SCHIAVA, IL SILENZIO DELL’INNOCENZA

Finalmente la Schiava è arrivata . Dopo avergliela chiesta, ieri uno dei miei spacciatori preferiti me l’ha fatta trovare: Schiava Valdadige DOP – Cantina Mori Colli Zugna. Da un po’ di tempo mi sono appassionato a questo vino; così mi pare di poter descrivere la DOP Valdadige: un bel colore rosato intenso e luminoso, un naso fresco con sentori di fruttini rossi appena accennati. schiava valdadigeIn bocca è croccante, di una fragrante freschezza giovanile, quasi innocente; pur senza velleità si fa portatore di un beva completa e avviluppante, con un buon equilibrio acido, che lo preserva da certe amarezze finali che a volte allontanano da questi vini. Insomma, mi piace. E poi ne puoi bere a volontà, si fa per dire, perché ha un tenere alcolico di 11,5 gradi. Insomma, gliela si può fare anche a finire la bottiglia.

Ma a parte questo, ieri sera mi sono divertito ad osservare le reazioni degli avventori messi di fronte alla Schiava. Tutti la hanno snobbata: nessuno ha voluto assaggiarla. Chi, i più giovani, perché non la conosceva e non si fidava, chi perché poco avvezzo a questi colori, chi, i più anziani, perché ricordava loro il vino povero dei tempi della povertà. Insomma la Schiava me la sono bevuta io. Da solo. Il mio spacciatore non deve essere rimasto entusiasta. E non credo si cimenterà in un secondo approvigionamento, dopo questo deludente test

Eppure, fino a qualche decennio fa la Schiava, nelle sue tre varianti, era l’uva più diffusa fra i vigneti del Trentino. E le bottiglie, anche di qualità, giravano. Poi è capitato qualcosa: la Schiava è sparita. Se ne sono perdute le tracce. Mentre nel resto d’Italia i vini rosati stanno correndo a più non posso – dalla Puglia alla clamorosa impennnata dei bardolinisti -, il sipario sembra calato inesorabilmente sul rosato più territoriale del Trentino. In silenzio. Il silenzio dell’innocenza.

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30 Commenti

  1. Zagor Zagor

    bella questa nuova versione del blog, più comoda da usare almeno sul pc.
    stasera provo sul tablet e sul telefono e ti so dire.
    grazie per il lavoro sempre accurato che fai

  2. Il problema si può semplificare sul piano tecnico, anche se non sono un tecnico. Se l’uva di qualsiasi tipologia raggiunge a maturazione, non post maturazione, > 18 gradi zucchero è da presumere che la qualità sia soddisfacente corretta per l’acidità. Certo ci sono i passiti, ma non sono la norma. A te ampia trattazione.

  3. Il tuo commento è molto argomentato e l’esempio con l’Alto Adige intrigante in favore della schiava. Ho assaggiato un rosato fatto con l’uva teroldego e, in Sardegna, altro rosato fatto con il cabernet, e non pensare ad un errore. Tutti e due molto migliori, sempre a mio parere da non esperto, rispetto alla schiava.. Che la tecnica enologica ci possa dare indicazioni è sensato, ma io proverei a portate la schiava al sud e vedere la resa in termini qualitativi.

    1. è chiaro che se fai rifermento al teroldego o al cabernet – ma poi ci sono i grandi rosati pugliesi – pensi a vini con molta polpa e con molta materia: la schiava è un’altra cosa, è buona così, per la sua leggerezza e anche per la sua evanescenza…. perchè è un vino senza pretese… un po come sta capitando con il Chiarretto in questi anni. Poi se vogliamo bere grandi vini..allora…chiaro che scegliamo altro. Ma non sottovaluteeri, anche da un punto di vista commerciale, il valore di vini come questo. Ripeto.. l’esempio dell’alto adige mi sembra calzante.

    2. Proprio perchè ho sposato una pugliese conosco i rosati di quella regione, ma pure i rossi di gran corpo e mi sono domandato spesso, perchè ci intestardiamo (in senso buono) a coltivare vigne a bacca rossa in Trentino, terra dove, secondo una definizione nota da meridionali, fa sei mesi di freddo e sei mesi di fresco e, ci aggiungo io, dove piove spesso in autunno quando l’uva finisce di maturare.

    3. Approfitto delle tue osservazioni, Bruno Bolognani, per fare quasi un post. E spero di non annoiarti.
      Se le cose stessero così, ovvero sei mesi freddi – sei mesi caldi, quindi no bacca rossa, credo che l’Italia del vino sarebbe davvero impoverita. Dovremmo fare a meno per esempio del Nebbiolo, in tutte le sue variegate declinazioni – dal Barolo che io personalmente considero il mio vino topico allo Sfurzat -, ma, per avvicinarci a noi, dovremmo rinunciare anche all’Amarone, o ai grandi – e posso dirlo apertamente credo – bordolesi Trentini – Rosso San Leonardo, Castel San Michele, Fojaneghe -, e dovremmo anche fare a meno del Pinot Nero dei Pochi di Salorno – emblema internazionale del Pinot Noir italiano -, ma anche di quello di Fausto Peratoner (Vigna Bidesi) e anche del Teroldego, per esempio quello di Elisabetta Foradori o quello di Paolo Endrici. O ai grandi vini territoriali della Valdadige, il Foja Tonda di Albino Armani o l’Enantio Riserva di Cristina e Giuseppe Fugatti . Mi fermo qui, ma potrei continuare.
      Per contro, invece, dopo trent’anni di teoria e prassi del Trentino terra di vini bianchi – ti ricordo che circa il 75 % del vigneto provinciale oggi è piantato a bacca bianca -, io di GRANDI vini bianchi trentini non ne ho ancora visti e nemmeno assaggiati (certo qualche nome si potrebbe fare, ma rispetto al volume delle uve bianche prodotte, siamo ai minimi termini). E come me non li hanno visti le guide, ne quelle nazionali ne quelle internazionali. Ne quelle più autorevoli ne quelle meno credibili. Chiaramente l’eccezione è costituita dal TRENTO Metodo Classico, quello sì con punte apicali alte: ma come sai e come dimostrano le scorte di chardonnay di qualità che finiscono altrove e sotto denominazioni extraregionali (per esempio in Emilia Romagna e in Germania), si tratta di una produzione minimale, che sta sotto il dieci per cento sia in termini di volume che di valore. E il mercato, visto gli andamenti di questi anni, non sembra disposto ad assorbirne di più. Quindi a spanne lì restiamo.
      Premesso tutto questo, non credo che la scelta bacca rossa e bacca bianca, sia così automatica: al nord bianchi e al sud rossi. Credo invece che molto dipenda dalla scelta di politica agricola e dalle scelte commerciali, che dividono il vino fra produzione di qualità territoriale e produzione orientata al mercato global. In Trentino si è scelta questa seconda strada, legittima e lecita, per l’amor di dio, ma su questa strada è andata perduta anche la Schiava, quella di Caldaro, quella di Casteller e pure quella della Valdadige.

      1. Bruno Bolognani

        I vini bianchi in Trentino si salvano, secondo il mio modesto parere, per due requisiti dirimenti: E’ meno importante raggiungere gradazioni alcoliche importanti e per l’escursione termica alla fine della maturazione che è positiva. L’uva per lo spumante, detto fuori dai denti, è quella che impegna meno il contadino e si salva meglio contro le avversità stagionali. Si raccoglie prima della completa maturazione e il grado zuccherino è il parametro meno importante ai fini della vinificazione. Diversamente, quando leggo su certe etichette di vini trentini a bacca rossa di gradazioni alcoliche di 13 gradi e più, penso a quanti miracoli avvengono in molte cantine. Conosco quale è il grado medio zuccherino di conferimento alle cantine e questo mi fa pensare al miracolo. Per la bontà e gusto non mi esprimo in quanto è molto personale.

      2. @bruno bolognani: non so se si salvano i bianchi: a parte le punte del TRENTO M.C., non mi pare di aver incontrato indimenticabili vini bianchi in Trentino (Le Forche di La-vis?). Hai ragione poi nel dire che talvolta le maturazioni fanno fatica, e la fanno anche per i bianchi – non possiamo fare nomi e cognomi, ma sappiamo entrambi con quali tenori zuccherini entrino i pg del fondovalle -. Detto questo, se i miracoli in cantina a cui fai riferimento sono le pratiche degli arricchimenti, io non starei tanto a demonizzarle; pur con gli arricchimenti, ti ho raccontato prima di importanti bottiglie di rosso.

  4. Caro Bruno Bolognani, può essere come dici tu. Anche come dici tu. Poi, come sai il Trentino non esiste, esistono zone e microzone. Le zonazioni si fanno anche per questo: per individuare aree più o meno vocate; ora la cooperazione ha in mano uno strumento formidabile (il PICA) e forse questo lavoro potrà essere più facile e preciso. Magari questo strumento ci dirà che il Trentino è vocato esclusivamente al PG e allo Chardonnay, e allora ne prenderemo atto rassegnatamente.
    Poi, però, permettimi anche di volgere lo sguardo a quello che accade in Alto Adige, dove la Schiava è ancora il vitigno più coltivato, nelle sue tre zone dedicate alla schiava (Caldaro, Santa Maddalena e Colli Meranesi) vedo storie di successo, organolettico ed economico. E allora forse, dico forse, si potrebbe anche pensare che la scelta di abbandonare la schiava in Trentino, non sia dipesa dal debole adattamento di questo vitigno al nostro clima – che fra l’altro dalla Valdadige, all’Alto Garda, a Cembra e alla Bassa Atesina, varia molto – ma a scelte di politica agricola orientate da altri moventi. In ogni caso anche le Schiava cooperative che si trovano in circolazione oggi – Toblino, Mori, Cavit con la Caldaro – sono tutt’altro che imbevibili. E danno una pista a tanti rosati di successo in circolazione. Ma quelli hanno successo, appunto. La Schiava no.

  5. Bruno Bolognani

    La schiava, a mio infimo parere, non è una qualità per il Trentino. (Diverso il caso se si adattasse a climi molto più caldi). Che sia stata coltivata molto in passato non c’è dubbio, ma credo solo per la forte produzione. Troppo tardiva per riuscire a maturare nelle annate medie, imbevibile nelle annate scarse e bagnate in settembre. Non è possibile cucirli addosso la veste nelle forma di solo rosato. In Trentino, sempre a mio modo di vedere, abbiamo bisogno di qualità precoci, perché tanto il tempo si preoccupa spesso di rovinare la maturazione delle qualità tardive, specie a bacca sottile.

  6. La schiava, a mio infimo parere, non è una qualità per il Trentino. (Diverso il caso se si adattasse a climi molto più caldi). Che sia stata coltivata molto in passato non c’è dubbio, ma credo solo per la forte produzione. Troppo tardiva per riuscire a maturare nelle annate medie, imbevibile nelle annate scarse e bagnate in settembre.

  7. PO PO

    Quella schiava della foto si può pagarla massimo 5 Euri.
    Alla Schiava servirebbe marketing (ma chi lo fa?): perché è un vino che andrebbe rivitalizzato ed immesso in questa corrente dei vini beverini rosati, togliendole la patina di vitigno povero. Ed ha inoltre la bellissima qualità di costare esattamente più o meno ciò che in media gli italiani sono disposti a spendere per un vino così, senza troppe pretese. Poi ovviamente arriveranno -o arriverebbero- quelli che la fanno più cara. Ma già adesso se ne trova di buonissima a quel prezzo, o anche più basso, in cantina : provare per credere da Casimiro Poli che la vende sotto i 5 ed è una meraviglia di vino. Vedendo cosa fanno in Alto Adige proprio con la schiava, e nel Garda col Chiaretto è un vero peccato qui da noi. Fra l’altro come diciamo sempre, un vino dal nome così fetish sembra inventato, e invece eccola qua.

    1. SI PO, credo che quella Schiava sia posizionata su quel prezzo ed è un prezzo accessibile come hai scritto bene tu. Poi c’è tutto il resto che sappiamo e soprattutto c’è il PG… cooperativo… vabbè dai… va bem così..

    1. Tex Willer

      Se è nell’oblio un motivo ci sarà, e se non sbaglio ne avevamo già parlato nel recente passato,
      ma vorrei rincalzare chiedendovi: quanto sareste disposti a spendere per una bottiglia come quella in foto?

    1. Angelo Rossi Angelo Rossi

      L’ultimo punto del decalogo del club di Vinitaly è la perfetta descrizione delle caratteristiche del nostro “kretzer”. Sulla Kretze (grattugia) si strofinavano i grappoli e il nettare che ne usciva era il fior fiore … rosato. La consistenza degli acini dice di rese basse ed è proprio di rese contenute che, a mio parere, si dovrebbe parlare anche quando si ragiona sulla Schiava. Fra tutte, forse la varietà più… umana, nel senso che il viticoltore può farla rendere come nessun altra o scegliere di contenerla per avere un’autentica delizia. Una schiava, insomma, al nostro servizio.

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