PERONOSPORA: NATURA MATRIGNA O FALLIMENTO DI UN MODELLO DI DIFESA?

Il flagello Peronospora nelle campagne trentine, da nord a sud, dal fondovalle alla collina.
Natura matrigna o approssimazione di chi gestisce il protocollo di difesa integrata?

Mentre qualche contadino che ha perduto tutto il raccolto, lancia la provocazione di una class action nei confronti delle istituzioni
di riferimento del modello difesa integrata, TRENTINO WINE prova ad aprire un canale di dibattito fra istituzioni, sindacati e viticoltori.

le immagini sono state scattate questa mattina in numerosi vigneti trentini sparsi lungo l’asse dell’Adige, fra Roverè della Luna e Avio

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69 Commenti

  1. Marco Pruner

    Ragazzi miei, ma non è che con tutto questo rame nel terreno si rischia di inclinare l’asse terrestre? a proposito di viticoltura integrata, durante un’interrogazione di viticoltura in sesta classe (1992), proposi l’introduzione dell’interfilare asfaltato, per migliorare la tempestività dei trattamenti in caso di continue piogge. il professore mi cacciò al banco con 4…forse oggi avremmo salvato qualche vigneto…

  2. Volevo solo segnalare che anche in Suedtirol, ove a detta di molti contadini le fortune sono dovute all’utilizzo del miracoloso Mancozeb, è stato derogato l’utilizzo di rame in integrata da 3 a 5kg. Pure là ci sono zone con problemi e forte pressione di malattia. Il meccanismo di azione poi è lo stesso del rame, contatticida a largo spettro, ma con classe tossicologica più alta. Le persone esposte hanno rivelato nelle urine, livelli del suo derivato (etiltiourea) oltre i limiti. Questo composto è cancerogeno.
    La conoscenza sta alla base delle nostre azioni.
    Per questo invito alla riflessione e a bocce ferme all’analisi della annata, nelle sedi più adatte.

    1. Su questo siamo tutti d’accordo spero. Mi sembrava abbastanza evidente. E che non fosse solo il Trentino ad essere colpito pure. Io stesso dovrò registrare almeno un 20% in meno a fronte di due infezioni che non sono riuscito a coprire, ma so di aver sbagliato io, non il prodotto 😉

    2. Si, esattamente, è una delle cose che comunque mi chiedo spesso 😀 No, ci sono state due infezioni nelle quali ero scoperto (una ero in sala parto ad assistere alla nascita di mia figlia) e la seconda era un temporale notturno non previsto nel quale poi non sono uscito sul bagnato. Non mi lamento Paolo, so bene dov’è stato l’errore. Mia figlia vale infinitamente più del 20% della mia produzione di uva. La vita è davvero più importante della redditività, almeno secondo me. Andrò a lavorare in Pizzeria la sera se servirà…no problem! 😉

  3. Belacqua Belacqua

    ma una bella panoramica di una vigna per contar i’oci?
    in collina vista zugna, tranne qualche vite vicina ai muri, la situazione è, per ora, agevole nonostante la sempre fedele grandine di qualche giorno fa. Ma qualche campo, eh eh, molti campi da 130 q ha ed esubero, le viti soffrono si ammalano e clorosi fogliare sparsa di imprecista natura. Ne parlavo oggi in campagna e si profetizzava un peggioramento nell’anni a venire, malattie sempre più resistenti e clima bizzarro (l’allegagione quest’anno è stata stranissima oltre che tarda, piche de chardonnay mai viste) che faranno selezione sia tra le viti sia tra i contadini.
    se dico vitigni resistenti sono possibile soluzione mi si ride in faccia? magari cambiar la doc?

  4. La mia discreta esperienza (ormai non sono più giovanissimo) non fa vedere alcun nesso tra potenziale qualitativo di una zona e la suscettibilità alle malattie.
    Di cui la peronospora è solo una (anche se quella che quest’anno dà maggiori problemi).

    1. Se ne potrebbe parlare in lungo ed in largo Armin ed Erwin. Soprattutto però prima andrebbe definito cosa si intende per potenziale qualitativo. Volete raccontarci che i vigneti sull’A4, dove prima si praticava fienagione e si coltivava mais siano terreni vocati alla produzione di Franciacorta di alto livello o ci produciamo solo i numeri? O vogliamo parlare dell’esplosione del Prosecco nelle paianure friulane? Allora, un conto è parlare di produzione di uva, un altra e di defirne la qualità. Se serve a produrre bottiglie bottiglie a 1.99€ sullo scaffale piantiamo tranquillamente anche dove prima piantavamo “zaldo”, no problem! 😉

    2. Nessuno dice che i vecchi avevano la sfera magica per constatare la vocazione di un terreno piuttosto di un altro Armin, siamo d’accordo. E siamo pure d’accordo che solo i sassi non cambiano mai idea. Certo è però che oggi si sceglie di piantare viti in terreni, variandone la destinazione d’uso da mais, erba medica o quant’alltro a vigneto, mica perchè si ricerca la vocazione viticola (quella che tu invece elenchi), che esprima una certa espressione legata al territorio. Oggi si pianta nelle panure esclusivamente per una ricerca di profitto, non raccontiamoci favole. Non è mica nulla di male, intendiamoci, ma la ricerca della vocazione di un territorio piuttosto di altro è un altra cosa. Non è il reddito prodotto per ettaro/quintale a determinarlo, semmai è una conseguenza…o mi sbaglio? Vuoi dirmi che Niccolò Incisa della Rocchetta pianta le barbatelle di Cabernet Sauvignon di Chateu Lafite a Castagneto Carducci perchè pensava di farci 30.000-40.000€ ad ettaro o perchè era convinto che in quella “sassicaia” il vino sarebbe venuto bene? Ecco, lì dentro stà il punto.

    3. concordo con Armin. infatti se quest’anno i problemi ci sono (nuovamente) in fondovalle con la peronospora, in un altro anno si manifestano in collina con l’oidio, cosa facciamo? spiantiamo giù e su? e con la schiava che facciamo? è sensibile ad ambedue le malattie.

    4. Infatti, lo ribadisco, dato che sembra non lo abbia detto chiaramente.
      Un conto è la ricerca del reddito, un altra quella della vocazione.
      Una non esclude l’altra, una non è meglio dell’altra, ma sono due cose diverse.
      La ricerca di massimizzazione del redditto toglie, o meglio, annebbia la ricerca della vocazione. Sia per scelta, che per necessità.
      Su questo spero siamo d’accordo.

    5. Appunto, il discorso non è così semplice e va in tutte le due le direzioni. Cmq mi fa sempre un po’ di rabbia quando sento (purtroppo frquentemente) dire indistintamente che un posto, dove forse anche per secoli si piantavano altre colture (sento sempre dire mais, ma anche patate è molto gettonato) siano a prescindere terreni mai vocati alla viticoltura di qualità. Come se i vecchi abbiano definito una volta per tutte dove si ha da fare viticoltura di qualità. Le scelte di allora e di oggi sono ambedue da osservare con la dovuta criticità. Proviamo a mettere le viti anche in posti inconsueti e lasciamo provare. Ma accettiamo anche le possibili delusioni e corregiamo il tiro. La natura e l’ingegno dell’uomo ci riservano tantissime sorprese.

    6. oggi come allora le scelte erano motivate (anche) economicamente. si piantava mais perchè c’era bisogno o profitto col mais. passata l’era del mais si cervava di fare profitto con altro. così è stato o lo è ancora con le mele per esempio. ognuno fa quello che può, nel suo piccolo e questo è da rispettare. non tutti hanno la possibilità di dire “quì tolgo le vigne perchè ho problemi con le malattie” anche perchè non dappertutto c’è il capitale e la possibilità di cercare siti alternativi forse più idonei. solo per pochi questo discorso è fattibile

    7. concordo Patrick. mi fanno sì “paura” i vini da 1,99 euro ma anche le multinazionali, banche, assicurazioni e chicchessia che “rilevano” terreni qua e la e poi dichiarano con forte marketing di ricercare la vocazione del terreno, del vigneto ecc.

    8. Non dimenticare i tanti agricoltori che, non portando fino in fondo i ragionamenti legati alla propria responsabilità , foraggiano esattamente i soggetti che hai appena elencato Erwin 😉 Dai, speriamo di poterne ciacierar in caneva prossimamente che l’è meio! 😉

  5. sicuramente un’annata con una pressione del fungo elevata e fuori dal comune e solo una gestione oculata (in regime convenzionale o bio indistintamente) della malattia ha permesso di mantenere (abbastanza) sane le viti… per questo, forse, serve una maggiore tempestività di azione e un impiego ragionato delle (poche) sostanze attive a disposizione (senza contare gli aspetti agronomici che diamo per scontati)

  6. Concordo con Marco – la conoscenza del territorio è fondamentale – ma soprattutto con Patrick: la peronospora ha colpito soprattutto quei territori dove la viticoltura probabilmente non dovrebbe nemmeno esserci.

  7. So di essere provocatorio, tuttavia ricordo che la peronospora larvata ha colpito la Provincia di Trento che è l’unica che ha tolto da qualche anno dai suoi protocolli il Mancozeb!! In Provincia di BZ e VR lo si usa normalmente! Sarà un caso? Poi sarà anche cancerogeno, non so, tuttavia non è che il rame lo si possa mangiare a colazione!

  8. Scusate e correggetemi se sbaglio… in una conferenza stampa presso Palazzo Roccabruna era stato comunicato che il tentino era in fase di conversione totale a biologico entro la fine dell’anno? Come mai si parla ancora di integrata? La studiavo a scuola nel 1995 e già allora i professori di san michele nutrivano qualche dubbio sulla validità…

    1. “In particolare, il concetto di agricoltura integrata prevede lo sfruttamento delle risorse naturali finché sono in grado di surrogare adeguatamente i mezzi tecnici adottati nell’agricoltura convenzionale e solo il ricorso a questi ultimi quando si reputano necessari per ottimizzare il compromesso fra le esigenze ambientali e sanitarie e le esigenze economiche. In merito alle tecniche disponibili, a parità di condizioni, la scelta ricade prioritariamente su quelle di minore impatto e, in ogni modo, esclude quelle di elevato impatto.”
      https://it.wikipedia.org/wiki/Agricoltura_integrata

    2. Il concetto di lotta integrata lo conosco, ci avevo fatto una tesi… il problema è: “ridure al minimo il ricorso ai mezzi tecnici (chimici)”. questo sfugge a molti… ed è proprio questo il dubbio sulla validità di cui parlavo. Molto più comodo passare con l’atomizzatore. Ma qui le istituzioni centrano poco, è più una questione di sensibilità e buon senso che non è un valore numerico uguale per tutti.

    1. In un’annata normale rimaniamo entro i 3 kg della normativa Biodinamica. Negli ultimi anni ci siamo sempre riusciti. Quest’anno arriveremo a 6kg e forse sforeremo di un pò.
      La chiave sono i trattamenti frequenti a basso dosaggio.

  9. Tiziano, uno dei problemi è che la peronospora va affrontata con grande conoscenza e senza l’illusione che i nuovi formulati chimici siano la soluzione e permettano di “stare fuori” dal vigneto in stagioni come queste dov’è la pressione è altissima.
    Vai a fare un giro tra le campagne bio e molto probabilmente troverai infezioni di peronospora spesso inferiori di quelle “integrate”.
    In queste stagioni l’unica arma efficace è la conoscenza è la tempestività (assieme al rame).
    Io la più grande infezione (80%) la presi nel 2002 quando andava di moda un bel sistemico nei confronti del quale la peronospora aveva sviluppato una resistenza. Questo ormai succede troppo spesso.

  10. Sono friulano, ma anche qua la situazione è pesante, nonostante disciplinari più “permissivi” del Trentino. Senza levare alcuna responsabilità a chicchessia, onestamente la pressione della malattia è stata fuori dal comune. Certamente i disciplinari e, è il caso di dirlo almeno per il Friuli, la superficialità (o forse l’inadeguatezza) di chi emette i bollettini è stato il colpo di grazia. Certo da noi la situazione non è a quel livello. È spaventoso.

    1. Sono d’accordo. Spesso, negli anni ’90, si è bonificato e piantumato dove, a memoria d’uomo, cresceva erba e solo quella. Ora-forse- ci si è fermati ma è tardi. Quanto al bio non sposerei una fede o l’altra: partiamo dal fare meno trattamenti possibile con prodotti a basso impatto e adeguiamo il tiro in base alla stagione, con giudizio. Io farei così.

    2. ogni volta che provo a tirar fuori la questione della vocazione, in una discussione sulla validità del biologico, sgranano tutti gli occhi. Ormai gira un’idea di biologico totalmente avulsa dai sui principi originari: si vede che il mercato se ne è appropriato.

    3. L’idea della “class action”, che potrà anche far sorridere qualcuno, nasce dal fatto che, per evitare di inquinare il terreno con il rame e perdere poi la certificazione dell’ape maia si è optato, nella difesa contro la peronospora, così come consigliato da anni ormai verso prodotti a lunga persistenza “sistemici non dilavabili” cosa questa che evidentemente non corrisponde alla verità.

      I prodotti in questione sono riportati in questo notiziario anche se datato 2014.
      http://www.fmach.it/content/download/35766/955938/version/1/file/IASMA+NOTIZIE+VITICOLTURA+N.1+-+PERONOSPORA+E+OIDIO+2014.pdf

      La domanda che ora noi viticoltori ci poniamo è:
      qualcuno in Trentino sapeva che detti prodotti alternativi al rame non erano nè a lunga persistenza (8-12 giorni) nè dilavabili?
      Se la risposta è sì, perchè non ci è stato comunicato per tempo?

      Tutto qui.
      Comunque questa vicenda che per me è grave solo per il pericolo che abbiamo corso in quanto la produzione di uva bene o male dal punto di vista della peronospora ormai è salva dovrebbe convincere anche i più scettici a indirizzare la ricerca in viticoltura verso il cisgenico, ovvero l’ottenimento tramite cisgenesi di varietà di uva resistenti alle crittogame.

      Ci vorrà ancor tanto?

    4. Per cui sig. Preghenella dal suo intervento deduco che:
      – solo il rame inquina, mentre le molecole e gli eccipienti dei prodotti dai lei indicati invece non percolano e si ritrovano nelle acque e nei terreni anche anni dopo il loro utilizzo? Ne è proprio così certo? (Come magari era certo dell’azione sistemica e della non dilavabilità)
      – che tutte le indicazioni che un viticoltore riceve da un centro di ricerca o in alternativa da chi produce il prodotto stesso (si ricordi l’esempio di Luna Privilege) corrispondano a verità inconfutabile e assoluta, e che non sia necessario verificarle (anche) da parte degli agricoltori prima di usarlo a “pieno campo”?
      Nonostante lei magari supponga il contrario, la scienza le offre dei dati e delle certezze (?) legate alla ripetibilità della misura in un ambientie standard (che nella realtà ovviamente non esiste). Le indicazioni di un prodotto X non tengono conto del suo caso specifico. Non lo fanno mai.
      – che apparentemente “qualcuno in Trentino” (senza farne però il nome) sapeva che i prodotti non avrebbero garantito la persistenza, come indicato in etichetta, per 8-12giorni e che coscientemente non ve lo avrebbe comunicato?

      L’ho capita bene?

      Sicuramente mi sbaglio, ma ho come l’impressione che, cosa che mi capita di osservare spesso negli ultimi decenni, a fronte di accadimenti non previsti bisogna per forza trovare un responsabile esterno (e possibilmente al 100%) all’accaduto. Sembra che tutto ciò sia diventato quasi un esercizio di stile.
      Sa cosa mi è mancato nel suo intervento sig. Preghenella? Un po’ di equilibrio, un po’ di capacità autocritica.
      Non ho trovato una frase nella quale ipotizzasse anche solo per un secondo che magari la formazioni degli agricoltori potesse essere approfondita per esempio, oppure che magari il modello di trattamento “a calendario” invece che a “eventi” (quando persiste la possibilità reale di infezione) sia da ridiscutere (possibilmente in fretta).
      A quanto leggo la colpa è sempre degli altri. Di quei brutti ceffi che fanno il biologico e che inquinano con il rame, di quelli che “sapevano” e non hanno voluto dirlo (per quale motivo poi…) e di quegli altri che vi impediscono (probabilmente con la forza immagino) di piantare sui vostri campi varietà di vite tolleranti alle crittogame (delle quali la informo che ce ne sono 11 o 12 già inserite nel catalogo viticolo nazionale).

      Perdoni se ho fatto emergere anche una vena ironica sig. Preghenella, spero non ne abbia male. Mi fa specie però leggere delle interpretazioni “monodirezionali” su ciò che è accaduto quest’anno.
      Spero comunque, o meglio, gliela auguro di cuore, una (più o meno) buona vendemmia!

  11. Concordo con Marco Zani. La chiave rimane la conoscenza. Sia quella riguardante la crittogama, che la realtà dei singoli vigneti.
    Nella maggior parte dei casi rasenta il nulla.
    Con risultati evidenti, purtroppo.
    Ma la class action a me fa solo ridere…

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