RESISTERE, RESISTERE, RESISTERE. FORSE

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Qualche settimana fa la notizia strombazzata urbi et orbi, che assegnava ai friulani dell’Università di Udine un primato nell’approntamento di dieci nuove varietà di vite.
La FEM di San Michele, dorme? Provocarono i provocatori di sempre. No, Fem non dormiva.
Per ottenere nuovi vitigni da incrocio s’impiegano anni, decenni. Semmai s’era trattato di un sorpasso a destra, magari di un qualche sperimentatore formatosi proprio in FEM, magari un episodio simile alla boutade bolzanina della laurea magistrale in viti enologia di montagna, proprio all’indomani della decisione della stessa FEM di avviare un analogo corso di laurea breve, però in casa e d’intesa con l’Università di Trento.
Sia come sia, alla presentazione delle varietà resistenti della FEM, un paio di giorni fa a San Michele all’Adige (TN), c’erano un buon numero di tecnici e qualche rappresentanza istituzionale. Mancavano però i direttori d’orchestra, coloro cioè che decideranno se farle impiegare o meno queste nuove varietà; perché i lavori – sul territorio – non prevedono a breve modifiche in corso d’opera.
Fuor di metafora, di nuove tipologie a disposizione ce ne sono, eccome, tanto fra i bianchi, quanto fra i rossi. Uno Chardonnay con ottimo livello di resistenza controllata su pianta per 8 anni consecutivi, un Pinot bianco x Chardonnay intensamente profumato e adatto al Guyot, un Teroldego x Petit verdot pepato, un Müller Thurgau x Viognier adatto anche per base spumante, un interessante Vermentino x Sauvignon bianco, fino all’F15P105 (F=fila, P=pianta) Incrocio Manzoni x Petit Manseng (se ho inteso bene) che dà un vino particolare di buona acidità e leggera nota aromatica.
Questi 6 bianchi si completano con i due già iscritti IASMA ECO 3 ed ECO 4 (Moscato Ottonel x Malvasia di Candia), il primo con aroma misto di Moscato, Traminer e Riesling; il secondo più adatto alle vendemmie tardive per la sua capacità di sviluppare solo muffa nobile. Fra i rossi, interessante l’assaggio di due incroci Syrah x Pinot nero, ma soprattutto i due IASMA ECO 1 e ECO 2 (Teroldego x Lagrein) già riconosciuti; il primo molto adatto all’appassimento, vigoroso e ricco di corpo in grado di mantenere il timbro fruttato; il secondo che matura una settimana prima si mostra adatto all’invecchiamento e dà un grande vino vellutato, tannico e morbido. Completano la gamma, altri 8 incroci: due Teroldego x Perit Verdot, tre Sauvignon b. x Teroldego, un Teroldego x Sangiovese, un Primitivo x Teroldego per finire con un’interessante Schiava x Malvasia aromatica presentata secca, ma che potrebbe incuriosire con residuo zuccherino.E
Roba da enologi, insomma, semmai capiterà loro l’occasione. La qualità definitiva di questi nuovi vitigni, infatti, dipenderà anche dai porta innesti, dai terreni, dai lieviti e dalle altre cure dell’uomo. Solo così diventeranno campioni veri.
Oltre la tecnica, però c’è la politica: è quella che sceglie se il viticoltore non s’informa.

Il punto è questo: ha senso lamentarsi del lavoro di FEM per le scarse ricadute sul territorio, se anni di sperimentazione non vengono utilizzati dai nostri viticoltori? Ha senso che di questo impegno beneficino soprattutto imprenditori di fuori provincia? Ha senso non darsi un progetto per cui ai ricercatori non giunge richiesta alcuna? Ha senso farsi queste domande, oltre a tante altre che ci dovremmo porre?
Nel 2014, presentando i primi quattro vitigni selezionati il professor Salamini ebbe a dire:

San Michele continua a perseguire obiettivi pratici per l’agricoltura trentina utilizzando metodologie ed approcci avanzati. L’obiettivo è creare un brand trentino legato non solo al terroir, ma anche a vitigni sviluppati in provincia quindi varietà altamente qualificate, resistenti ed ecologicamente compatibili. Quello che presentiamo oggi è stato un percorso lungo, ma i primi risultati sono arrivati. Il prossimo passo saranno i vitigni resistenti, se non immuni alle malattie”.

Oggi protagoniste sono varietà che presentano caratteristiche differenti: tolleranti alla botrite, che si adattano meglio al clima, che danno cioè la possibilità di raccogliere le uve in periodi più adatti, con timbri aromatici differenti e quelle che sono in grado di aumentare la complessità del vino. Varietà che cercano il loro senso.

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24 Commenti

  1. Giuliano

    Grazie Angelo.
    Non credo che ci sarebbe stata alcuna adunata oceanica in FEM in quanto sono pochi i viticoltori che credono alle ricadute positive offerte dai risultati di queste ricerche genetiche, lo si è visto per esempio nei precedenti thread dedicati a questo argomento dove il sottoscritto è stato letteralmente deriso da qualcuno per il solo fatto di aver dimostrato simpatia verso il cisgenico.
    Evidentemente o è qualcuno che ha interesse al consumo di prodotti antiparassitari o è colpa della disinformazione in materia e proprio per questo penso che andrebbe organizzato al più presto un dibattito pubblico in FEM per spiegare le opportunità e sfatare i dubbi che queste nuove ricerche offrono e non cadere dal pero ogni qualvolta esce un titolo sui giornali o nasce un comitato contro i trattamenti fitosanitari.
    Non capisco perchè nelle altre regioni viticole (Veneto, Piemonte) se ne parla apertamente con convegni e qui da noi vige una sorte di tabù.
    Non mi sembra infatti che questo argomento rientri nel programma del tanto sbandierato convegno “Coltivare la sostenibilità” organizzato dalla Cooperazione Trentina e in calendario nei prossimi giorni, ma potrei sbagliare…
    Vedremo.

  2. Claudio Claudio

    …davvero interessante la situazione vista nel suo insieme. Da un lato abbiamo chi, per nostalgia o per passione, inclusa la line editoriale di questo blog, si impegna e si batte ogni giorno per il recupero dall’oblìo e per riportare in auge le varietà antiche abbandonate come la Casetta Foja Tonda, Pavana, Enantio, Schiava, Marzemino ecc. ecc. e dall’altro c’è chi, come la FEM, che “lavora” ad una ventina di nuovi incroci, da aggiungere alla lista della ventina di varietà viticole correnti. Perciò, perseguendo democraticamente i sogni di tutti ci troveremo a breve con almeno 50 varietà di vitigni con cui andare sul mercato! Certo che visti da fuori con le idee così chiare sulla nostra “identità territoriale e viticola” e presentandoci così uniti davanti al mercato con tutti i vitigni del passato presente e futuro, dobbiamo fare davvero una gran bella paura alla concorrenza!… E intanto fuori provincia le cose continuano ad evolversi con concretezza…e senza aspettarci… Qualcuno voleva un treno da non perdere? Eccone qui un’altro in arrivo… e se fa in fretta…ci evita di leggere sul blog tra dieci anni la triste storia di un altro treno mancato… http://food24.ilsole24ore.com/2016/02/nel-bicchiere-il-primo-franciacorta-vegano/ (per oggi, intanto, in attesa di meglio, la pastasciutta in tavola per tutti i viticoli la offre il Pinot Grigio, il Müller-Thurgau spumante, lo Chardonnay…sfuso.. e… il Prosecco…).

    1. Ringrazio Claudio per i suoi punti di vista sempre illuminanti e fuori dal coro.
      E sempre intelligentemente provocatori.
      Io non so quale sarà il futuro della viticoltura del Trentino e ragionevolmente non credo saranno nè la Schiava né il Marzemino, né la Caldaro né la Casteller.
      Penso, però, che se un distretto vitivinicolo vuole emergere, essere riconoscibile e creare reputazione per un’area nel suo complesso, deve poggiare le basi sull’equilibrio del sistema territoriale. Deve affidarsi, nella sua rappresentazione, ad un vitigno irripetibile ed irripetibile proprio perché calato, vissuto, interpretato, dentro quel territorio.
      Non sto dicendo niente di nuovo, né di originale.
      Non so se il futuro del Trentino sarà ancora il Pinot Grigio, non lo escludo. Ma se lo dovesse essere, ebbene penso che il si debba lavorare – dalla campagna alla commercializzazione – per ottenere un Pinot Grigio Trentino irripetibile e riconoscibile, un PG di cui andare orgogliosi e fieri. Oggi capita, invece, per esempio che né il Pinot Grigio né lo Chardonnay (che insieme rappresentano il 70 % del vigneto Trentino) siano ammessi nella carta vini di Enoteca Provinciale – Palazzo Roccabruna. Forse allora qualcosa non va: il modello PG, Mueller Frizzante, Prosecco (Lunetta), Provincia di Pavia, è vero, ha garantito un alta rimuneratività alla filiera e soprattutto ai viticoltori. Ma non ha creato reputazione territoriale: non è stato alla base di uno sviluppo territoriale (quello che per esempio vedo in Valpo o a Bardolino o in AA, tanto per restare in zona). A me il vino sembra una materia interessante per questo. Non per altro.

      1. Claudio Claudio

        …caro Tiziano, la mia senzazione è che si stia ancora girando a vuoto e non vedo alcun bagliore che indichi la via d’uscita a breve. Col mio precedente commento ho voluto evidenziare in quante direzioni ci stiamo muovendo…troppe a mio parere. E questo non è un buon segno perchè un distretto di qualità si costruisce attorno ad un progetto alla volta. Giri per il Piemonte, Barolo, Asti, Alba, Gavi, per la Lombardia, Franciacorta, per la Toscana, Bolgheri, Montalcino, Chianti Classico, Montefalco, per il Veneto, Verona, Valpolicella, Bardolino, Valdobbiadene-Conegliano, per l’Alto Adige, per il Friuli, Collio per non parlare della Francia, Spagna, Napa Valley e capisci cos’è un distretto di qualità. Prima di tutto non è confusione e poi è un solido e numeroso nucleo di piccoli produttori d’avanguardia che, pur con delle personali differenze fanno UN prodotto ineccepibile e unico sul quale ci credono così tanto che investono enormi energie e risorse a farlo conoscere e da imporlo nel mondo. Noi questo numeroso nucleo di piccoli produttori ecc. ecc. a parte qualche rara eccezione, che fanno come quelli degli altri distretti noi NON ce l’abbiamo. Invece che rassegnarci all’evidenza preferiamo tirare ai bersagli grossi…mega-coop, assessore, Pat, Fem. Non saranno mai le nostre quattro mega cantine sociali o le istituzioni a creare i distretti di qualità come nelle altre zone… non lo potranno mai fare perchè non è cosi che funziona nel mondo… sebbene siano riuscite a far miracoli coi loro prodotti di punta… e investito molto e molto di più di quanto abbiano sinora fatto i ns piccoli produttori… Le mega-coop devono seguire il mercato se vogliono vendere centinaia di migliaia di ettolitri di vino perchè se seguono i sogni del distretto di qualità devono chiudere… E’ dai piccoli produttori che dobbiamo partire perchè è da loro che dovrà venire il distretto di qualità di cui essere “orgogliosi e fieri” come dici tu…

        1. Angelo Rossi Angelo Rossi

          Già che ci sono, sottolineo che Claudio ha citato il meglio delle enologie affermate: nemmeno una varietà, tutte denominazioni di origine! Al di là del global cui auguriamo ogni bene, c’è spazio per il glocal dove le masse critiche di qualità sono alla portata anche di territori come il Trentino. Infatti è di glocal che dovremmo parlare, perché “fare soldi per soldi – ossia liquidazioni su liquidazioni” non genera valore. Almeno così dicono gli economisti e la riprova sta nel crollo dei valori fondiari.

          1. Claudio Claudio

            … visto che il movimento non sembra nascere spontaneo, su un bisogno del territorio senz’altro concordo col Dottor Rossi, bisogno al quale ha fatto riferimento più volte in passato. Quello di un tavolo attorno al quale tutte le componenti discutano con onestà e apertura mentale il tema dei progetti futuri volti a dare un’immagine e identità più forte del Trentino tramite l’unicità di uno o alcuni prodotti. Qualcosa come una conferenza intersettoriale viti-vinicola trentina. Un unico obiettivo: capire se c’è un progetto sul quale sono tutti d’accordo appassionatamente. E il progetto non dovrebbe contare sui contributi pubblici almeno per i primi tre anni, ma solo sulla collaborazione e sostegno tra tutti i settori. Se si trovasse una visione comune allora poi ci si potrà strutturare per realizzarla, altrimenti, ogn’uno pagherà il suo conto delle consumazioni e poi ognuno per la sua strada…

            1. Angelo Rossi Angelo Rossi

              Credo che parlare, parlarsi, non faccia che bene. Umilmente, dato che nessuno ha la verità in tasca. Magari per marzo si potrebbe pensare a un qualche incontro?

    2. Sul vino vegano….però Claudio…. ecco…più che un treno mi pare una bicicletta…
      … fra l’altro la prima certificazione vegana in italia è stata concessa, a suo tempo.. mi pare tre anni fa giusto sei mesi dopo l’introduzione, ad una sociale trentina, la Aldeno.

      1. Claudio Claudio

        …vino “vegano”…vedo di spiegarmi meglio. Parto da una premessa. Non è indispensabile essere giapponesi o shintoisti per mangiare il sushi, a Trento c’è un bel frequentato ristorante della catena “Zushi” ad esempio, non è indispensabile essere indiani o indù per mangiare piatti a base di curry, come non è indispensabile essere britannici e protestanti per bere il tè, non è indispensabile essere messicani e cattolici per bere la tequila, o mangiare burritos, (l’altro giorno a Venezia osservavo le vetrine zeppe di pizza rolls, porzioni di pizza arrotolate a mò di burritos e, forse, lì oggi, si consumano più pizze arrotolate che distese…) ecc. Certe mode sono trasversali e permeano le culture, tradizioni e abitudini diverse. Più che a pensare di diventare vegano io stesso, dal punto di vista professionale mi sono concentrato sull’intervista, ad esempio: “…Inoltre, – prosegue – recenti dati Eurispes indicano che a metà secolo, circa la metà degli italiani seguirà un’alimentazione vegetariana. Anche le enoteche e i ristoratori nostri clienti ci dicono che già oggi la clientela vegetariana e vegana è il 7% e in aumento”.e, – prosegue – recenti dati Eurispes indicano che a metà secolo, circa la metà degli italiani seguirà un’alimentazione vegetariana. Anche le enoteche e i ristoratori nostri clienti ci dicono che già oggi la clientela vegetariana e vegana è il 7% e in aumento…”. Questo dato, insieme ad altri naturalmente, mi dice che ci sarà una moda crescente verso i vini “…uva schiacciata, lievito e nient’altro…”. Quindi non si tratta di fare vini per i vegani per se, ma vini per quelli che si orientano verso abitudini vegane senza esserlo o volerlo diventare per forza. Scommettiamo che fra 10 anni ci sarà una forte richiesta della GDO per vini filo bio-vegan a prezzi popolari come il Prosecco? Aldeno ha vini bio-vegan? Bene, li tenga, li metta in evidenza e li promuova. (Si ricordino che vanno gestiti come prodotti normali di uso comune e non come articoli da farmacia per gli ammalati…). Naturalmente qualche produttore da solo non crea una categoria merceologica ma quando arriva l’onda alta almeno questi, se svegli e abili a cavalcarla, saranno già in acqua attrezzati e non invece fermi al bar a… succhiar cannucce di mojitos…

        1. Tano Tano

          Si hai ragione, Claudio, concordo con te che il vegan wine lo possono bere tutti (capita anche a me che pure sono carnivoro), volevo solo evidenziare che il marchio vegan vuol dire poco…(quelle quattro sostanze di origine animale che sappiamo si usano sempre meno anche nei convenzionali, soprattutto per ragioni allegeniche): e qui arrivo al punto: il salto culturale vero credo sia il bio e (se vogliamo ) il biodinamico – e infatti vediamo che in Trentino non è mai decollato: siamo ancora al 4 per cento del vigneto – , il vero passaggio epocale e delicatissimo, viste le forze in campo, credo sia questo perché impone una rivoluzione culturale soprattutto in campagna – meno in cantina mi pare -.
          A quel punto il vegan, con qualche piccolo accorgimento, è invece alla portata di (quasi) tutti.
          Su Aldeno: la linea biovegan (ampia scelta varietale sia in bianco che rosso, se non ricordo male una decina di referenze) mi pare sia stata valorizzata bene, lontano da visione esclusivistiche anche nel prezzo. Fu una bella e felice idea del direttore Webber, appoggiato dal suo presidente vegano. Non conosco i numeri di questa linea, ma immagino non siano prevalenti, almeno per ora.
          Sempre per restare in provincia, e in questo caso sul versante vignaioli, anche Vallarom ha ottenuto la cert. biovegan.
          Qualcosa che funziona c’è, insomma, per fortuna anche in questo Trentino che a prima vista sembra così sbrindellato.

          1. Claudio Claudio

            …rivoluzione culturale, certo, ma anche pragmatismo commerciale. E invece ti trovi anche ieri sul giornale il ns simpatico assessore remare tranquillamente nel senso opposto: “…Dallapiccola segnala con orgoglio anche l’attenzione che la Provincia presta alle produzioni agricole condotte con metodo integrato, «considerato dall’Unione Europea – afferma – un metodo di produzione sostenibile al pari di quello biologico»…”. Ora, equiparare il biologico alla “lotta integrata” lo sanno anche i sassi essere una baggianata. Si vedano i dati sull’uso dei pesticidi, in particolare dei principi attivi nei fungicidi ed erbicidi per ettaro in trentino comparati ai dati delle altre regioni per capire quanto la lotta integrata sia una rinsecchita foglia di fico usata solo a scopi elettorali e clientelari. Ancora oggi in provincia si sfornano fior di tesi di laurea che sostengono la “tesi” dell’alto valore della lotta integrata in trentino contro il biologico e che ottengono alti e lusinghieri punteggi da professori a dirla leggera poco “disinformati”… Allora se l’assessore all’agricoltura non solo non mette al primo posto la sostenibilità dell’agricoltura (pazienza all’ambiente, a quella ci “penserà” il Gilmo…) ma neanche capisce gli orientamenti della domanda dei mercati e dei consumatori allora…lì che ci sta a fare?

            1. mwg mwg

              @Claudio, acutamente lei sottolinea la domanda dei mercati circa prodotti a maggior sostenibilità ambientale, rispettosi della salute etc… Il mercato del vino arriva sempre un “attimo” dopo rispetto ad altri mercati…
              Ad esempio già l’abbigliamento da alcuni anni, sottolinea l’importanze del riciclaggio e delle materie prime. Forse perché sono donna e a queste cose sono più attenta, vorrei far notare come sono cambiati i consumi e la risposta dei produttori. Importanti catene (che poi lo facciano davvero è un altra faccenda), ritirano l’usato in cambio di uno “sconto” sull’acquisto del nuovo e l’usato dovrebbe poi essere riutilizzato per la produzione di nuovi tessuti o donato in beneficenza. Altro mercato è quello della cosmetica, (make- up, saponi etc…) che sottolineano sempre più l’utilizzo di materie prime “meno dannose” e di origine vegetale nei componenti delle formulazioni, perché il consumatore è sempre più “istruito” ed attento. Gli stessi alimenti per neonati e la tendenze di molte mamme verso il fai da te casalingo (con l’acquisto di prodotti bio che influiscono parecchio sulle tasche) per la preparazione di cibi più sicuri e sani. La stessa richiesta di prodotti c’è anche sul vino, ma si sente molto di più oltralpe e i vertici dovrebbero saperlo bene. Da questo punto di vista la Cantina di Aldeno è pioniera con la sua linea BioVegan ma ahimè non abbastanza supportata e diffusa. Ma finché la produzione del trentino resterà su scala “industriale” e mirata sui numeri, possiamo star qui a commentare per anni ma senza assistere a grossi salti in avanti, ma solo a grandi storielle che al consumatore interessano poco.

            2. A proposito…sull’ultimo numero di Terra Trentina ci sono alcune cose interessanti a proposito della sperimentazione bio e biodinamica…; che poi Dallapiccola..tenga in piedi la lotta integrata….mah…qui bisognerebbe….approfondire sul perché e sul per come….approfondiremo…

        2. Tano Tano

          E fra l’altro penso che passeranno meno di dieci anni dall’ingresso prepotente del bio-vegan nella gdo italiana. Già ora il bio è ampiamente presente, anche su fasce di primo prezzo.
          Il vegan lo vedo già molto presente nella distribuzione americana, il riferimento al vegan, almeno nella promozione, è sempre più accentuato. Il che mi fa pensare a tempi piuttosto brevi.

  3. Giuliano

    Queste notizie mi riempiono di gioia e mi fanno ben sperare anche se so che per motivi burocratici dovranno passare anni prima di poter coltivare appezzamenti interi di queste viti resistenti alle malattie.
    Tu Angelo in questo bel post ti chiedi se hanno senso alcune cose che condivido, ma ti chiedo anch’io un “se ha senso” e cioè:
    ha senso presentare questi preziosi risultati solo ad una ristretta elite di persone snobbando quelli che sono gli attori principali della viticoltura locale e cioè i viticoltori?
    Perché costoro vengono tenuti in disparte in queste occasioni?
    Ci si vergogna a confrontarsi con loro?
    Perchè dall’Università di Udine in qualità di follower sui suoi social ho ricevuto l’invito alla presentazione dei dieci cloni e dal “mio’ Istituto Agrario non ho ricevuto neanche la notizia della presentazione?
    Non credi che forse manca un passaggio importante a quello che viene definito il trasferimento tecnologico?
    Non credi che finchè non saranno coinvolti i viticoltori in particolare i soci delle coop agricole non ci sarà nessuno che stimolerà i nostri dirigenti abituati purtroppo al classico e ben più comodo “aven sempre fat così” a provare nuove strade?
    Possibile che l’unico stimolo al cambiamento seguito rimanga sempre e solo il contributo pubblico? Grazie se vorrai rispondermi.

    1. Angelo Rossi Angelo Rossi

      Caro Giuliano, questa presentazione/degustazione aveva un taglio tecnico e inevitabilmente un po’ politico. C’era posto per 30-40 persone in rappresentanza di viticoltori e tecnici, sia per illustrare i risultati raggiunti, che per offrire scelte migliorative rispetto ai soggetti oggi in coltivazione. Rispondo così anche alle preoccupazioni di Claudio sul proliferare delle varietà. Non è così per almeno due motivi: 1. Se vogliamo ridurre la chimica nel vigneto queste devono sostituire e non aggiungersi alle varietà esistenti; 2. L’offerta varietale ci sta tutta a condizione che porti il cappello/cognome Trentino. Una scelta politica che va rinnovata per tutte le tipologie, altrimenti sarebbe più intelligente occuparsi solo di Pinot grigio. O sbaglio?

        1. Angelo Rossi Angelo Rossi

          Scusami tu, Giuliano, ma ti arrabbi per una cosa più grande di noi due. Intendo che non è colpa nostra se oltre settemila viticoltori trentini si riconoscono nel modello cooperativo, ci sono state e ci sono ottime ragioni per questa scelta; scelta che qui si è declinata con le rappresentanze, amministratori in primis. Allora domando: quante volte in assemblea si sono affrontati questi temi? E ancora: t’immagini cosa sarebbe successo se FEM avesse organizzato un’adunata oceanica scavalcando il sistema cooperativo? Solo per dire che ognuno deve fare la sua parte. Dopodiché se mi chiedi se è giusto fare così ti rispondo di no, che il modello va ripensato e democratizzato. Come qui si sostiene da tempo, con la stessa rabbia tua.

          1. mwg mwg

            Egr. Sig. Rossi, lei afferma “t’immagini cosa sarebbe successo se FEM avesse organizzato un’adunata oceanica scavalcando il sistema cooperativo”… si intuisce quindi che la catena di comunicazione sia interrotta in qualche punto.
            Le chiedo quindi una domanda da “asilota”: c’è dialogo tra i vari vertici di potere (Provincia, federcoop, FEM, etc…)? C’è la sensibilità verso un comune interesse per fare bene al nostro Trentino? Oppure questi differenti enti navigano ognuno per conto suo?

            1. mwg mwg

              Da quel che leggo su giornali, comunicati etc… ho come l’impressione che gli organi di potere siano come una grande orchestra… ognuno è un abile suonatore?… ma ognuno suona la melodia secondo la sua interpretazione, perché ho come l’impressione che manchi un direttore d’orchestra. Noi uditori percepiamo solamente un gran frastuono, e il biglietto del concerto lo paghiamo di tasca nostra.

    2. Cosimo Cosimo

      Su questo punto la penso come Giuliano. La FEM, almeno la FEM, dovrebbe avere il coraggio di aprire un canale di dialogo diretto con i contadini. Scavalcando quando necessario le rappresentanze cooperative e/o di categoria. Che a quanto pare funzionano poco e male almeno in quanto a capacità di rappresentanza. E se le folle dovessero essere oceaniche… tanto meglio….. a San Michele lo spazio non manca mi pare.

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