I 100 VENTI DELLA BIRRA

Non c’era tantissima gente alla serata organizzata dalla FISAR Milano con il produttore di birra Oliviero Giberti, ed è un peccato, perché le birre erano buone e l’incontro è stato interessante.
Il birrificio “Birra 100 venti” è un piccolo birrificio, una brewfirm, cioè un birrificio non di proprietà del produttore. Il nome deriva dai 120 euro investiti dai primi quattro soci, trenta euro a testa, per comprare l’attrezzatura per fare la prima birra. Sono partiti come homebrewer e degustatori, poi “beer sommelier” per poi diventare produttori.
La prima birra è una Blond Ale dal nome “James Blonde”. È la prima birra professionale prodotta dal birrificio, ed è stata premiata da Slow Food. Non è l’unica, peraltro, ad aver ricevuto premi importanti. Contiene sei luppoli diversi (sei luppoli veri, dice Oliviero, e chissà a quale prodotto si riferisce …). È un po’ la star tra le birre del birrificio, la più venduta, amata e odiata per questo dal suo creatore.
Si tratta di una “Golden Ale”, ad alta fermentazione, profumatissima, rifermentata in bottiglia. Si colgono sentori di uva americana e sentori erbacei, derivanti ognuno da un preciso luppolo. L’amaro finale è ben percepibile ma è contenuto. Sembra un amaro pronunciato a chi è abituato a bere birre belghe, che sono più caratterizzate dalla presenza del lievito e da sapori tendenzialmente dolci legati al malto.
L’amaro è importante per l’abbinamento al cibo. Con il formaggio fresco, abbinamento ideale, si percepisce di meno e la grassezza del cibo viene stemperata. Invece, se abbinata al formaggio stagionato, il gusto di questa birra rimane come “schiacciato”. È ottima con pesce crudo, marinato gli agrumi, carne bianca. Importante è evitare i cibi piccanti, che con l’amaro fanno a pugni.
È una birra delicata, e le birre delicate sono difficili da fare, dice Oliviero. La maggiore difficoltà è stata quella di bilanciare i luppoli, che dopo 3-4 mesi di invecchiamento cambiavano il sapore della birra. La ricetta è stata modificata dodici volte nel corso di un anno e mezzo di esperimenti.
La birra artigianale non è sempre identica a sé stessa, dice Simone Uras, che accompagna Oliviero nell’esposizione. “Se una birra non vi piace, assaggiatela due o tre volte, perché c’è molta variabilità”. Oliviero racconta che dopo i viaggi ci vogliono due o tre ore affinché la birra, sbatacchiata nel tragitto, si riprenda i suoi aromi e profumi.
Inoltre, la luce interagisce con il luppolo e dà un effetto puzzolente, che gli americani chiamano “skunky” (“skunk” è la puzzola). Basta lasciare la birra un quarto d’ora al sole e questo difetto emerge chiaramente. Alcune birre commerciali, prodotte con luppoli che soffrono la luce, magari imbottigliate in bottiglie chiare, ormai hanno questo difetto come tratto caratteristico; e quando le aziende produttrici hanno tentato di eliminarlo per offrire una birra di migliore qualità hanno visto le vendite crollare.
Morale: se comprate la birra al supermercato, prendetela tra quelle in ultima fila, hanno preso meno luce.
La seconda birra si chiama “Roger Bitter”, altro calembour sul nome di un personaggio cinematografico, in questo caso Roger Rabbit. Non è veramente amara, queste birre avevano un gusto amaro per i consumatori degli anni ’50, quando sono state introdotte per la prima volta sul mercato. È una birra completamente inglese. Al naso ha sentori di malto e di caramello. Gli abbinamenti ideali sono con il tonno, la carne cruda, le polpette, il parmigiano non troppo stagionato. Sebbene abbia un valore di IBU (International Bitterness Unit, l’unità internazionale di misura del gusto amaro) molto più alto della precedente (28 contro 18) risulta meno amara al palato. Questo è dovuto al controbilanciamento delle varie parti della birra, che danno una sensazione meno amara.
La terza birra si chiama Apache ed è una “American IPA”, o “APA”. Anche questa birra ha sei luppoli ed è molto aromatica. Sentori di pompelmo, di frutti rossi, sambuco, resina, caramello, lychees, pipì di gatto (beh, si trova normalmente anche nel Sauvignon, non è un difetto), agrumato. L’abbinamento ideale è con un formaggio mediamente stagionato. Sebbene APA, anche qui la sensazione di amaro non è prorompente.
La quarta si chiama “Sex Porter”, omaggio ai Sex Pistols. Altra birra molto inglese, con sentori di caffè, cioccolato, tostato, liquirizia (come sentore retroolfattivo). “La mia preferita”, chiosa Simone. Ma glissa quando qualcuno gli fa notare che aveva detto qualcosa di simile anche per le altre.
Ha 24 IBU ma non sembra amara, è molto delicata. L’abbinamento consigliato è il cioccolato al latte, la torta al cioccolato (una torta morbida, senza creme, non una crostata dalla quale emerge troppo il burro), di nuovo il formaggio, le zucchine alla griglia.
L’ultima si chiama “Oh My Gold!”. È l’unica birra non di stile inglese, una “Belgian Golden Strong Ale”. Al naso è floreale, con note di frutta matura e di pesca.
È non troppo amara, “la più ruffiana” secondo Oliviero: si può abbinare a tutto o quasi.
Alla fine dell’incontro, è possibile acquistare le birre che Oliviero aveva portato in sovrappiù (il prezzo è 7 euro per una bottiglia da 0,75l). Usciamo tutti con qualche bottiglia: e mi sono già pentito di averne comprato troppo poche.

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