in quest’area. Poco meno di sette ettari di vigneto di Marzemino, con vigne storiche, altre sperimentali, altre ancora comparative. All’interno anche un casale quasi interamente, e per fortuna sobriamente, ristrutturato.

La mia passeggiata e le mie quattro chiacchiere le ho fatte insieme ad Andrea Faustini, enologo e funzionario Cavit – famoso soprattutto, ma non solo, per la piattaforma informatica PICA -, che di Maso Romani se ne prende cura. L’invito è stato suo e io ho felicemente accettato: perché dopo tante schermaglie e tante provocazioni, ho pensato fosse giunto il tempo del dialogo e della (ri)costruzione.

Cavit ha lavorato molto, e sta lavorando ancora molto, sul Marzemino dei Ziresi, un lavoro, soprattutto, di miglioramento genetico che ha portato all’individuazione da selezione massale di quattro cloni migliorativi. Uno degli aspetti più rilevanti di questa ricerca, e delle sue applicazione, riguarda la composizione e il rapporto buccia/polpa dell’acino e la struttura del grappolo, che sono poi le fragilità naturali del Marzemino. I cloni selezionati a Volano hanno migliorato queste vulnerabilità, aprendo la strada ad un vino più equilibrato e con una carica strutturale più solida. E’ il Marzemino che prende il nome dal luogo, Maso Romani appunto. Un vino in cui prevale più significativamente il frutto denso e pastoso rispetto alla classica nota vegetale, con un corpo di tutto rispetto e un’ampiezza che fa pensare ad ipotesi di interessante longevità, che normalmente i Marzemino non hanno. Insomma è un buon vino, o un vino buono, che si stacca per carica strutturale dai classici Marzemino a cui ci siamo abituati. Oggi le uve di Maso Romani, coltivate seguendo protocolli di sostenibilità e in via di conversione biologica, finiscono in parte in questa bottiglia e in parte in altre linee Cavit a sostengo di Marzemino più deboli. Il lavoro in campagna è gestito da un azienda agricola del luogo, la vinficazione avviene in Vivallis, a Nogaredo, sotto il controllo di Mauro Baldessari, l’enologo che più di tutti, pur essendo di origini lavisane, conosce il Marzemino: le sue pecche e le su virtù. Le sue potenzialità e le sue debolezze. A suo tempo fu un protagonista dell’omonimo Consorzio di Tutela e soprattutto fu il padre creativo dell’Etichetta Verde di Isera: il solo Marzemino che in quegli anni, venti anni fa, sia stato capace di costruirsi una  solida e riconosciuta reputazione.

Il valore di Maso Romani, tuttavia, a mio avviso non sta nel vino, o almeno non solo nel vino e nella bottiglia di Cavit. C’è un patrimonio di ricerca e di sperimentazione che si è consolidato dentro il perimetro di questo maso, le cui applicazioni concrete e territoriali  ora aspettano solo di essere condivise e socializzate.

Qualche dichiarazione di buona volontà in questa direzione, Cavit la ha già fatta. Anche se mi pare che, per ora, non ci sia stato seguito. Ma le aperture ci sono state. E mi sembra di averne colto lo spirito, appena messo piede all’interno del vecchio, ma elegante, casale ottocentesco: davanti agli occhi ho visto sfilare le bottiglie di tutte le referenze di Marzemino prodotte in Vallagarina. Accanto, e sullo stesso piano della bottiglia pesante di Cavit, c’erano i Marzemino della Sociale di Isera, quello, fuori dalla denominazione, di Eugenio Rosi, perfino quello di Mezzacorona, e poi de Tarczal, Salizzoni, Letrari, Bongiovanni, Martinelli, Maso Salengo, Concilio, Aldeno, Mori Colli Zugna e via e via tutti gli altri. Un colpo d’occhio quelle bottiglie, una accanto all’altra a comporre il mosaico, per ora purtroppo ancora scomposto, del Marzemino lagarino.

Il resto dell’edificio, oggetto di un restauro rispettoso che si è adattato all’architettura  contadina del Basso Trentino, sembra già adeguato ad una fruizione socializzata: sala conferenze, salottino di intrattenimento, cucina, spazi conviviali. Non so cosa deciderà di fare la nuova Cavit, uscita dall’assemblea dei soci ieri, guidata dalla coppia Lutterotti – Libera, di questo patrimonio lagarino. Io, personalmente, un sogno ce l’ho: mi piacerebbe che questo maso diventasse la Casa del Marzemino. La casa di tutti i marzeministi lagarini. Un luogo di incontro, uno spazio didattico, un’occasione di confronto, un ambiente di interazioni fra territorio e produttori, tutti i produttori. Un ambasciata del territorio, e non solo del vino, lagarino. Attorno a cui dovrebbero interagire virtuosamente le municipalità comunali, le soggettività produttive private e cooperative e le istituzioni del turismo (APT) e della cultura.

E concludo qui, con le parole, che mi sembrarono allora, e mi sembrano ora, almeno di buon auspicio e almeno un buon incipit, pronunciate dal presidente Orsi a metà luglio:

Cavit è impegnata da tempo alla valorizzazione dei vini del territorio e a questo fine coopera costantemente con le più importanti realtà di ricerca enologica del Trentino su tanti innovativi progetti.
Il Marzemino è uno dei vitigni tipici della nostra terra e il Maso Romani si trova al centro di una tra le zone più vocate a questa produzione. Abbiamo scelto di fare di questo antico edificio e del vigneto circostante, il Centro di Riferimento per una attività di ricerca avanzata sul Marzemino, una ricerca i cui risultati verranno messi a disposizione di tutti i produttori, non solo trentini, e favoriranno la produzione di vini di qualità sempre più elevata.

CONDIVIDI CON

5 Commenti

  1. PO PO

    Verrebbe da parafrasare Massimo D’Azeglio, che il Marzemino è fatto adesso serve fare i marzeministi, nel senso che insieme alla produzione si sono lasciati andare anche i consumatori. E per raggiungere questi ci vorrà tempo e ci saranno tanti ostacoli. Ci vorrebbe anche un cantore/propalatore, e tutte una serie di cose. Quelli del chiaretto e del bardolino, ma anche del Lugana, ci stanno riuscendo col duro lavoro. Ce la possiamo fare anche noi.
    Per l’intanto complimenti per questo bellissimo pezzo ( magari un aedo l’hanno già trovato?)
    Ciao, PO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *