LA NOTTE ROCK DI UN CONTADINO, FRA ELVIS PRESLEY E PERONOSPORA

La sveglia suona inesorabile, all’ora stabilita, sono le due e un quarto, ma non di pomeriggio, di mattina.
E l’appuntamento non è la partenza per le ferie, no ancora no, stavolta la levataccia è per lavoro, con trattore e atomizzatore al seguito.
Le previsioni meteo e la peronospora, malattia della vite che sta flagellando i vigneti un po’ dappertutto non danno tregua, bisogna salvare il salvabile e trattare, presto!
Certo, a quest’ora è inusuale, ma credetemi farlo alle dieci di mattina con quel caldo vestiti come palombari per rispettare l’obbligo dell’uso di dispositivi di protezione conformi al D.Lgs.81/2008 non è il massimo e allora meglio farlo approfittando del fresco della notte.
Neanche il caffè che di solito non mi faccio mancare, via di corsa per non perdere tempo, giù in garage a preparare la miscela e poi piano piano, per quanto si possa fare piano con un motore diesel per non svegliare chi beatamente dorme, via verso il carica botte e lì il primo incontro, un collega; anche lui evidentemente ha avuto la mia stessa idea.
Caricati i 15 hl d’acqua che in realtà diventano 45 per via della tripla concentrazione che l’atomizzatore così predisposto permette di fare via, di corsa verso i campi non prima di aver acceso il lettore mp3, tema di questo “viaggio” sarà Elvis: fare il trattamento con le sue canzoni – tanto per citarne un paio: “Kiss Me Quick” o “Are You Lonesome Tonight” – ha tutto un altro sapore e immagino non serva spiegare il perchè e poi così mi fa tanto Topo Gun… sarà anche per via dell’anno di leva trascorso nell’Aeronautica Militar,e che mi fa immedesimare in quel ruolo così lontano dalla realtà, ma tant’è.
E mentre corro a manetta con il mio “caccia” l’ultimo sguardo non posso che volgerlo verso il “paese mio che stai sulla collina” e che lascio alle spalle e guardando bene sembra un presepe da come è illuminato e arroccato; spero tanto di non aver disturbato nessuno con il rombo del motore, ma ora sono lontano e non posso disturbare più nessuno; in fondo al rettilineo intravedo due occhietti brillare, penso sia un cane randagio ma mentre mi avvicino capisco che non può essere, sicuramente spaventato dal rumore del mio diesel va a nascondersi dietro la vegetazione, ignaro della sorpresa che mi attendeva pensavo di non vederlo più, ma arrivato lì nei pressi all’improvviso balza fuori! Non era un cane, era una femmina di capriolo che intimidita e abbagliata dai fari si da alla fuga nella vigna: fantastico, non avevo mai visto un capriolo così da vicino, peccato non avere la macchina fotografica a portata di mano per immortalarla, ma allora è vero quello che hanno sempre detto e cioè che i caprioli scendono di notte dalle montagne per andare ad abbeverarsi presso la fossa grande di Caldaro. Ancora con il cuore che batte forte per l’emozione e chiedendomi come si possano uccidere  animali così belli, arrivo alla meta e predisposta la macchina si parte con il trattamento. Le condizioni sono tutte ottimali, la temperatura è fresca, la pressione dell’atomizzatore è ok, l’assenza di vento che a Roverè è una cosa quasi impossibile agevola il lavoro, il faro proiettato verso l’atomizzatore permette una visuale perfetta di ciò che viene spruzzato, funziona tutto bene, e allora avanti tutta infilando un filare dopo l’altro.
Passando nel vigneto il faro illumina anche la vegetazione e tra le foglie si intravedono uccellini che ignari della doccia che li aspetta ed aggrappati ai fili di ferro stanno riposando tranquilli.
E così dopo ore passate ad ascoltare musica e perchè no anche a recitare qualche Padre Nostro ( non si sa mai ) e a controllare i parametri e le spie del trattore, seduto sopra ad un ammasso di ferro che si muove e fa rumore, costretto ad ammirare un paesaggio inusuale, prima la luna che entra ed esce dalle nuvole e poi l’alba che piano piano arriva, giunge finalmente il momento di tornare a casa a bere un buon e meritato caffè e fare nuovamente il pieno alla botte per ripartire e proseguire nel trattamento, ormai si è fatta mattina si possono spegnere i fari, il paese oramai si sta svegliando e non sembra più quel presepe di prima, il lavoro oggi continuerà così fino alle nove e trenta.

Per questa settimana così siamo apposto, la prossima si vedrà. Di sicuro anche se è stata un avventura con la bella sorpresa del capriolo non la consiglio a nessuno, la notte è fatta per dormire, ma quest’anno è così, e per il prossimo trattamento ci si atterrà ai suggerimenti dei tecnici, nel frattempo preparerò un altro “tema musicale”, la musica è un ottima compagnia, anche trattando le viti di notte.

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15 Commenti

  1. Federico Federico

    Mi piace questo atteggiamento: dinanzi ad un problema (in questo caso la peronospora) rimboccarsi le maniche e darsi da fare. Anche di notte. Senza piangersi addosso come si fa spesso in Trentino. Anzi, provando a sdrammatizzare mettendola sul piano dell’ironia. Bravo 🙂

  2. Bel racconto, ma mi spieghi perché molti si ostinano (nonostante tutti abbiano frequentato la scuola dell’obbligo) a non controllare gli errori ortografici? Per inciso apposto è il participio passato del verbo apporre … misteri del t9

  3. Descrizione perfetta caro Giuliano. I primi anni ad andar di notte ti guardavano come uno squinternato, poi pian piano, fra ciclabili e orti in molti si sono adeguati. La frescura e l’assenza di vento ripagano e 2 bei proiettori led ti illuminano l’area di lavoro in tutta sicurezza.

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