FEM, FOCUS GENOMA CON L’ACCADEMIA


Si è svolto oggi alla Fondazione Edmund Mach il convegno patrocinato dall’Accademia italiana della vite e del vino, prestigiosa istituzione fondata nel 1949 per promuovere il settore vitivinicolo italiano. Al centro dell’incontro, che ha riunito presso il Palazzo della Ricerca e della Conoscenza un centinaio di accademici del vino, il tema della genomica e post genomica, con focus sulle prospettive e applicazioni per la viticoltura italiana.
Sono intervenuti in apertura il presidente FEM, Andrea Segrè, e il presidente dell’Accademia, Antonio Calò, alla presenza del direttore generale, Sergio Menapace, e del dirigente del Centro Trasferimento Tecnologico, Michele Pontalti.

“L’originalità italiana è profonda – ha spiegato Antonio Calò- perché fra i vini “di vitigni” e “di zona”, sono stati valorizzati vitigni particolari in zone particolari. Sul pilastro costituito dai vitigni vi sono all’orizzonte prospettive formidabili sostenute dai progressi della genetica e ciò è fondamentale per la sostenibilità delle coltivazioni. Ma, attenzione, a non perdere il patrimonio di variabilità oggi esistente”.
Riccardo Velasco, responsabile del dipartimento genomica e biologia piante da frutto, ha parlato di applicazioni biotecnologiche per una viticoltura sostenibile. La genetica ed ancor più la genomica hanno caratterizzato, infatti, la conoscenza scientifica di questo ultimo decennio, forse più nella vite che per qualunque altra specie coltivata. Il genoma della vite, pubblicato nel 2007 e oggetto di continuo affinamento da parte di numerosi gruppi internazionali, ha avuto, in particolar modo dall’Italia, una grande attenzione e numerosi contributi alla sua approfondita conoscenza, ed è stato anche in un certo qual modo pioniere per l’intero comparto orto-viti-frutticolo. “Grazie a questi studi – ha spiegato Velasco- è oggi possibile pensare ad un approccio radicalmente diverso alla gestione della vite, a prospettive del tutto nuove della viticoltura del futuro” . Nuovi approcci biotecnologici forniscono oggi alternative al miglioramento genetico classico, pur supportato dai marcatori molecolari. I prodotti dei due approcci sono egualmente utili ed interessanti”.
E’ stata la volta poi di Marco Stefanini, responsabile dell’unità genetica e miglioramento genetico della vite, che ha illustrato l’attività di miglioramento genetico della vite con la tecnica dell’incrocio presso la FEM che ha riguardato la produzione di nuovi genotipi maggiormente tolleranti alle principali patologie fungine della vite.
“Il valore dell’attività di incrocio, oltre ad ottenere viti con produzioni qualitativamente interessanti e adatte a ridurre gli interventi fitosanitari, permettono di rintracciare caratteri di adattamento a condizioni climatiche in evoluzione o esigenze di mercato in continua mutazione. Anche in questa ottica è importante l’attività di selezione di nuovi genotipi ottenuti da incrocio di Vitis vinifera e selezionati come primo carattere la maggiore tolleranza alla botrite. Presso la FEM si producono circa 15.000 semenzali per ogni anno, provenienti da circa 50-60 combinazioni di incrocio, selezionati per la tolleranza alle patologie fungine e qualità della produzione. Sono in fase di raccolta dati per l’iscrizione al Registro nazionale delle Varietà di Vite da vino 30 incroci di Vitis vinifera di cui 4 già iscritte (IASMA ECO 1;2;3;4) , 10 resistenti a peronospora e oidio.
Infine, Arturo Pironti, consulente legale in-house FEM, ha fatto un breve excursus storico-giuridico in tema di proprietà intellettuale, parlando nello specifico di tecniche di protezione giuridica dell’innovazione nel settore vegetale offerte dall’ordinamento, uno strumento necessario per una efficace valorizzazione. “Il recente e sempre più vivo dibattito sui nuovi approcci biotecnologici in tema di miglioramento genetico del materiale vegetale rappresenta la cartina di tornasole ideale attraverso cui misurare e valutare lo stato attuale del rapporto tra la disciplina sui brevetti biotecnologici e quella sulle privative per nuove varietà vegetali” .

L’Accademia Italiana della Vite e del Vino, una tra le più prestigiose istituzioni in campo vitivinicolo, è stata costituita il 30 luglio 1949 dal Comitato Nazionale Vitivinicolo con decreto firmato dall’allora Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, ed eretta a Ente Morale il 25 luglio 1952.
L’appartenenza all’Accademia è considerata come il raggiungimento di un traguardo professionale di prestigio e di onore: attualmente comprende circa 500 membri. L’Accademia ha tra i suoi compiti statutari quello di promuovere gli studi, le ricerche e i dibattiti sui principali problemi della viticoltura e dell’enologia nonché quello di organizzare convegni (Tornate) per discutere dei più importanti problemi di ordine tecnico, economico e giuridico che interessano la vitivinicoltura.

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6 Commenti

  1. Giuliano Giuliano

    Tu viaggi una spanna sopra tutti, io sono troppo incompetente per proseguire questo bel dialogo, mi arrendo, chiedo aiuto…
    solo sugli OGM: li stiamo mangiando tutti i giorni ma non possiamo produrli!
    Qualcuno spiega agli italiani perché il Ministro Martina e Coldiretti permettono questa ipocrisia?

    1. Cosa penso… Penso che tu sia ottimista quando immagini che la partita possa chiudersi nei prossimi cinque anni. Non so quanto tempo impiegheranno la comunità scientifica e la comunità politica ad affrontare e a sciogliere i nodi che sono ancora in campo, che riguardano l’attribuibilità di queste tecniche all’area ogm, per esempio, e questa è una questione che non è ancora stata chiararita. Poi ci sono i tempi legati agli approfondimenti imposti da un generale principio di cautela. E infine le problematiche connesse alla questione della proprietà e del controllo sociale e democratico dei brevetti agro alimentari e della loro fruizione. Su tutti questi temi, mi pare, che ne la comunità scientifica ne quella politica abbiano ancora idee chiare e condivise. Ammesso, comunque, che prima o poi si arrivi ad una definizione positiva di tutte queste questioni, poi si apre il percorso naturale che riguarda qualsiasi nuovo vigneto/varietà. Le prove e le sperimentazioni in campo, le microvinificazioni. La definizione di una tipologia adatta al mercato etc etc . A questo punto dovrà essere la comunità internazionale del vino e quelle locali a mettere mano ai disciplinari e al regime delle denominazioni, cosa più facile a dirsi che a farsi. E infine e questo sarà un passaggio altrettanto delicato, si renderà necessaria una gigantesca operazione di marketing per convincere i consumatori a fidarsi di un vino biotech. Escluderei che questo possa interessare le fasce premium, ma anche le fasce di consumo medio basse (che per altro rappresentano l’ottanta per cento dei volumi del vino) oggi sono sono sempre più portate a consumare vino con caratteristiche di presunta artigianalità/naturalità, è un consumo sensibile alla suggestione del vino in qualche modo autentico (vedi gli investimenti in questo senso delle piu grandi catene di discount: lidl, aldi, ma anche eurospin che affida le sue bottiglie a Luca Gardini, miglior sommelier del mondo). Insomma, prima di arrivare alla produzione industriale del vino biotech credo che bisognerà ristrutturate dalle fondamenta l’immagine del vino presso i consumatori, e anche questo, pure facendo leva sul prezzo, non sarà cosa facile. Insomma al di la delle mie convinzioni personali, credo che nessuno possa immaginare tempi brevi per il vino biotech. E tu temo, dovrai usare ancora per molto tempo l’atomizzatore. A meno che non decida di puntare su coltivazioni non convenzionali (piwi, incroci eco, bio), che a differenza del vino ingegneristico sono già una realtà. Del resto alcun e cantine sociali del trentino, stanno spingendo l’acceleratore su questo: Le Meridiane, Aldeno, Lavis, Toblino. E penso stiano facendo una cosa intelligente.

      1. Giuliano Giuliano

        Grazie Tiziano per la pazienza e la sapienza che dimostri nel rispondermi.
        Nella risposta hai messo giustamente in luce tutta la mia ignoranza, ignoravo infatti tutta questa macchinosità necessaria per arrivare al concreto.
        Peccato perchè, non solo per me, la difesa dalle crittogame in vigna sta diventando anno dopo anno sempre più complicata e poi perchè non è bello vedersi additati come sta facendo in questi giorni la Lipu come una categoria che inquina. Non è giusto, è avvilente.
        Purtroppo poi, siamo pervasi da una mentalità ipocrita che rifiuta il progresso rappresentato dalla ricerca che per contro all’estero è molto attiva e libera (come nel caso degli OGM) e i prodotti da essa ottenuti ci stanno paradossalmente invadendo, noi invece qui, arroccati ad ideologie ne subiamo passivamente l’invasione.
        Che dire, mi dispiace e anche molto, ne riparleremo più avanti, ma se è così molto più avanti…
        nel frattempo però, noi agricoltori non possiamo subire attacchi come sopra riportato, dovremo reagire. Come? Non saprei.
        Tu hai già dato una chiara indicazione nella tua risposta su cosa noi dovremmo puntare, si tratta di crederci.
        C’è qualcos’altro che possiamo fare per migliorare la nostra immagine e/o distinguerci dagli altri territori?
        Chi dobbiamo scuotere per avere una risposta?

        1. Credo che la Lipu e le altre organizzazioni ambientaliste/animaliste facciano bene a sottolineare il carico potenzialmente (e a volte concretamente) mortifero dell’agrochimica industriale.
          Sono sollecitazioni utili, sempre utili, a tenere alta l’attenzione su questo tema che è tutt’altro che insignificante, ma che coinvolge salute, paesaggio, territorio, bellezza (tanto per citare Daldoss di ieri). Quindi fanno bene: da qui ad immaginare un mondo libero dai fitofarmaci ce ne corre, naturalmente. E tuttavia questo monito continuo per un’agricoltura più sostenibile penso sia utile. Anche se magari tu fai la figura dell’assassino. Poi, ogni territorio, deve intraprendere la propria strada, sperimentare la via più adeguata al proprio profilo. Senza ideologismi. Per questo sono sempre stato contrario alle soluzioni uguali per tutti, alle mozioni d’ordine che vorrebbero abolire il glifo su tutto il pianeta.
          E qui vengo al tema del Trentino. Penso, sinceramente, e qui so bene di fare dispiacere a qualcuno e a qualche estremista che il nostro distretto viticolo – meno molto meno quello frutticolo – abbia fatto grandi passi avanti e soprattutto si sia guadagnato un primato a livello internazionale in tema di sostenibilità. Che chiaramente è un concetto generico – forse dovremmo inventarci qualche nuovo sostantivo – ma soprattutto è una categoria plurale e pluralistica che disegna un sistema che nel suo complesso, attraverso tante risposte, sta cercando di ridurre l’impatto dell’agrochimica. In Trentino, anche grazie al buon lavoro di Fem, si è messo in atto un mix di soluzioni che tutte insieme (lotta integrata – anche se qui a volte si ha l’impressione del passo del gambero -, bio, biodinamico, piwi, eco, incroci resistenti in generale) che raccontano di un Trentino avanzato, capace di incamminarsi verso il futuro con consapevolezza e senso di responsabilità, adottando un atteggiamento multitasking e plurale. Credo che il Trentino, e ammetto che l’idea non è mia ma del direttore di una grande coop, avrebbe bisogno di una certificazione seria – non la puttanata colossale che si chiama ape maia – che sappia rappresentare e raccontare questo Trentino, un Trentino avanzato, responsabile e consapevole, che lavora seriamente per la “riduzione del danno”. Dicevo non lo dico solo io, ma questa è un idea che va maturando anche all’interno della parte più illuminata della cooperazione. Purtroppo poi, si sa, le cose non sempre vanno come dovrebbero e oggi tutto il sistema ha invece deciso di affidarsi a quella puttanata indistinta, come un passato di verdure, che si chiama ape maia. Anziché scegliere la strada della distinzione ha scelto quella della confusione. Va bene così.
          Ultima cosa sugli OGM, tu ne sembri innamorato. Io sinceramente no. E non cambierò opinione fino a che non mi si dimostrerà che queste cose che incidono artificiosamente sul codice genetico sono sufficientemente sicure. Poi tu mi dici che c’è molta ipocrisia. E va bene c’è ipocrisia. Ma non è che perché qualcuno è ipocrita, miracolosamente il cattivo diventa buono. E soprattutto fino a quando non sarà chiarito il tema della proprietà e del controllo sociale e democratico sui brevetti: perché pensare un mondo orwellliano in cui qualcuno è l’unico dominus della produzione agroalimentare, mi suscita qualche perplessità. E qualche tremore. Ci sarebbe poi anche la questione della biodiversità, che non è solo una questione poetica o romantica: è al contrario una delle fonti di creazione di maggior valore aggiunto. Ma di questo parleremo magari un altra volta.

          1. Sempre a questo proposito, Giuliano, mi permetto di segnalare, cosi mi autopromuovo, che per quel poco che possiamo fare il prossimo fine settimana da giovedi a domenica, trentino wine insieme a Fisar Milano, proverà a raccontare questo Trentino che tende all’innovazione e alla sostenibilità, nell’ambito di Taste of Milano. Insieme a sette produttori (Filanda del Boron, Pravis, Vallarom, El Zeremia, Martinelli, Le Meridiani e Mori Colli Zugna) e al gruppo del centro ricerca e innovazione di fem (microvinificazioni da incroci Eco), proveremo a rappresentare questo trentino sperimentatore che guarda con responsabilità, consapevolezza e creatività al futuro.

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