PIWI, IL VINO ALTERNATIVO

È dura, è veramente molto dura, scrivere di un evento che ho contribuito a organizzare anch’io. In genere, quando partecipo a un evento, mi metto comodamente nei panni di chi vede le cose per la prima volta, registra quello che accade e poi lo trascrive, mettendoci del suo solo lo sguardo. Il resto, lo fanno le cose.

Questa volta però è diverso, l’evento l’ho voluto anch’io e ci sono dentro fino al collo.

È una serata non troppo fredda e non troppo asciutta, come un po’ tutte le serate milanesi di novembre. Noi barbari siamo calati dal Trentino, con l’orzotto di Matteo Gottardi della Locanda San Felice, i salumi e insaccati dei suini allevati sul Monte Baldo  dalla famiglia Campostrini, i formaggi del Caseificio di Sabbionara, le conserve e il miele, sempre del Monte Baldo, i vini della Terra Dei Forti e della Viticoltori in  Avio. Ma soprattutto con undici vini da uve resistenti, i PIWI, da far conoscere ai milanesi, con l’aiuto dei sommelier della FISAR di Milano.

È un po’ una scommessa, un azzardo calcolato. Sono vini ignoti: legalizzati da pochi anni (ma qualcuno li aveva già piantati, con un altro felice azzardo) e da pochi anni vinificati. Sono tutti bianchi, perché abbiamo scelto di presentare il Trentino: e il Trentino segue bovinamente una norma internazionale antiquata e superata dalla legislazione nazionale, norma che impedisce, di fatto, di vinificare i PIWI rossi.

Prima dell’evento, scambio quattro battute con Mario Pojer; gli parlo della mia intenzione di piantare quattro viti: mi consiglia Solaris, vendemmia precoce, e Souvignier Gris, vendemmia tardiva. Sono uve da vino, ma lui dice di usarle anche da tavola. È un sottile piacere, poter chiedere consigli per quattro piante di vite a uno dei grandi maestri del vino. Un po’ come chiedere una cura per il raffreddore a un Nobel per la Medicina.

Cominciamo. Siamo circa una cinquantina di persone. Dopo la presentazione di Emiliano Marelli, è mio l’intervento di apertura (che potete trovare qui). Il pubblico è attento. Dopo di me, parlano Nicola Dal Monte, vignaiolo, coordinatore PIWI International per il Trentino e Alessandro Sala, che sta cercando di portare l’associazione PIWI in Lombardia.
Poi Silvano Clementi, della Fondazione Edmund Mach, selezionatore di vitigni resistenti e viticoltore. Racconta del suo lavoro, del modo con cui si creano e selezionano i vitigni. Arrivano le domande del pubblico e sono molto puntuali, tradiscono una competenza e un interesse non comuni.

Le degustazioni dei vini si intrecciano con gli interventi dei produttori, Mario Pojer e poi Alfredo Albertini, agronomo e direttore della Cantina di Trento Le Meridiane. Devo uscire per un momento, richiamato per identificare una cassa di vino che non si trova, e raccolgo il commento di Matteo Gottardi: “Mai vista una cosa del genere. Non si sente volare una mosca”, mi dice con occhi sgranati. Bene. Ma intanto mi sono perso l’intervento di Alfredo. Il quale ha il grave difetto di produrre un Santacolomba Brut Charmat fresco e agrumato, ma di non averlo immesso in commercio (per quest’anno, il prossimo si vedrà).

I vini scorrono, uno dietro l’altro, fruttati, alcuni semplici, altri complessi. Emiliano li illustra con la consueta bravura, coinvolgendo il pubblico nella ricerca di profumi e sensazioni. Non ho preso appunti e vado a memoria.

Il Lauro della Filanda del Boron, di Nicola Dal Monte, apre con un bel naso di pesca, bollicine finissime, rade e non molto persistenti (“non mi piacciono troppo aggressive”). Equilibrato e fine, persistente nel finale di bocca.

Lo Zero Infinito di Pojer e Sandri è un vino col fondo, intorbidito dai lieviti. Mario lo beve dopo aver lasciato depositare i lieviti sul fondo della bottiglia, dice, mentre i consumatori di norma lo bevono scuotendola un po’, invece, la bottiglia. Io ho bevuto lo Zero Infinito in entrambe le versioni, e devo dire: Mario, hanno ragione i consumatori. Forse qualche profumo in meno, ma con più corpo e maggiore complessità nel gusto.

L’Aromatta di Villa Persani (Silvano Clementi) ha buoni profumi fruttati, buona freschezza. Manca un po’ di equilibrio, forse: ma, dice Silvano, sono solo due anni che vinifica. Diamo tempo al tempo.

Il Gabrjol di Martinelli ha profumo di fiori e ricorda leggermente il moscato. Sottile e fresco, intenso, sufficientemente persistente.

Il Santacolomba 2015 è il fratello “fermo” dello Charmat di cui sopra, fortunatamente in questo caso in commercio. Si è appena aggiudicato il punteggio di 90/100 al concorso Premio Internazionale PIWI 2016. Complesso, con note esotiche di frutta gialla e di pompelmo.

Il PIWI della Cantina di Merano ha sentori di mela golden e banana. Complesso, sapido e persistente.

Il vino in vasca (campione di botte) di Dornach è una primizia, un vino del 2016 non ancora maturo imbottigliato apposta per questo evento da Patrick Uccelli, il produttore. Un bell’insieme di profumi ancora ispidi, slegati. Uno sguardo al vino che verrà.

Dall’Alto Adige arriva il primo vino in anfora, il Goldraut Sauvignier Gris  2015  di Zollweghof (Franz Pfeihofer). Intensi profumi di fiori di sambuco in miele, corposo, complesso, persistente.

Infine il Victoriae della Cantina Mori – Colli Zugna. Anche qui, frutti esotici, ananas, mango, spezie. Strutturato e complesso, sapido ma ancora fresco, equilibrato.

E con questo si chiude. Sono le 23, si passa al cibo. Matteo mi chiede se mi è piaciuto l’orzotto: sono al secondo giro, vorrà pure dir qualcosa, rispondo. Nel frattempo cerco di captare impressioni e commenti, incrocio visi soddisfatti, sento parole di apprezzamento. Ma io, si sa, sono di parte.

 

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