CONSUMI NEL MONDO

Chi beve vino, chi ne beve di più e chi ne beve di meno (fonte Corriere Vinicolo – Il vino in cifre 2017)

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30 Commenti

    1. Io non sarei proprio cosi contento … se il Trentino si è sviluppato è anche grazie alla viticoltura, e non solo recentemente anzi è stata proprio la richiesta di vino a permettere le bonifiche agrarie e la coltivazione del territorio … è parte della nostra storia e del nostro territorio … si parla sempre di turismo enogastronomico … beh cancellandolo dal PIL trentino e da tante altre regioni italiane … non sò cosa resterà di tanto bello in trentino … forse le distese di capannoni e case …

      invece parlare seriamente di dealcolazione dei vini o riduzione del potenziale alcolico delle uve o di un consumo responsabile no … solo esser contenti della crisi di un settore …

      cavolo. bene.

    2. dipende dalla prospettiva, Giacomo, dal punto di osservazione. La diminuzione dei consumi alcolici è un importante obiettivo di salute dell’OMS, sottoscritto anche dall’Italia. Quando si raggiunge un importante obiettivo di salute, chi osserva dal punto di vista della salute festeggia, magari con abbracci anziché brindisi. Il Trentino ha pagato un durissimo prezzo in sofferenza umana alla viticultura, se io osservo il fenomeno dal punto di vista delle conseguenze del bere in malattie, incidenti, violenze. Un prezzo durissimo. Dal punto di vista economico, poi, non c’è proprio storia: piaccia o no, numeri alla mano, per ogni euro legato al giro d’affari, la comunità ne paga 3 o 4 in conseguenza dei costi socio sanitari del bere. I vigneti sono molto belli, sono d’accordo. Però non capisco perché, quando vado a fare la spesa, trovo sullo scaffale il succo di pesca, di albicocca, di mela, di pera, di ananas, ACE, di mirtillo eccetera italiani, ma se cerco il succo d’uva… lo devo comprare tedesco. Quelle rare volte che lo trovo italiano, ha prezzi elevatissimi. Io penso che chi investe sul vino, e si sente raccontare da tante parti la favola del prodotto vincente, debba sapere che – non per colpa o per merito mio – in Italia siamo passati da un consumo di 120 litri annui pro capite di 50 anni fa ai 33 litri di oggi. Non fosse per l’export, altro che “crisi del settore”, sarebbe una catastrofe. Nel frattempo, però, di pari passo, sono pressoché scomparse dai nostri ospedali patologie come il delirium tremens, e – per fare un esempio – le cirrosi epatiche sono ridotte a un quinto rispetto a 30 anni fa. A un certo punto i produttori di macchine da scrivere hanno capito che, se volevano sopravvivere, dovevano cominciare a produrre personal computer.

    3. Sarebbe interessante sapere se per 3-4 euro di costo quanti sono dovuti a superalcolici, vino, birra e nel caso tra un consumo responsabile e uno irrazionale … ho un consumo superiore al procapite, esclusivamente di vino però … ad oggi non ho ancora ucciso nessuno, certo non posso saper se tra qualche tempo avrò problemi sanitari legati all’uso di alcolici… 30 anni fa ma neanche 10 aani fa non si faceva comunicazione sul buon bere … ora si … penso che sia un bel passo in avanti …

      Sul succo d’uva … così a sentore non penso che la conversione sarebbe a impatto economico neutrale … il vino che piaccia o no ha un valore aggiuntivo rispetto all’uva da tavola e al succo (come la mela da mensa ha un valore superiore della mela da Industria … ) … per molte aziende sarebbe la fine per non parlare di perdita di identità cultura e tradizioni …

      Io mi auguro invece che si stimoli il consumo responsabile …

    4. Io e Enrico Baraldi abbiamo scritto molti dati in questo libretto, si legge in meno di un’ora, si scarica legalmente, e gratis, in rete http://www.stradebianchelibri.com/sbarbada-a-baraldi-e—bianco-e-rosso-al-verde.html . Il 66% dell’alcol che viene consumato in Italia è ingerito per il tramite del vino, tra gli utenti in carico a servizi per problemi legati al bere, in Italia, la bevanda di uso prevalente è il vino nel 62,8% dei casi. Senza sminuire la gravità ed il dramma delle sofferenze conseguenti al cosiddetto “alcolismo”, si tratta solo di una minima parte delle conseguenze negative del bere. La maggior parte dei problemi alcolcorrelati è conseguenza di un bere generalmente considerato accettabile o moderato. Comprendo e condivido quanto scrive Giacomo sul fatto che passare dalla produzione del vino a quella del succo d’uva non sarebbe a impatto economico neutrale, e che per molte aziende sarebbe la fine. Sicuramente è vero. Il fatto è che, data la tendenza dei consumi di vino in Italia, per molte aziende la crisi è già arrivata comunque, e per altre arriverà. Vogliamo nascondere la testa sotto la sabbia? Vogliamo – per dire – continuare a investire sulla produzione dei giradischi per soddisfare la nicchia di estimatori del vinile? Bene, facciamolo, Ma dobbiamo essere consapevoli che i numeri saranno tendenzialmente sempre più bassi, e non torneranno più quelli di 40 o 50 anni fa. I dati sono clamorosi. Per cui, se vogliamo fare affari, ci dobbiamo inventare qualcos’altro. Investire sul succo d’uva italiano non è certo LA soluzione, ma consentirebbe di salvaguardare un po’ di vigneti che rendono bello il nostro paesaggio.

    1. mah si…nemmeno io sono un innamorato di bio…sa il cazzo…e tutto il resto…ma resta il fatto che è una quota di mercato di consumo in fortissima crescita…come tutto ciò che ha a che fare con il “pensiero magico” … e ormai, almeno in prospettiva, credo che questa sia una precondizione per restare sul mercato…

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