ALTO ADIGE: QUATTRO PASSI NEL FUTURO O NELLA FUFFA?

Puntuale come ogni giovedì, ieri sera mi si è fiondato nella casella di posta elettronica la rivista del Gambero Rosso “Tre bicchieri”, ottima newsletter per chi come noi ama la vitivinicoltura e desidera essere informato sulle ultime novità nel settore.
Aperta la versione PDF subito in me è scattata l’attenzione quando nell’indice alla sezione “Territori” ho notato: “Sistema Alto Adige. Quattro passi verso il futuro.” a cura di Gianluca Atzeni. Ho cercato subito quell’articolo ignorando letteralmente gli altri e mi sono precipitato nella lettura, ghiotto di apprendere novità da poter applicare poi nella mia piccola realtà. Il risultato? Due considerazioni: La prima è una netta delusione per quanto riguarda le aspettative, in quanto non ci sono quelle grandi novità che il titolo faceva ben sperare; pardon, nell’articolo si ribadiscono concetti sacrosanti, peraltro triti e ritriti su questo blog come ad esempio quello delle troppe varietà spesso coltivate in terreni non adatti o quello scottante del no deciso da parte dell’Alto Adige alla superdoc del Pinot Grigio delle Venezie; la seconda considerazione è una bella soddisfazione, in quanto noi viticoltori trentini non abbiamo nulla da rimproverarci anzi siamo decisamente più avanti di loro dal punto di vista della sostenibilità in campagna, la confusione sessuale per la tignoletta per esempio, che come noto fa evitare l’uso della chimica; l’abbiamo introdotta prima noi e poi loro si sono accodati, o l’uso di certi principi attivi cosiddetti impattanti; noi a differenza di loro è da tempo che non li usiamo più solo che loro ed è qui che dovremo invece prendere lezioni, sono più bravi nella comunicazione e riescono a trasmettere all’esterno un messaggio da primi della classe anche se effettivamente non lo sono.

Altro messaggio che ho trovato molto interessante in questo articolo e penso che la nostra viticoltura potrebbe prendere seriamente ad esempio, è il prevedere dei contributi economici per chi abbandona il diserbo; ecco questa penso sia una buona idea e permetterebbe a tutti di scegliere pratiche alternative utili alla riduzione dei trattamenti con erbicidi.

Questo sarebbe veramente un passo avanti. E’ possibile?

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12 Commenti

    1. Tex Willer

      Questo conferma ciò che ha scritto e cioè che noi viticoltori trentini non abbiamo nulla da rimproverarci anzi siamo decisamente più avanti di loro dal punto di vista della sostenibilità in campagna…

          1. Cosimo P. di R. Cosimo P. di R.

            e allora..perché la cooperazione lo ha scelto come interlocutore?
            Senti Tex io mo sono rotto il cazzo di cooperatori che si lamentano e basta e poi delegano sempre ai manager: un padrone ve lo siete scelto e ora tenetevelo… è il padrone perfetto per i servi della gleba, quelli inquadrati come braccianti agricoli.
            Questo blog ci ha provato a cambiare le cose, ma voi siete rimasti servi della gleba: braccianti agricoli. Senza bandiera rossa.
            E allora da domani, si cambia. Si passa dalla parte dei padroni. E dello Champagne.

            1. Giuliano

              perché la cooperazione lo ha scelto come interlocutore?
              Semplicemente perchè è la cosa più facile da fare,
              quella che richiede meno impegno e meno responsabilità,
              basterà poi aspettare il socio alla tramoggia ed applicare le penalità all’uva conferita per fare un bel bilancio l’anno successivo.

              E’ certamente più impegnativo fare come fanno in Alto Adige e cioè: in annate problematiche non incantinare l’uva per mantenere il prezzo sopra un certo livello.
              Possibile?
              Evidentemente se loro hanno adottato questa opzione avranno escogitato anche valide alternative per garantire comunque un reddito al viticoltore.
              Quali?
              Forse una polizza assicurativa?
              Parliamone anche noi…

              Perché da noi ci si arrovella solo a pensare come caricare di burocrazia l’imprenditore agricolo,
              o costringerlo a sostenere inutili esami per fare altrettanti inutili patenti e patentini?
              Perchè invece non pensare a qualcosa che gli garantisca un reddito degno?

              Credetemi è veramente desolante vedere persone di una certa età, che hanno dedicato tutta la loro vita alla campagna costrette a sedere davanti ad una commissione che li esamina.
              E… non è che poi qui va a finire come la storia de “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway di quel pescatore che arrivò a riva con la sola lisca del pesce pescato a causa degli squali che gli divoreranno tutto il pesce vela bianco, lasciandolo sfinito e sconfortato?
              Perchè di campi che vengono abbandonati e non più lavorati se ne cominciano a vedere troppi in giro per le nostre campagne e credo che poi non basterà più un premio di insediamento per far tornare la gente alla campagna…

              Ed è anche per questo che auspico anch’io che il dibattito sullo statuto che dovrà regolare il futuro del consorzio di Ravina si allarghi alla base sociale,
              è in discussione il nostro futuro, abbiamo o no il diritto anche noi di dire la nostra?

              1. mi sembra un’analisi molto condivisibile, la tua Giuliano.
                Ma intanto chiedi alla tua cantina di convocare un’assemblea per discutere dello statuto: credo sia un diritto dei soci decidere come relazionarsi con il proprio consorzio di riferimento, è un diritto vostro, non del management o degli amministratori: il potere deve tornare alla base sociale. Tutto il potere.

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