Per innovare la cooperazione occorre tornare allo spirito delle origini

Con la sua autorizzazione, pubblichiamo un contributo di Luciano Imperadori, studioso del Movimento cooperativo; lo scritto è stato pubblicato parzialmente, oggi, anche sul quotidiano Trentino

di Luciano Imperadori [*] – Don Lorenzo Guetti scriveva sulla Famiglia Cristiana del 2 maggio 1894 rispondendo ai commercianti che avevano attaccato pubblicamente la nascita delle Cooperative accusandole di comportamento poco corretto e di portare danni al commercio privato: “Se si volesse ragionare a questo modo diventerebbero dannosi e immorali il telegrafo, la luce elettrica, le ferrovie, i vapori, le macchine ecc.” Vi è qui la consapevolezza che la cooperazione, già alla fine dell’ottocento, era considerata dal fondatore qualche cosa di moderno al pari delle più grandi scoperte del secolo. Insomma una vera e grande innovazione.

Domenica a Larido, Bleggio, nella patria della cooperazione, si svolgerà il primo convegno della Fondazione don Lorenzo Guetti. Il tema di questa giornata sarà “Innovazione cooperativa e sviluppo della comunità”. Ed è un bene che in un periodo così difficile e confuso per il futuro della cooperazione trentina si torni alle radici, ai principi fondanti, allo spirito delle origini.

Purtroppo buona parte dell’attuale crisi del movimento non è dovuta solo alla globalizzazione e alla crisi finanziaria che ha sconvolto il mercato mondiale, ma anche all’essersi allontanati dai principi e dal modello cooperativo originario di Raiffeisen e di don Guetti. Modello che in Alto Adige-Sud Tirol è stato salvaguardato meglio rispetto al Trentino con risultati anche economici migliori.

L’aver abbandonato la territorialità che legava la cooperativa ai propri soci e questi alla propria comunità, per inseguire risultati di bilancio apparentemente migliori, uscendo dal proprio territorio naturale, è stata fonte di diversi problemi. Se guardiamo bene tra le cause di crisi, anche recenti, nel campo di cooperative agricole, di consumo o di credito c’è sempre lo stacco dalla propria comunità e dai propri soci storici per seguire manie di grandezza e progetti faraonici magari adatti a una Società per Azioni ma non a una cooperativa dove conta più il capitale sociale rispetto a quello finanziario. E il capitale sociale si costruisce giorno per giorno e non viene dall’esterno. Le vicende del caseificio di Fiavè, della cantina di Lavis o di qualche Cassa Rurale, che ha aperto sportelli a tutto spiano anche fuori provincia, lo stanno a testimoniare. La territorialità come diceva Raiffeisen, non è un limite ma un punto di forza se ben gestita nel rapporto coi soci. Altro problema sul quale riflettere è il peso crescente all’interno delle cooperative dei direttori-manager rispetto ai rappresentati eletti. Come ha ben scritto, in questi giorni, Giuliano Preghenella per il quale la cooperazione è anche “un ideale di vita“, “la strada giusta da percorrere non è solo quella dettata dai manager, ma è soprattutto quella derivante dall’ascolto della base sociale“.

Qui nasce e va tutelato quel principio di sussidiarietà, tanto caro alla dottrina sociale cattolica e oggi dimenticato, che porta alla responsabilità a partire dal basso e ad impedire che l’Ente “superiore” intervenga su quello “inferiore” fino a quando quest’ultimo è in grado di operare in autonomia.
Purtroppo la sciagurata riforma del Credito Cooperativo voluta da un governo accentratore e prepotente, non solo è anticostituzionale perché mina la libertà di impresa, ma è anche il contrario del principio di sussidiarietà e di autonomia volendo accentrare tutto il Gruppo a Roma in un unico soggetto. Spiegare ai soci cosa sta succedendo, chiamarli a manifestare il loro pensiero, opporsi all’accentramento, anche aprendo un conflitto aperto con il governo o con gli organismi nazionali del credito, è condizione essenziale per non finire in un unicum indistinto dove i principi e i metodi della Società per Azioni prevarrebbero su quelli cooperativi.

Sarebbe un danno anche per le entrate dell’Autonomia del Trentino che si vedrebbero portare fuori provincia le notevoli risorse che oggi il sistema delle Casse versa in loco, a differenza di quanto avverrà in Alto Adige.

Anche le fusioni tra Casse Rurali, a tutti i costi, non sono la risposta giusta alla crisi che pur colpisce anche il movimento trentino. La scelta delle fusioni spetta ai soci che vanno ben informati sottoponendo loro anche più di un progetto da scegliere mantenendo il più possibile la territorialità. Casse Rurali che partono dalla Lombardia per finire nel cuore del Trentino non rispettano certo il modello territoriale di Raiffeisen che voleva una Cassa per ogni comunità. Hanno poi diritto a vivere anche le piccole Casse se sono ben governate e rispondono ai bisogni del territorio. Ad esempio la Cassa Rurale di Roverè della Luna che ha resistito alla liquidazione anche durante il periodo fascista, e che oggi vanta ottimi indici di solidità, ha diritto a mantenere la propria autonomia pur non facendo mancare la solidarietà al resto del Gruppo.

Uscire dal proprio ambito in nome della crescita degli indici economici, non è stato una buona idea e la Federazione non l’ha contrastata a sufficienza. La sovrapposizione degli sportelli, soprattutto sulla città di Trento, ha portato spesso confusione e conflittualità. Adesso si parla della venuta a Trento della Cassa Rurale dell’Alto Garda che ingloberebbe la Cassa della Val dei Laghi ma siamo sicuri che questo non sfocerà in nuove contrapposizioni? E’ vero che la Cassa di Trento è diventata molto grossa, anche dopo l’incorporazione di Aldeno, ma va anche detto che ha cercato di mantenere al massimo il rapporto con i soci vecchi e nuovi; attraverso assemblee territoriali in ogni comunità in preparazione dell’assemblea generale, Consulta dei soci con più di quaranta persone che fanno da tramite con il Consiglio di Amministrazione. C’è poi una Fondazione che sostiene progetti speciali sul territorio nel campo della formazione linguistica, della ricerca storica, dell’assistenza sanitaria, della solidarietà sociale, tutela ambientale e soprattutto borse di studio per giovani neolaureati che proseguono il loro percorso formativo. Non solo, per migliorare il rapporto con i soci la Cassa Rurale di Trento ha attivato “progetti speciali” come l’aiuto alla predisposizione delle dichiarazioni fiscali per i soci e loro familiari. Un servizio molto apprezzato e utilizzato da oltre ottomila soci. Ha promosso e sostiene il Gruppo dei giovani soci, che conta più di quattrocento aderenti e svolge in modo autonomo un programma di formazione, di svago e di cultura cooperativa.

In conclusione si può essere grandi o piccoli ma la discriminante è quale rapporto coi soci si coltiva e si mantiene soprattutto in ambiti omogenei di attività. La vera innovazione non consiste quindi nel “copiare” modelli che non appartengono alla cultura cooperativa, scimmiottare la grande finanza e le politiche di marketing, prive di contenuto, ma differenziarsi valorizzando le proprie identità storiche e competenze distintive. In questo la Federazione rappresenta il perno centrale per una strategia che torni ai valori originari e che faccia dell’unità del movimento la sua ricchezza. Ritrovare questa unità con l’accordo tra componenti non solo per l’elezione del nuovo presidente ma per una strategia intercooperativa che torni ai valori fondanti è garanzia per la continuità e per l’innovazione di una tra le migliori esperienze cooperative mondiali, apprezzata da numerose delegazioni in visita al Trentino. Il prossimo Summit mondiale delle cooperative dall’11 al 13 ottobre nel Quebec, organizzato dall’Alleanza Cooperativa Internazionale, potrebbe essere l’occasione per presentare l’esperienza trentina e come essa può contribuire nell’Agenda 2030, ai diciassette obiettivi proposti dalle Nazioni Unite per uno sviluppo sostenibile del pianeta. Tra questi obiettivi troviamo: la lotta alla povertà e alla fame, l’istruzione e l’assistenza sanitaria per tutti, il diritto al lavoro, la riduzione delle disuguaglianze, la difesa dell’ambiente e lo sviluppo delle energie rinnovabili, la promozione dell’innovazione. Nella sostanza quello che fecero don Guetti e i pionieri della cooperazione trentina oltre cento anni fa.

[*] Luciano Imperadori è uno studioso del Movimento cooperativo ed ex consigliere della Cassa Rurale di Trento

 

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11 Commenti

  1. Angelo Rossi Angelo Rossi

    Come era facile presumere, il Convegno della Fondazione don Guetti nel Bleggio non è andato oltre la rievocazione del Fondatore e dei suoi princìpi e relativa stigmatizzazione delle criticità del sistema. Le decisioni sul futuro del movimento cooperativo si prenderanno più probabilmente a Trento che non a Larido o in qualche altra periferia. E da Trento, dopo decenni in una direzione, mi pare che i segnali di inversione di tendenza siano tanto timidi da non essere quasi intesi. Certo, i vertici non sono più baldanzosi come un anno fa, ma l’attenzione fin qui riservata agli innovatori m’è parsa poco più di una cortesia. Le proposte dei “giossiani”, infatti, non sono state recepite, preferendo ascoltare prima la base. Come se la base fosse abituata ai dibattiti strategici… cosicché sarà più semplice invitarla ad indicare un nuovo capo. Mah…
    Mi domando perché non si indìcano “Gli Stati Generali della Cooperazione” allo scopo di separare gli aspetti economico-finanziari da quelli tradizional-territoriali. Dopo tutto, il nocciolo è lì.

        1. sei diventato un rivoluzionario. post litteram… angelo….un impaziente rivoluzionario post litteram… , stanno accadendo cose.. lentamente…ma stanno accadendo… e forse un po’ è anche merito tuo… ora non devi…. fare questi esercizi di stile….questi canti solitari… contro..sempre contro…
          un abbraccio…

    1. Giuliano Preghenella

      Caro Angelo è in corso un attacco contro la Cooperazione, ci vorrebbe che chi dal Trentino contribuisce a sostenere in piedi questo governo avesse il coraggio di staccare la spina prima che ci portino via questo immenso patrimonio, se c’è ancora tempo, poi si potrà, da Trento, decidere cosa fare, ma prima di tutto bisogna avere il coraggio di scendere dal treno… e mi stupisco che partiti che hanno nel loro DNA l’autonomia non si siano ancora accorti.
      Altrimenti saremo noi a scendere in piazza, l’altro giorno a Lavis c’è chi ha lanciato l’idea…

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