Presidenza Cavit: una partita in silenzio

Un silenzio assordante. Scusatemi la figura retorica, ma non mi viene nessun altro incipit efficace, se non questo scontato ossimoro per descrivere il clima che circonda l’elezione, che avverrà fra dieci giorni, dei nuovi vertici di Cavit.

Il mondo cooperativo vitivinicolo sembra paralizzato dentro un mutismo che rasenta l’omertà. Il consorzione di Ravina è un colosso da 160 milioni di euro e zero indebitamento finanziario. Raggruppa 11 cantine cooperative di primo grado e circa 5 mila soci, che poi sono cinque mila famiglie; quindi occhio e croce incide direttamente sul tenore di vita di 15 mila presone. E tuttavia, non una parola trapela in questi giorni sul futuro della grande corazzata cooperativa. E’ come se non esistesse. Qualche indiscrezione, poi ripresa dalla carta stampata, la pubblicammo noi la scorsa settimana. Poi di nuovo il silenzio.

Eppure queste sono settimane intense di trattative e di confronto. Confronti e trattative che coinvolgono due livelli di potere: quello dei presidenti e quello dei direttori. E però il dibattito lì resta confinato, quasi soffocato dentro un cortocircuito democratico: ho paura non lambisca nemmeno lontanamente i cda del primo grado. Figuriamoci i soci, che, sono pronto a scommetterci gli zebedei, per la stragrande maggioranza non sanno nemmeno che a fine mese si deciderà del loro futuro, del loro lavoro, della loro vita.

Del resto le basi sociali cooperative, almeno quelle vitivinicole, sono state ammaestrate al silenzio. Addestrate ad un rapporto societario che assomiglia alla mezzadria. Un infragilimento della soggettività cooperativa che si regge sullo schema collaudato dell’asimmetria informativa: in pochissimi (il management) detengono il controllo delle informazioni e tutti gli altri (i soci e spesso anche gli amministratori) si accontentano delle briciole (informative) in cambio della pagnotta. Probabilmente è questa situazione che oggi impedisce lo svilupparsi di un dibattito aperto e allargato che coinvolga anche la base. E’ questa asimmetria, che ha prodotto addomesticamento intellettuale e sociale, che ostacola un reale coinvolgimento del popolo cooperativo. Che pure dovrebbe essere chiamato a decidere responsabilmente e consapevolmente sul cosa fare domani.

Sono almeno tre le questioni forti che stanno dentro l’orizzonte prossimo futuro di Cavit e che pretendono una risposta. Due sono temi di sistema e di modello e uno è soprattutto, e concretamente, di sostanza. E assomiglia ad un’emergenza: la questione La Vis. Prima o poi, più prima che poi, questo nodo deve arrivare al pettine e deve arrivare sulle scrivanie di Cavit. E’ nell’ordine delle cose che sia così. Il rientro di La Vis, dopo le opportune cure che il commissario sta praticando, nell’orbita del consorzio di Ravina appare scontato: ma cosa ne pensano i soci del primo grado? Quale è la loro opinione? Ma soprattutto come si può, dopo vent’anni di addomesticamento alla mezzadria, oggi, condividere con loro una questione così lacerante, che mette in gioco lo stesso principio della mutualità cooperativa? Chi ha il coraggio di farlo? Chi ha il coraggio di spiegare ai soci di Avio o di Nogaredo, piuttosto che a quelli di Toblino o di Aldeno, che si impone una scelta mutualistica radicale e di responsabilità. Perché questa è nel DNA di una cooperazione che abbia ancora voglia di essere autenticamente cooperazione? Chi ha il coraggio di spiegare in modo convincente che Cavit oggi, grazie alla sua solida patrimonializzazione e al suo equilibrio di bilancio, è nelle condizioni, e deve, fare uno sforzo che, buttiamola lì, potrebbe essere nell’ordine dei 30 milioni di euro?

Poi ci sono le questioni di modello e anche queste pretendono una risposta. Come dovrà essere il vino trentino del futuro? Un vino identitario e di territorio o, ancora e per sempre, un vino internazionalizzato e costruito su misura per soddisfare le esigenze del mercato globale? Un vino commodity o un vino che interpreta il territorio per diventarne motore di sviluppo collettivo e condiviso?

E ancora, altra questione che forse è la madre di tutte le altre: come ridisegnare, e se ridisegnare, il rapporto fra primo e secondo grado? E quindi quale deve essere, per i prossimi dieci anni, il profilo della soggettività cooperativa di base? Quale il suo ruolo politico e culturale?

Sono tutte domande che pretendono una risposta chiara o almeno un indirizzo orientativo, ora che l’epoca Orsi sta per finire. Sono stati nove anni intensi e anche difficili quelli retti dal presidente lagarino. Cavit è cambiata, radicalmente. Si è solidamente patrimonializzata, ha azzerato il debito e ha fatto crescere utili e fatturato. Si è dotata di una classe manageriale efficiente e moderna. Ha affrontato le difficoltà del mercato in crisi di questi ultimi anni internazionalizzandosi ancora di più e in questo modo ha contribuito a tenere in piedi, pur nel mare in tempesta, anche il primo grado. Rispetto a dieci anni fa manca all’appello solo una sociale: quella di Nomi. Una piccola realtà naufragata per eccesso di avventurismo della sua dirigenza locale. Ma a parte questo, durante il governatorato di Orsi, il sistema ha retto. E, se devo dirla tutta, ha manifestato anche qualche timida apertura verso il territorio.

Oggi però, dopo tre mandati consecutivi, la stagione orsista è al tramonto, al naturale tramonto. E sullo sfondo, silenzioso e quasi omertoso, si delineano due candidature che per il loro profilo sembrano contrapposte e ricordano la sfida di qualche mese fa per il controllo di via Segantini e della Federazione. I due candidati alla presidenza, Bruno Lutterotti – presidente della Toblino – e Diego Coller – presidente della Roverè della Luna –, per quanto ne so non hanno presentato piattaforme programmatiche. E se lo hanno fatto, lo hanno fatto di nascosto e non hanno socializzato i loro programmi.

Riprendendo, per comodità ma non solo, lo schema del recente confronto per via Segantini, possiamo provare a tracciare un profilo dei due, cercando di interpretare con le pinze le loro biografie.

Il primo, Lutterotti, pur senza averne la caratura intellettuale e la forza eversiva ed essendo anche lui un uomo ben calato dentro il sistema – attualmente è vicepresidente di Cavit e uomo forte di Cantine Palazzo – mi sembra interpretare il ruolo che mesi fa fu del professor Gios: da lui, a capo di una coop con oltre 600 soci, un patrimonio di oltre 5 milioni di euro e dodici milioni di fatturato – arriva una sottolineatura “forte” del ruolo primo grado. Ho la sensazione che il modello a cui Lutterotti fa riferimento sia un modello più orizzontale, che ha l’ambizione di riequilibrare le relazioni, ora sbilanciate, fra primo e secondo grado; è un profilo, il suo, che mette l’accento su ruolo del socio e delle periferie rispetto al cento. Il secondo, il presidente della piccola, si fa per dire, Sociale di Roverè – 275 soci, un patrimonio di oltre 4 milioni di euro e un fatturato di quasi nove milioni, la cui forza deriva anche dall’incidenza sulla prestigiosa doc alto atesina -, mi sembra invece un uomo di sistema e di aderenze istituzionali. Un candidato di vertice che sta tutto dentro, per relazioni, appoggi e frequentazioni, il sistema. Interprete di un modello verticale e istituzionale: un Fracalossi, anche qui con tutte le dovute sfumature e differenze, della vitivinicoltura. Posso sbagliare ma la partita mi pare si stia giocando sommessamente, in silenzio, con i piedi di velluto, fra queste due opzioni: un modello di sistema verticale e un modello meno sistemico e più orizzontalizzato.

E’ chiaro fin da ora che a seconda di chi sarà il nuovo presidente, saranno date risposte differenti alle tre questioni che ho enunciato poc’anzi.

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32 Commenti

    1. Claudio Claudio

      …la cantina di Toblino, noveanni orsono, aveva la presidenza praticamente in tasca…poi…grazie ad un raffinato machiavellismo, al novantesimo minuto, l’ha vista svanire (eufemismo…)… Riuscirà stavolta a non farsi sorprendere?…

        1. Claudio Claudio

          …Canarino Titty concorderà certamente sul fatto che esistono regole scritte ma anche regole non scritte (deontologia)… sono certo che concorderà anche sul fatto che, come riportato dalle cronache dell’epoca, in quel lontano frangente, obiettivamente, le regole non scritte non furono propriamente osservate… Per chiarezza posso solo aggiungere che io sono dalla parte de “…il fine ne giustificava i mezzi…”… ma questa è solo il mio punto di vista, non l’obiettività storica…

          1. Canarino Titty Canarino Titty

            preciso a Ghino che non sono poi così addrentro. Concordo sul fine giustificava i mezzi… D’altronde si arrivava da un percorso accidentato pieno di ostacoli. In quel frangente si lasciò in disparte il garbo,lo stile ,la grazia il savoire faire . Giocando una partita maschia,rugbistica….. muscolare!

  1. Ho sempre pensato che il socio della cantina di primo grado avesse non solo il diritto ma soprattutto il dovere di rendersi consapevole della gestione della propria cantina e di partecipare attivamente alla discussione sulle scelte strategiche della cantina stessa, guardando a come si evolve il mondo non solo lontano ma anche vicino a casa, pare pero’ che l’unico argomento a suscitare interesse sia quello di breve termine del prezzo a cui verra’ pagata l’uva. Questa condizione dona totale liberta’ agli amministratori delle cantine di primo e secondo grado. Poi mi domando, un colosso come cavit, arrivati a questo punto, gestito enonomicamente e finanziariamente in maniera impeccabile, sarebbe in grado di mantenere questo status puntando a un rilancio della territorialita’ dei propri vini? C’e l’interesse a fare cio? Partendo dalle cantine di primo grado e dai soci delle cantine stesse? Ritorno al punto di partenza….

  2. Piripicchio Piripicchio

    Mi spieghi perchè dici che Cavit deve fare uno sforzo di 30 milioni per salvare la cantina La.vis? Dove sta scritto ? Dove sta l’obbligo a farlo? Queste sono le chiacchierate che mi fanno incazzare . Ma tanto! Tanto tanto ! Non mi risulta che per i vari Nomi, Avio, Isera etc ci sia stata in questi anni una Cavit che ha tirato un colpo di spugna sui debiti. Solo tanto lavoro e tanto sacrificio da parte dei soci di queste cooperative . In silenzio. In dignitoso silenzio. Senza chiedere favori a nessuno .

    1. Caro Piripicchio, come ho scritto sopra, per affrontare questo tema lacerante c’è bisogno di una dirigenza e di un presidente capaci di grande autorevolezza. Di un uomo che sappia guadagnarsi sul campo, o che se lo sia già guadagnato, il rispetto e la fiducia di tutti i soci cooperativi. Ci vorrà del coraggio e del prestigio per mettere sul tavolo di Cavit la questione La Vis. Altrimenti si resta fermi al tuo piano di ragionamento. Legittimo e anche comprensibile, si intende. Ma che secondo me non fa i conti con la dimensione, anche simbolica, della ferita di La Vis.
      Ma tu mi chiedi, perché? Chi impone questo obbligo? E’ chiaro che non si tratta di un obbligo giuridico. E quindi scivoliamo inevitabilmente nell’ambito delle opinioni. Le mie e le tue. Provo a spiegare le mie. Che questa sia una questione politica e all’ordine del giorno della politica vitivinicola ed economica del Trentino, credo nessuno lo possa negare. La vicenda La Vis ha proporzioni e implicazioni infinitamente più grandi delle difficoltà incontrate dalla Viticoltori in Avio, che come dici tu e comunque anche grazie all’ “attenzione” di Cavit, si sta lentamente riprendendo, seppure con una fragilità di patrimonializzazione ancora preoccupante.
      Ma La Vis è una storia differente. Non è solo una storia di mala amministrazione, da cui potersi riprendere per ripartire semplicemente da capo. E’ anche una storia di politica, magari di mala politica. E credo che una cooperazione responsabile (e sono sicuro che Cavit questo senso di responsabilità ce lo abbia nel DNA) debba affrontarla. Come? Beh, innanzi tutto, e lo ho scritto, credo ci voglia una bella operazione di pulizia e di risanamento, quello che il commissario sta facendo, che peserà inevitabilmente sulla compagine sociale e sui redditi dei soci. Non sarà una cura indolore. Ma fatta questa operazione e fatta pulizia anche del management (e degli amministratori) che hanno provocato quel disastro annunciato, cosa fare? E, soprattutto, perché non fare? Perché, fatto tutto quello che abbiamo detto, la cooperazione non dovrebbe occuparsi preoccuparsi di questa tradizione vitivinicola, che è uno dei patrimoni più prestigiosi – fra la montagna Cembrana e il Campo Rotaliano e le Valli Avisane – della vitivinicoltura trentina. Perché lasciare a se stesso e alla deriva questo patrimonio prezioso? E guarda, uso questi aggettivi non a caso: perché intorno alla La Vis, gravitano alcuni marchi fondamentali per una politica di vino territoriale – Cesarini Sforza, Cembra, linee alte della stessa La Vis – che se dovessero uscire dall’orbita trentina provocherebbero un vulnus anche a quel poco di identitarismo residuo della nostra vitivinicoltura.
      Perché la cooperazione, se è ancora cooperazione, non dovrebbe fare questo sforzo mutualistico, soprattutto ora che è nelle condizioni di farlo, rigenerando, in questo modo, anche la sua attitudine, ammesso che ci sia, alla territorialità.
      Insomma, io penso che la vicenda La Vis – fatto tutto quello che si deve fare per rimettere le cose a posto – costituisca una grande sfida sia per una nuova cooperazione (mutualistica) sia per una nuova stagione della viticoltura territorializzata. E spero che Cavit trovi il coraggio, il modo, l’autorevolezza per compiere questo passo e questo passaggio.

      1. Piripicchio Piripicchio

        No, mi spiace . Anche se tutte le tue argomentazioni fossero giuste ( e secondo me non lo sono ) io non dimentico l’atteggiamento di superiorità e spregio che tutta la galassia La.Vis ( amministratori, soci, dipendenti etc ) ha avuto negli anni passati nei confronti di Cavit . Fino a consumare poi la rottura con il fattaccio Gallo. Certe cose non si dimenticano . La vendetta è un piatto che va servito freddo . Altro che mutualità coopertativa. In nome di cosa, quella che tu chiami mutualità cooperativa ? In nome di cosa, se loro appena hanno potuto hanno provato a metterla nel didietro a Cavit, anche se poi per fortuna c’è un Dio che vede e provvede e le cose sono finite come tutti sanno ?

        1. Consumata la vendetta, gettati nella polvere amministratori e manager – e questo mi pare sia già avvenuto – cosa si fa? Anche in tempi rivoluzionari, e non sono questi, c’è un tempo per tutto Piripicchio, un tempo per la vendetta – già consumata – e un tempo per la ricostruzione. Poi tu puoi anche fare finta di niente. Puoi continuare ad immaginare un’eterna vendetta, ma la questione resta e la questione è politica. Un migliaio di contadini, un migliaio di ettari, alcuni marchi molto identificativi. E tutto il resto. E chi se ne deve fare carico se non Cavit? Chi? I veneti? I cinesi? Oppure, i cooperatori mezzacoronari (e sinceramente mi auguro di no, e penso anche siano poco interessati, per fortuna)? Perché, vendetta o non vendetta, la questione resta aperta.

          1. Federico Federico

            Discorsi da comunisti questi. Secondo voi chi va bene deve sempre farsi carico di chi per negligenza e scarso impegno non va altrettanto bene e non ottiene buoni risultati. Discorsi come questi mi fanno venire il latte alle ginocchia.

            1. Komunisti? Dove sono i Kumunisti del vino trentino. L’ultimo, e unico, credo sia stato il vecchio compagno Ferdinando Mario Tonon. E credo sia una figura inattaccabile da ogni punto di vista.
              A parte questo, ricordare che mille ettari di vigneto e mille soci e qualche marchio, sono una risorsa per il Trentino, possono tornare ad esserla, è roba da Domunisti? E allora, si vede che sono Komunista. Ma i mille ettari restano lì, tu puoi anche pisciarci addosso Federico e anche cacarci addosso, ai mille ettari, ma restano lì.

          2. Piripicchio Piripicchio

            Tu avrai anche le tue ragioni ed è giusto così, anche perchè nel tuo ruolo non puoi schierarti apertamente da una parte o dall’altra per non inimicarti una delle due fazioni, pro o contro LaVis. Io penso invece che fino a quando dalle parti lavisane non arriveranno reali segnali di sacrifici in atto da parte dei lavisani stessi ( amministratori-soci-dipendenti ) molti la penseranno come me. Non possono sperare che i sacrifici li facciano gli altri al posto loro, a turno politica, federazione cooperative, ora tu dici Cavit eccetera . Un amico cantiniere in una coop lagarina mi dice per certo che, nonostante la crisi ormai di lunga data , i suoi omologhi antinieri lavisani continuano a guadagnare più di lui facendo meno ore lavorative, grazie a precedenti contratti favorevoli fatti dalla precedente gestione ( contratti interni intendo, non di collettività coop ) e mai toccati da nessuno . Anche se di solito quando ci sono problematiche di questo tipo la prima cosa che si cerca di fare è sforbiciare le spese . Non posso sapere se è vero o no , non vado alle assemblee dei dipendenti delle cooperative trentine, lui si e quindi non ho motivo di dubitare delle cose che mi dice. Come mi dice anche che per colpa della LaVis tutti i contratti collettivi coop sono bloccati . Come mi dice che , nonostante le condizioni finanziarie disperate, si favoleggia di compensi da sogno per manager e quadri della coop lavisana. Ti sembra normale questo ? Ti sembra fare sacrifici ? Io da parte mia , perchè lo ho sentito con le mie orecchie, ti posso dire quello che dicono gli agricoltori soci della coop coop lavisana, o quantomeno i più boccaloni di loro : dicono che quelli che sono andati via per approdare ad altre cantine sono stati dei co…….oni , perchè alla fine facendo i conti LaVis paga ancora meglio delle altre cantine le uve, sempre a parità di condizioni. Questo , come dicevamo prima , ti sembra normale ? Perchè un socio di , che so io, Avio o Mori che prende 80 euro al quintale ( sto inventando numeri a caso ) dovrebbe levarsi il pane di bocca per fare in modo che il suo omologo lavisano ne prenda, della stessa uva, 100 o 110 ? Quando sul tuo blog o sui giornali regionali leggerò che sono state messe in atto misure drastiche per migliorare i conti sarò più collaborativo . Finchè invece si pretenderà che i sacrifici li facciano gli altri per poter fare in modo che qualcuno possa godere ancora di privilegi vecchi che non dovrebbero esserci più da un pezzo, niente da fare .

            1. @Piripicchio : vedo che non ci capiamo…ho scritto più volte che la soluzione cavit deve avvenire dopo le “dovute cure” e i “dovuti sacrifici”, ma vedo che non c’è modo di intendersi: il desiderio di vendetta prevale. Ma non basta la vendetta per costruire un progetto di futuro. C’è un tempo per tutto, appunto.

        2. Anche io, che pure a suo tempo ho subito l’umiliante sicumera e lo sprezzo sprezzante degli Imperatoner, delle loro corti e dei loro epigoni, penso che il tempo della vendetta sia finito. E che questo sia il tempo della ricostruzione. Penso così.

          1. Giuliano Preghenella

            Discorsi da comunisti?
            Perché Federico la regola una testa un voto non è da “comunisti”?
            O il pagare una cifra simbolica per entrare come socio di una Cooperativa rispetto al valore reale o rispetto ai sacrifici compiuti a chi la Cooperativa l’ha fondata o è entrato prima non è da “comunisti”?
            Quelli regole non le contesti?
            Contesti solo la SOLIDARIETA’ che è alla base della Cooperazione, quella solidarietà che deriva dai valori cristiani riconosciuti a pieno titolo all’articolo 3 dello statuto della Federazione delle Cooperative.
            E allora fattene una ragione Federico, Lavis la salverà solo la Cooperazione.

  3. Romano Romano

    Analisi interessante e condivisibile: il parallelismo con Gios e Fracalossi fa capire molte cose. Ma ha ragione Ghino, domina il silenzio anche su questo blog. L’argomento è così noioso o così delicato che nessuno interviene?

      1. Giuliano Preghenella

        Hai ragione Tiziano è il silenzio che caratterizza questa vicenda, che poi questa non sia la sede adatta per discuterne si era già capito quando scrissi la lettera a Cavit: http://www.trentinowine.info/2014/08/cara-cavit-ti-scrivo/
        e non giunse mai risposta ufficiale…

        Ma il silenzio caratterizza tutta questa nostra economia trentina, in tutti i campi non solo quello cooperativo.
        Perchè per esempio abbiamo avuto forse programmi in mano quando è stato rinnovato il CdA di F.E.M.?
        Sono stati gli utenti a scegliere i nomi da mettere nel CdA?
        No assolutamente, eppure lì girano soldi pubblici. Qui in questo caso almeno abbiamo i presidenti delle Cantine Sociali a scegliere.
        Poi che si possa migliorare non è certamente escluso.

        Bisogna ammettere poi che ha un bel coraggio Ghino a mettere a repentaglio i suoi attributi nello scommettere che i soci non sanno neanche che ci sarà l’assemblea, ma evidentemente lui è ben informato.
        Ti dirò però che questo non mi meraviglia, viviamo nella globalizzazione dell’indifferenza e per forza di cose questa, nelle dovute proporzioni, riguarderà anche la Cooperazione, no?
        E poi, cos’ha fatto Orsi in questi nove anni per coinvolgere maggiormente i soci? Poco o nulla.

        Da Cavit non parte nessuna informazione diretta ai soci delle Sociali, una volta veniva inviato un opuscolo, non era tanto ma Orsi ci ha tolto anche quello, come e cosa vuoi che sappiano i soci…?

        Alla bella analisi di Ghino e alle sue tre questioni forti che condivido in toto su “come dovrà essere il vino trentino del futuro” io mi permetto di aggiungere: la sostenibilità come traguardo da raggiungere perchè questo sarà sempre più richiesto dal mercato.
        Qualcosa so che già si sta facendo, ma spero che il prossimo presidente dia una spinta maggiore a questo tema, ce lo chiede anche il Papa nella sua enciclica.

        Oltre a questo spero vivamente che il nuovo Presidente dia il via ad un dialogo (nel limite del possibile) maggiore tra Società e soci delle Sociali in modo che le informazioni circolino per permettere uno sviluppo economico e democratico di tutta la viticoltura trentina.

        Per il nome poi del futuro Presidente io non mi sbilancio, mi auguro solo che chi si assume l’incarico lo faccia così come si parla nel Vangelo di questa domenica, con spirito di servizio e non per servirsene.
        Di questi tempi non sarebbe poco.
        Buona domenica.

        1. Caro Giuliano, solo un paio di precisazioni. Non ho citato la questione della “sostenibilità” e/o bio/vegan/biodinamico e tutto il resto, perché considero questo tema del tutto pleonastico: sarà una precondizione per restare sul mercato nei prossimi decenni, che vale per tutti non solo per il trentino, che semmai sconta qualche ritardo.
          In quanto poi al coraggio per aver messi in gioco i miei zebedei, Giuliano, sono sicuro di quel che dico: mi capita di incontrare tutti i giorni soci della cooperazione vitivinicola (e spesso anche amministratori di cantine) e ho la sensazione che né gli uni né gli altri abbiano contezza della prossima scadenza. Tu hai una sensazione differente?

          1. Giuliano Preghenella

            No, non ho una sensazione diversa e dò atto a questo blog di essere l’unico ad affrontare questo ed altri argomenti interessanti.

            Ma secondo te, perché la stampa locale sembra sopita,
            non sguinzaglia i suoi giornalisti alla ricerca di notizie, rumors da riportare poi sulle sue pagine?
            Pazienza noi contadini disinformati ma i professionisti dell’informazione dove sono?

        2. Angelo Rossi Angelo Rossi

          Sul silenzio, Giuliano, la penso come te anche se vedo che viene comunque squarciato da qualche interrogazione consigliare o dalla magistratura. Ti domandi poi del rinnovo del CdA di FEM e qui ti ricordo che è solo stato rinnovato per un terzo e che le nomine sono pubbliche e su indicazione delle categorie previste dalla legge istitutiva dell’Ente. Quindi gli utenti sanno a chi rivolgersi; semmai potrebbero eccepire perché un sindacato grosso come le ACLI non sia rappresentato, ma questo è un altro discorso. Su cooperazione e globalizzazione transeat, ho già annoiato abbastanza, mentre per la presidenza Cavit ti appelli a Papa e Vangelo: certo che dal Sillabo di Pio IX a Francesco si è fatta una bella capriola, mentre il Vangelo è sempre là a dare risposte a chi le cerca. Il fatto è che qui ci basta il mammasantissima.

          1. Giuliano Preghenella

            Grazie Angelo.
            Permettimi solo di dissentire sulla presenza di un altro sindacato nel CdA FEM, anche se le ACLI lo meriterebbero solo per l’impegno verso i suoi associati,
            Dio ce ne liberi, abbiamo abbastanza danni da quelli attualmente presenti, vedi ad es.la parabola dell’utilissima assistenza tecnica che fine ha fatto,
            e poi mi chiedo cosa ci faccia lì un sindacato che è contrario alla coltivazione sul territorio nazionale degli OGM ma allo stesso tempo tollera la loro importazione, e su questo vanta pure il consenso di 8 associati su dieci, ma dove???
            Questi ci fanno perdere anni preziosi di ricerca.

          2. Angelo Rossi Angelo Rossi

            La sintesi è galeotta, Tano, tant’è che a Giuliano debbo chiarire che non auspicavo un aumento di seggiole in quel CdA, ma la verifica della rappresentatività sul minore dei sindacati presenti. Sull’assistenza tecnica il discorso è all’o.d.g. e siamo evidentemente ad una svolta dettata dai tempi che viviamo, mentre sugli OGM studio e sperimentazione (ammessi) per fortuna continuano anche se ne è vietato l’impiego. Così saremo più pronti quando il TTIP ci metterà di fronte ad una situazione completamente diversa.

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