LA VENTOTENE DI MARIO TONON E DEL VINO TRENTINO

Ventotene torna di moda per l’incontro che avverrà fra pochi minuti fra Renzi, Merkel e Hollande. Meglio così, perché finora si ricordava l’isola del vento soprattutto per il confino dove sotto il fascismo venivano detenuti gli avversari del regime. Fra costoro anche quel padre della vitienologia trentina che è Ferdinando “Mario” Tonon. Coincidenza felice vuole che egli compia 97 anni proprio in questi giorni! Gli giungano anche da questo blog gli auguri più cari e tanto più intensi da parte di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo e stimarlo.

Il peso degli anni avrà anche avuto ragione della sua verve, ma non ha intaccato minimamente il ricordo della poderosa sua azione in favore dei vini trentini dal dopoguerra fino a pochi anni fa.

Un’azione strategica che torna di grande attualità dal momento che i tempi nostri si sono di nuovo subdolamente incupiti. Infatti, anche se oggi stiamo molto meglio di allora, il nostro benessere appare più virtuale che reale, più effimero che solido, insomma c’è di che preoccuparsi. I rendimenti dell’uva coprono a malapena i costi, con liquidazioni drogate dall’attività industriale delle grandi cooperative. Dal radar è sparito il territorio e sopravvive il brand. So che è crudo esprimersi così, ma con i pannicelli caldi ormai non si risolve più. L’allarme è suonato da tempo confrontando i valori fondiari, ossia dei vigneti: quelli non sbagliano, a meno di non considerare cretini coloro che svendono i terreni alla metà del prezzo di 15 anni fa. E allora?

Allora è tempo di darsi una mossa, far la tara al modello industriale “unico” che ha spadroneggiato negli ultimi tre lustri e tornare umilmente, lealmente e concretamente ad impegnarsi “anche” per il territorio. Coi fatti, non con auspici o promesse.

Il modello strategico che serve ce lo suggerisce ancora una volta il vecchio Tonon, che l’aveva scoperto al CIVC di Champagne già negli anni ’50. S’impone ormai un nuovo Consorzio interprofessionale con parità sempre al 50%, ma ripartita fra Cantine industriali, Cavit/Palazzo, Mezzacorona/Nosio, Concilio, Ferrari, da un lato e Cantine sociali e Vignaioli dall’altro. Con al centro del tavolo non più solo l’interesse dei brand grandi o piccoli che siano, ma anche quello dello sviluppo territoriale trentino. In modo da sfruttare la vocazione ambientale, non seconda a quella dei vicini, per tornare ai livelli di immagine e notorietà che al Trentino competono. E se nel frattempo non cascherà il mondo, la redditività del sistema poggiato sui due booster, industriale e territoriale, non potrà che dare i suoi frutti.

La paura di cambiare e la mancanza di opportuni stimoli politici per superare la comprensibile riottosità di una parte del management industriale sono limiti obiettivi del momento, ma è anche vero che nell’ambiente cooperativo sta crescendo la consapevolezza che è tempo di separare il miglio dal loglio. Fuor di metafora, come amava dire il vecchio Tonon, ognuno è chiamato a fare la sua parte se ama il Trentino, mettendosi in discussione e discutendo. Si potranno così consolidare le posizioni dell’industria che per definizione prescindono per gli approvvigionamenti da territori limitati, dalle sacrosante esigenze territoriali sopratutto delle fasce collinari. Il boccino è in mano alle Cantine di primo grado che dovranno saper coniugare le due esigenze. Il luogo dove costruire la futura Casa del vino Trentino dovrà essere quella del nuovo Consorzio. Senza questo tavolo di condivisione non resteranno che altre chiacchiere, soprusi, malumori e recriminazioni.

L’augurio che possiamo farci tutti e tutti, oggi, fare al padre Tonon non potrebbe essere migliore.

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