BUON PINOT GRIGIO (DELLE VENEZIE) A TUTTI

Dunque, l’incubo sta per finire: a fine mese, il 30 agosto, a Verona si terrà la riunione accertativa propedeutica al via della nuova DOC Pinot Grigio delle Venezie, che quindi, se tutto andrà per il verso giusto, potrebbe essere operativa già dalla vendemmia di quest’anno.
Ho già avuto modo di scriverlo in passato e lo ripeto: questa nuova DOC, se usata bene, può essere una manna dal cielo per il Trentino. Perché libera la DOC territoriale (il castello varietale e zonale della DOC TRENTINO) dall’incubo del Pinot Grigio industriale e crea le condizioni per una ristrutturazione profonda del sistema vitivinicolo locale.

L’introduzione della nuova super doc fascettata, infatti, in Trentino certificherà in maniera finalmente aperta e definitiva la distinzione fra viticoltura di fondovalle e viticoltura di collina e pedemontana. Una ristrutturazione che indurrà inevitabilmente ad una rivisitazione degli equilibri geopolitici interni al potere vinicolo provinciale. Spingendo ad un avvicinamento oggettivo fra vignaioli individuali e vignaioli collettivi (cantine sociali)  e sollecitando gli industriali cooperativi (Nosio e Cavit in primis) a definire puntualmente la loro vocazione industriale.

Per questo, penso si tratti davvero una buona notizia. Che si può attribuire in buona parte anche al Trentino, che pure detiene una quota minoritaria (3000 ettari) degli oltre 20 mila ettari di cui si compone la nuova super doc. E’ un buon risultato che si deve all’ostinazione, alla lungimiranza e alla paziente capacità diplomatica di Albino Armani, l’imprenditore trentino con interessi anche in Veneto e Friuli, che presiede l’associazione temporanea di impresa che ha gestito questo processo. Lo si deve all’impegno   quasi quotidiano dell’assessore all’Agricoltura della PAT, Michele Dallapiccola. E anche, in buona parte, ad un ruolo di regia attribuibile nei fatti al Gruppo Mezzacorona. Meno, forse, al pachiderma Cavit, che in tutta questa partita, è sempre rimasto in seconda fila, dando più l’impressione di stare a guardare, con meno convinzione degli altri.

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24 Commenti

  1. GIUSEPPE DA RIMATEA

    tutto chiaro ma non mi torna dal punto di vista agronomico un campo di pinot grigio a 180 qli per 10 anni. Se prendiamo gli ultime 3 annate solo le “carte” ci dicono che abbiamo raggiunto i 180qli. MI spiace ma questa è un partita persa in partenza.Comunque tanti auguri di una buona prossima vendemmia .

  2. GIUSEPPE DA RIMATEA

    LORO PERO USANO I veneti IL FOLPET E VENDONO IN LORO VINO INQUINATO DALLA GRANDE MOLECOLA alle nostre CANTINE ?? COME LA METTIAMO. QUALI VANTAGGI ECONOMICI MI DA LA CERTIFICAZIONE ???

    1. spero non sia lento … ti lascio con le conclusioni che negli anni 50 (…) fece l’allora comitato vitivinicolo … vado a memoria ma sono giuste

      1-produrre meglio
      2-proteggere le colture elette
      3-caratterizzare il prodotto
      4-potenziare il collocamento del prodotto
      ecc

      alla fine son sempre quelle le cose da fare … da tantoooooo tempo =)

    2. Ma il mio cervello da suocera pensa sempre: perché bison sempre gettarsi nella strada politica per credere che ora la strada delle altre doc sará sicuramente quella della superqualitá dei vigneti di montagna che tanto vendiamo ma che in realtá non è quella?

    3. spero che non ci sia qualche cervellone che proponda doc di montagna =) … la montagna è altra cosa … la collina casomai … ma allora si dovrebbe fare un ragionammento sensato sui terreni, perchè non mi pare che nelle colline la situazione agronomica sia rose e fiori e in pianura sia l’inferno =) …

      (ps una qualche menzione per i teroldegari di collina ci starebbe bene … )

    4. Giacomo Widmann …non vedo un compango Tonon (Mario) all’orizzonte..come in quegli anni Cinquanta. Però vedo le condizioni per ricominciare a ragionare di territorio, senza dover sempre avere il pinot grigio fra le palle da portare in america.

    5. Giacomo Widmann io non parlo di qualità o condizione agronomica ma nel mondo del marketing, cazza una montagna dietro un vigneto e lo farai nell’immaginario collettivo, il vino che deve sapere di ambrosia. Dato per assodato che per me è montagna anche Mezzocorona perché è in Trentino, quando parlo di qualità penso a condizioni produttive che non mirino a doc esubero extraesubero vendema personale e del vesin de casa 😉 perciò anche la storia che ste sociali continuano a vendere quest’idea un po mi offende perché io faccio qualitá il montagna non le pergole di muller nei paludi a 200quli di muller

    6. Giacomo tipo quando il defunto consorzio del teroldego elesse schwarzmann e 101/14 come portinnesti da preferire per avere un vino di qualità e coltivatori e cantine preferirono portinnesti che “portavano” appunto e FEM sviluppo i cloni produttivi SMA 145 e 146. Qui NESSUNO è vergine

    7. GIUSEPPE DA RIMATEA

      mi scusi ma chi a voluto aderire a questo consorzio che fa sparire il concetto di qualià .Se produco Pinot Grigio Doc Venezia (si lo so Doc Venezia e Doc delle Venezie fa confusione, ma non è colpa mia) la resa massima è di 150 q.li/ha con un supero consentito del 20%. Ossia posso produrre fino a 180 q.li/ha, di cui 150 possono essere dichiarati come Doc Venezia e gli altri 30 come Doc delle Venezie . Mi fa capire dove la qualita?? mi fa capire quanti anni può durare un vitigno di pinot grigio potato tutti gli anni per produrre 180qli di uva . Lei lo sa bene che non è tetoldego. Vedo orizzonti bui per l’agricoltura trentina . Capisco il sposalizio di questa super DOC (non nuova in provincia di trento ) di cantine private ma dalle coop non me lo aspettavo ,anche perche ci sono voluti 30 anni o piu per far capire il rapporto tra produttività e qualità .Per cosa ?? Che senso ha legare a una Doc sinonimo di qualità e di prezzo superiore a un vino che già in partenza rincorre il prezzo più basso e la massima semplicità gustativa? Come fa una Doc dalle caratteristiche assolutamente non omogenee per terreno, clima, a superare l’approvazione del comitato nazionale delle Doc? Com’è possibile che ciò che è profondamente illogico diventi così fondamentale per la politica viticola della provincia?»

      1. Non è da oggi, Giuseppe, che il Pinot Grigio è un fatto di volumi e non di qualità. Questa DOC rende manifesto ciò che già avviene da molti anni nella realtà. Anche in Trentino, grazie alla pratica del declassamento, ovvero alla trasformazione di vino che nasce da uve doc trentino ma che alla fine viene imbottigliato come IGT delle Venezie, denominazione che contenendo la parola Venezie possiede un maggior appeal sul mercato internazionale. Ora questa nuova doc – fra l’altro in parte anticipata dalla deroga dello scorso anno sui volumi del pg trentino – rende omogeneo e chiaro ciò che prima avveniva nel sottoscala delle cantine. In questo gigantesco affare la cooperazione trentina è stata fin dall’inizio uno dei protagonisti di primo piano. Fu Cavit, direttore Giacomini, sulla scorta dei successi internazionali di Santa Margherita, ad imporre la coltivazione del pg in tutto il trentino, originariamente legato quasi in esclusiva al conoide di Rovere. Poi seguirono a ruota le politiche del grande gruppo Rotaliano. E il PG Trentino, destinato a diventare PG IGT delle Venezie, divenne soprattutto un affare cooperativo e un affare di grandi volumi non una questione di qualità. Questo è lo stato di fatto. Immaginare di tornare indietro e di cambiare rotta, di fronte alla forza dirompente dei poteri in campo, converrà anche lei, è qualcosa che assomiglia a combattere i mulini a vento. A questo punto, ma questa è la mia convinzione, forse vale la pena immaginare un futuro della vitivinicoltura trentina segnato da una parte da una scelta industriale (pg delle venezie doc) concentrata soprattutto nel fondovalle – chiaramente ad eccezione delle zone dove insistono altre denominazioni come la rotaliana – e una viticoltura di collina e pedemontana che recuperi il valore territoriale della DOC TRENTINO – finalmente libera dall’incubo PG e dai meccanismi dei declassamenti ed esuberi -, con un ruolo nuovo sia per i vignaioli indipendenti sia per i vignaioli collettivi (cantine sociali di primo grado). Questo potrebbe essere l’orizzonte del futuro più o meno prossimo. Realisticamente. Senza farsi troppe fantasie.

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