VALPOLICELLA MON AMOUR

Sold out. Non era difficile prevederlo e infatti, appena ricevuta la newsletter della FISAR Milano che annunciava una serata dedicata all’Amarone, agile come un daino ho provveduto ad assicurarmi il posto. Sono rimasti a bocca asciutta (è il caso di dirlo) più di venti persone in lista d’attesa, che però, forse, potranno rifarsi: in FISAR stanno pensando di ripetere la serata.
Potremmo essere una settantina di persone; ci troviamo al Doria Grand Hotel, dalle parti della Stazione Centrale a Milano.
Mi ritrovo seduto tra un uomo, circa quarantenne, alla sua prima esperienza a un evento di questo genere (gli è stato regalato) e una sommelier dell’AIS, in incognito. Riconosco alcuni allievi dei corsi di sommelier; ma circa la metà dei presenti non è associata FISAR e questo dimostra l’interesse che c’è attorno a questa serata e a questi vini.
I vini presentati sono tutti della Cantina Manara di San Pietro in Cariano (VR) (http://www.manaravini.it/). Ci sono due ragazzi giovani, la quarta generazione della famiglia, a parlarne; studiano enologia l’uno e viticoltura l’altro. Mentre i nonni lavoravano in vigna o in cantina hanno vissuto la loro infanzia tra le “piche de ùa”, i grappoli d’uva e sono ben determinati a continuare a farlo. I vini sono accompagnati da un piattino di salumi della salumeria Benedetti di Schioppo, vicino a Negrar.
La Valpolicella vinicola ha conosciuto un periodo di splendore fin verso la fine dell’Ottocento, poi la decadenza; il recupero è avvenuto a partire dalla fine degli anni ‘80.
Si comincia con un paio di Valpolicella, poi un Ripasso, poi si andrà avanti con gli Amaroni e infine un Recioto; tutti illustrati da Emiliano Marelli, segretario della FISAR Milano.
Sono previsti otto vini in degustazione e il compagno alla prima esperienza teme di trovarsi di fronte a un compito immane. L’amica sommelier si sente pronta ad affrontarli: rammenta la degustazione dei diciotto riesling austriaci e anche la serata dedicata ai PIWI. Qui c’erano tredici vini in degustazione, ricorda, “molto buoni”, più tutti quelli dopo, quelli della Terra Dei Forti e della Cantina Sociale di Avio; e poi c’era anche “quel signore bravissimo” (sarebbe Matteo Gottardi) con il suo buffet.
Tutti i vini sono prodotti da uve Corvina, fino al 95%, la più pregiata; Rondinella, al massimo il 50%, l’uva con resa più costante in vigneto; o altri vitigni autoctoni non aromatici (Oseleta, Molinara) per un 25% massimo.
La brigata di servizio è composta da un caposervizio maschio e sei donne, tra cui due mie amiche al terzo livello del corso da sommelier, che devono esercitarsi a servire. Una delle due teme che sia giunta la sera in cui mi macchierà la camicia di vino. Non accadrà e anzi se la caveranno benissimo.
La prima bottiglia che assaggeremo è un Valpolicella DOC classico del 2015. Si affina in acciaio e poi in cemento. È il vino base della cantina, un vino semplice che va bevuto in gioventù; una buona intensità di colore preannuncia la freschezza. Si presenta morbido al palato, non è molto di corpo, e ha pochi tannini. È un vino semplice, pulito, con profumo di frutti rossi, una discreta mineralità e una leggera nota speziata.
Emiliano Marelli comincia un gioco con il pubblico: quanto costa la bottiglia in cantina? C’è chi dice sette euro, chi dice otto, chi dice dodici. Costa quattro euro.
Il secondo vino, il “Vecio Belo” è un Valpolicella DOC classico superiore del 2014. Ora, del Valpolicella superiore, ci sono due interpretazioni: la prima prevede appassimento delle uve e affinamento in legno; la seconda, senza questi passaggi. La scelta fatta di Manara è la seconda, per non creare un “amarone in piccolo”.
Questo vino presenta al naso profumi di frutta matura; ricalca un po’ le caratteristiche del vino precedente ma è più morbido, l’alcol è bene integrato, si sente anche più l’acidità che spinge anche il tannino. E meno minerale del precedente. Costa € 6,5 in cantina (il gioco continuerà per tutti i vini).
Proseguiamo con il Ripasso “Le Morete” del 2014. Ripassiamo anche la tecnica di produzione: il Ripasso è un Valpolicella ributtato (“ripassato”) sulle bucce di Recioto o di Amarone per circa due-tre settimane. Un tempo era un modo per recuperare del vino scadente, oggi non è più così. Ributtando il vino sulle bucce, si innesca nuovamente una mini-rifermentazione, che estrae tannini, colori, aromi.
Colore e sapore intenso, bella acidità, al naso soprattutto caramella mou, poi pepe, legno, caramello, frutta sotto spirito, con un sottofondo di frutta fresca.
È un vino morbido, di corpo leggero, con buona acidità, un tannino setoso, nel retronasale si sentono liquirizia, note speziata dolci (chiodi di garofano). Abbinato alla coppa affinata al vino rosso della salumeria Benedetti aiuta a pulire bene la bocca e lascia una sensazione più dolce al gusto. Costa otto euro in cantina.
Passiamo agli Amaroni. Prima il Corte Manara 2011, poi una verticale di Postera; tutti Amarone della Valpolicella DOCG. 2010, 2005, 2000.
Chiamato in origine “vin scapà”, vino scappato, l’Amarone era un errore di cantina, dovuto al fatto che ci si dimenticava una botte di Recioto e questa continuava a fermentare, dando origine a un vino non più dolce ma, per l’appunto, “amaro”. Era anche un vino di poco prezzo, si vendeva a un decimo del valore del Recioto. Oggi non è più così.
La produzione dell’Amarone prevede un controllo stretto sulla campagna. La raccolta è molto importante: le uve devono essere molto sane, mature, con i grappoli spargoli. È una raccolta manuale, per via del fatto che l’impianto è a pergola veronese e non si riesce ad automatizzare. L’uva viene raccolta in cassette e poi appassita nel fruttaio. Si perde così dal 35 al 50% dell’uva, su una resa che è già più bassa del solito per via della cernita effettuata sulle uve in fase di raccolta.
Il Corte Manara 2011 presenta al naso note di china, caffè, cioccolato, una leggera nota animale (pelliccia, dice Emiliano). L’amica sommelier trova al volo profumi floreali di violetta, che effettivamente trovo anch’io (c’è anche un po’ di rosa, secondo me). Ha un bel naso, l’amica intendo, molto sensibile ai profumi; lei dice per questioni anatomiche, alludendo a un naso enorme, ma non è vero. Le donne sono sempre molto severe con il loro aspetto, ma non sanno giudicarsi: in genere sono molto più graziose di come si vedono.
Il Postera 2010 ha di nuovo in evidenza il legno (con note di caffè, cacao, affumicato). Tra i sentori fruttati, è molto evidente la prugna. Ha meno corpo del precedente, fresco, il tannino e più di nerbo, “polveroso” dice Emiliano.
Vedo il compagno alla prima esperienza che annuisce e approva; ha l’espressione tipica di chi comincia a capire, a riconoscere profumi e sensazioni nel vino. Succede spesso durante queste degustazioni guidate e ancor più durante il corso da sommelier.
Il Postera 2005 è più masticabile, più di corpo. Si sentono tamarindo, frutta secca (fichi secchi, datteri), un po’ di cuoio.
Il Postera 2000 è il decano dei vini di questa sera (“fa la patente l’anno prossimo”, dicono i Manara). Al naso è fresco, si sente uvetta, prugna, una leggera cipria, poi altri frutti. Poi cuoio e cacao. È elegante e armonico.
I prezzi? Il Corte Manara € 18 in cantina, il Postera € 20, quello del 2010. Perché quello del 2000 non è in vendita e, se lo fosse, verrebbe intorno ai € 500. Fa parte della riserva personale dei Manara (“un posto dove non posso neanche avvicinarmi, siete stati fortunati”, dice uno dei ragazzi).
Infine, il Recioto della Valpolicella “Moronalto” DOC. Un vino dolce da abbinare con formaggi erborinati, oppure con i dolci.
Al naso si sentono profumi di frutta rossa. Ormai nel mio banco ci siamo scaldati, cominciamo a cercare i profumi in gruppo. Forse c’è confettura di fragole, forse no, qualcosa di più rosso, meglio i mirtilli, ci diciamo tra noi. Si sente l’uvetta. L’attacco in bocca è dolce ma controbilanciato da una freschezza e da un tannino giusto. Viene € 13 in cantina.
Saluto il compagno alla prima esperienza: ha l’aria soddisfatta, mi sa che lo rivedrò. Rivedrò sicuramente invece l’amica sommelier, che si è prenotata per la gita di dopodomani a Canelli, con visita alle cattedrali sotterranee e pranzo a base di bagna caoda. Però, quando si fa la foto finale, solleva l’attestato a coprire il volto: non si sa mai, potrebbe rischiare dall’AIS una ramanzina, o addirittura una scomunica, per aver partecipato a un evento di quei senzadio della FISAR. Oltretutto, recidiva.

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