ABBASSO LA DOCG

Nei giorni scorsi, una gentile lettrice che non conosco di persona, la signora Manuela Viviani, sommelier, mi ha scritto questa email

Buongiorno,
approfitto della sua gentilezza e della sua conoscenza del mondo del vino trentino per girarle una domanda che hanno fatto a me, ma alla quale, al di là di qualche considerazione del tutto personale, non ho saputo rispondere: “Perché in Trentino non ci sono Docg e neanche in Alto Adige?”
Grazie mille

Ci ho pensato qualche giorno a questa domanda. Ci ho pensato a lungo nei ritagli di tempo. Ma non sono riuscito ad andare oltre la risposta che mi era venuta subitanea, alla prima lettura della email della signora Viviani.

Ed è questa: Trentino e Alto Adige non hanno una Docg, semplicemente perché non ne hanno bisogno. O non ne sentono il bisogno. Oggi come in passato.

In realtà, dietro a quest’osservazione si aprono una serie di considerazioni a cascata.

Intanto, forse la pena chiarire che l’attuale ordinamento europeo ha di fatto reso obsoleta la distinzione fra Doc e Docg, riassumendo anche il complesso sistema italiano delle identificazioni territoriali dentro la forbice delle delle IGP e delle DOP. Detto questo e chiarito che quindi il tema sta diventando pressoché inattuale, almeno guardando al futuro, la domanda della nostra lettrice mi ha sollecitato alcune considerazioni.

Intanto l’Alto Adige. Anche i vini del Sud Tirolo, con il loro spettro varietale molto ampio ma molto territorializzato, in questi ultimi tre decenni durante i quali si sono guadagnati una straordinaria reputazione, sono rimasti lontani dalla Docg. Perché? Sono giunto a questa conclusione: in Alto Adige esiste già una super Docg; è il marchio Sudtirol. Una iper protezione territoriale a garanzia di tutta la filiera agro-alimentare. Così almeno viene percepito il marchio Sudtirol dalla generalità dei consumatori. Un sistema territoriale e identitario di cui il vino è una narrazione parziale, e di cui il vino si avvantaggia allo stesso modo e nella stessa misura degli altri prodotti. Chi acquista una bottiglia di vino tirolese, in primo luogo acquista un pezzo di Alto Adige, acquista la suggestione esotica di un vino garantito dal sistema nel suo complesso. Perché, dunque, i produttori avrebbero dovuto, o dovrebbero, affidarsi ad un’ulteriore strumento di protezione, avendo a disposizione un marchio territoriale e di sistema così forte e di così grande reputazione?

Nemmeno il Trentino ha mai subito la fascinazione della DOCG. Ma per ragioni esattamente opposte a quelle appena enunciate a proposito dell’Alto Adige. Oddio, qualche tentativo, anche recente, di lanciare l’ipotesi della denominazione di origine garantita, c’è stata. Ma non è mai andata oltre le chiacchiere di cortile, a volte raccolte da qualche assessore e da qualche politico compiacente. Mi vengono in mente il Vino Santo e il Castel Beseno (Moscato Giallo). Ma oggettivamente era inverosimile immaginare un sistema complesso e costoso di denominazione come quello della DOCG, per volumi produttivi decisamente insignificanti. In entrambi i casi, infatti, si tratta di poche decine di migliaia di bottiglie.

Ma perché il sistema Trentino nel suo complesso non ha abbracciato la DOCG? Semplicemente, credo, perché non ne ha mai avuto bisogno. Il sistema vitivinicolo locale è infatti così sbilanciato, in una proporzione di 9 a 1, sul cosiddetto vino merce e sul vino brandizzato dalle aziende cooperative (Cavit e Mezzacorona), da non avere alcun interesse concreto ad orientarsi verso uno strumento di protezione e di garanzia come quello rappresentato dalla DOCG. Che tra l’altro imporrebbe una rete sistemica di controlli terzi sulla filiera, a cui il Trentino ancora oggi pare impreparato. La via di fuga, per la piccola quota – insufficiente a giustificare una DOCG – dei viticoltori artigianali e territoriali, quindi, è stata la IGT (IGP) delle Dolomiti. Che ha attratto quote crescenti dei vini di pregio e di fascia premium del Trentino.

Un discorso a parte meriterebbe la partita del Metodo Classico, oggi TRENTO DOC; il tema della DOCG non è mai stato veramente di attualità nemmeno in questo settore. E ancora una volta perché, sono convinto, si tratta di un ambito dominato da pochissimi brand aziendali: 2 aziende imbottigliano l’80 per cento del prodotto. Mentre le denominazioni, diciamo così serie, hanno bisogno in primo luogo di territorio e di equilibrio. Condizioni che è difficile riscontrare in un settore dominato esclusivamente da grandi, potenti e affermati brand aziendali. La scorciatoia, chiamiamola così, a suo tempo fu individuata nell’adozione del marchio commerciale TRENTODOC. Sulla cui originazione e funzione politica si è discusso a lungo su questo blog. E non sempre, anzi quasi mai, in termini positivi.

CONDIVIDI CON

6 Commenti

  1. Ornella Martellato

    Giustissime e sacrosante le cose che avete scritto, ma se io fossi uno straniero che non conosce né i territori né i produttori e volessi acquistare per esempio una bella bollicina italiana, ovviamente metodo classico, mi orienterei su un Franciacorta oppure un Oltrepo Pavese, visto che rappresentano il vertice di quella piramide di qualità.

  2. Angelo Rossi Angelo Rossi

    All’analisi di CPR mi permetto di aggiungere alcune altre considerazioni d’epoca sul perché in Trentino non si passò alla DOCG dopo aver abbracciato già alla fine degli anni ’60 la DOC: si partì col Teroldego rotaliano (coeso) cui non segurono né il bordolese San Leonardo (non coeso), nè il San Michele per il ventaglio varietale che invece fu genialmente unito sotto il cappello Trentino. Gli scalini sotto erano per il Caldaro (tensioni con Bolzano), il Casteller ed il Valdadige (d’intesa con BZ e poi con VR). Sorni e Trento per lo spumante classico vennero successivamente. All’apice quindi, c’era (e c’è) il Trentino con una ventina di tipologie dalle quali si ritenne di non staccane nessuna in particolare, perché andava prima consolidata la denominazione Trentino. La DOCG del resto prevedeva una sola origine (con o senza varietà) e Trentino non poteva contemporaneamente essere sia DOC che DOCG. La pietra tombale al dibattito fu messa nell’87 quando fu concessa la DOCG all’Albana di Romagna che fece dimenticare anche le polemiche per la DOCG del Chianti. Molti allora credevano che bastasse la DOC o la DOCG in etichetta per vendere bene, ma col tempo si capì che ci voleva ben altro. Per garantire la Qualità, infatti, non bastò nemmeno l’assaggio preventivo che un tempo era solo per la DOCG, mentre oggi è necessario per tutte le DOP. Stesso concetto per la fascetta statale sulla bottiglia un tempo solo per le DOCG ed oggi estesa anche al Prosecco non DOCG e che prossimamente vedremo per la DOC Pinot grigio delle Venezie. Tanto per dire che la materia ha subìto una forte accelerazione e che faremmo bene a parlarne per non farci trovare ancora una volta impreparati. Gestire anziché subire.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *